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lunedì 20 novembre 2017

VOLLEY E MEDIA Due anni senza Adelio

 

Il tempo vola via in fretta, equamente impietoso, per chi non ne ha più e per chi lo vede consumarsi inesorabilmente. Ero indeciso se scriverti, caro Adelio, perchè nel giorno del ricordo (sono passati due anni da quando...hai smesso di telefonare) c'è tanta tristezza per tutto ciò che si è perduto. Non è passata, anzi... E' solo avvolta in una inestinguibile malinconia. Dicevo che ero indeciso se scriverti, anche perchè non ho belle notizie da darti se devo raccontarti qualcosa dei mondi che abbiamo condiviso, che hai tanto amato e per i quali sei vissuto gran parte della tua vita: la pallavolo, il giornalismo.
Forse è meglio che non ti dica nulla, che ti lasci nel ricordo di come andavano le cose quando gironzolavi nei palasport, parlavi e scrivevi. Come ti dissi subito, quando avevi appena iniziato il tuo viaggio, non c'è un altro Adelio Pistelli, non ci sono più personaggi come te. Il mondo della pallavolo è cambiato, direi che sembra raggrinzito e stropicciato nella povertà culturale che ne ha ridimensionato le ambizioni e la visibilità. Non si pensa più in grande, caro Adelio e immagino quanto ti saresti arrabbiato assistendo a certi fatti, nel vedere gente che pensa solo ai soldi, che non sa programmare nè andare oltre una piccola logica di cortile senza ambizioni. Magari arrivando a comprarsi l'illusione del consenso, senza saper distinguere ... la seta dalla fibra sintetica. Pensa quanto sarebbe buffo se ogni testata che prende soldi avesse l'obbligo di scriverlo, un atto di onestà nei riguardi dei lettori. E non parlo di contratti pubblicitari, di banner visibili e dunque limpidi. Eh si, ne sono sicuro: quanto ti avrebbe fatto male sapere cosa è successo in Federazione, che rapporti ha ora intrecciato o dissolto l'ambiente federale.
Non sono più allegre le cose se devo raccontarti della stampa, sempre più lontana da quei livelli di attenzione che conoscevi. Le cose cambiano, e spesso cambiano in peggio. Ma accade in ogni settore. Ho pensato, poco tempo fa, come avresti commentato la voglia di portare all'Olimpiade i videogiochi...
Nel 2018 ci sarà un altro Mondiale in Italia. Si, è vero, ancora lo sanno in pochi e non saranno in molti a seguirlo. Sicuramente non quanti insieme a noi raccontarono i Mondiali del 2010 (e quelli femminili del 2014). Beh, posso già dirti che almeno riguardo i Mondiali, avremo una cosa in comune: non li potrai vedere tu, non li potrò vedere io. Però faremo il tifo a distanza, perchè sono sicuro che all'azzurro del volley non hai smesso di voler bene neanche tu.

domenica 19 novembre 2017

CALCIO Sampdoria-Juventus 3-2


 https://www.vistodalbasso.it/2017/11/19/calcio-sampdoria-juventus-3-2/
"Quando si perde bisogna star zitti e basta", ha detto Allegri dopo la sconfitta du Marassi con la Sampdoria. Ha ragione, perchè citare una serie di episodi potrebbe apparire come una scusa, la ricerca di alibi. Perdere in questo modo una partita che si è controllata per la sua quasi totalità, per non dire dominata (la Samp non aveva mai tirato prima del gol) è sconcertante. Una partita per molti aspetti rocambolesca, caratterizzata da una serie di episodi, tutti negativi per i bianconeri, arrivati ai 14 gol subiti (peggior difesa del poker di testa). Non ho visto però tutta questa bontà di gioco di cui si è parlato. E' vero che la Samp è andata in vantaggio all'inizio del secondo tempo, nel momento in cui la Juve sembrava aver spinto il piede sul gas, velocizzando il gioco, pressando alto, dando l'impressione di poter cambiare marcia, Poi l'assist di Bernardeschi, che svirgolando ha servito Duvan Zapata per la zuccata dell'1-0 (Szceszny a mio avviso avrebbe potuto fare qualcosa in più, invece di restare impalato ad ammirare la parabola) ha sparigliato le carte e messo le ali ai blucerchiati, mentre il nervosismo faceva perdere lucidità alla Juventus.
Così arrivavano il secondo e il terzo gol doriano (quest'ultimo viziato da una spinta di Zapata su Khedira, che protestava invece di cercare di ostacolare l'attaccante doriano sul cross basso di Quagliarella).
A me la Juve non è piaciuta, se non per il carattere che le ha consentito oltre il novantesimo di rendere meno pesante nel punteggio la sconfitta. Il rigore di Higuain, il gol di Dybala, entrambi nel recupero, sono stati dimostrazione di orgoglio ferito, ma a quel punto è anche vero che la Samp si sentiva ormai in porto.
La sconfitta è in realtà pesantissima e credo, purtroppo, che allontani la Juventus dal settimo scudetto consecutivo. Penso che questo possa essere l'anno tricolore per il Napoli o per la Roma, senza dimenticare l'Inter che però ha avuto finora una buona dose di fortuna nel costruire la sua classifica e rispetto a napoletani e giallorossi sembra possedere minori certezze. Sembra. Insomma, per i bianconeri ci sarà da lottare anche solo per mantenere il posto in Champions League. A meno 4 dal Napoli, probabilmente a meno 2 dall'Inter (e dalla Roma se dovesse vincere il recupero con la Sampdoria). Dovendo affrontare ancora tutti i confronti diretti, la Juve è già nelle condizioni di non poter sbagliare più nulla. E se si hanno due o tre squadre davanti, diventa complicatissimo pensare di sorpassare tutti. Senza contare che il Napoli, uscendo dalla Champions salvo miracoli, avrà il vantaggio (come l'Inter) di potersi concentrare sul campionato. Dico questo perchè, sbagliando, suppongo che il Napoli non prenderebbe l'Europa League con lo stesso piglio.
E poi l'aspetto primario: la Juventus quest'anno non gioca bene. Ha sofferto spesso e volentieri, più debole in difesa, con un centrocampo che pare abbia esaurito idee. NOn so perchè Allegri giudichi positivo il primo tempo di Marassi: gioco lento, sterile possesso palla, mancanza di cambi di marcia in avanti, di fantasia costruttiva e concreta. Higuain poco e mal servito, una manovra spesso troppo prolissa e fatali ritardi nel tentare il tiro.
Devo dire che sono anche stufo di leggere proclami fuori luoghi sulla Champions League. E' già dimenticata la lezione di Barcellona? I patemi con Sporting e perfino Olympiacos? La realtà è un'altra. La Juve quest'anno non vale la squadra delle scorse stagioni. Ottimisticamente potrei aggiungere, non ancora. I nuovi non hanno inciso, manca la fantasia di Dani Alves (il Dani della seconda parte di stagione), Alex Sandro è l'ombra di se stesso. Se Allegri è costretto ad affidarsi sempre agli stessi, un motivo ci sarà. Cuadrado resta l'uomo che può fare la differenza tra i bianconeri, ma è spremuto fin troppo. Il centro campo cambia spesso (la speranza è che Marchisio torni al top), Douglas Costa (raramente decisivo) e soprattutto Bernardeschi (oggi deludente secondo me, anche non considerando l'assist per...la Samp) non hanno dinostrato di essere meritevoli della promozione.
Manca un'alternativa vera per gli attaccanti, al punto che Pjaca (sempre indisponibile da quando è bianconero) sarà convertito in vice Higuain, Howedes non si è ancora visto. Servirebbe il Dybala di inizio stagione, ma Paulo (bello il lampo finale di Marassi) si è smarrito dopo l'avvio fulminante di stagione, complice anche il doppio errore dal dischetto, che fino a ieri segnava la distanza dalla vetta della classifica E una grande squadra non può dipendere da un solo giocatore.

sabato 18 novembre 2017

VOLLEY La Champions League non è una cosa seria

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2013/12/volley-confederazione-ebeti-volley.html


https://www.vistodalbasso.it/wp-admin/post.php?post=6368&action=edit

Non c'è niente da fare, per un motivo o per l'altro la Cev non riesce proprio a varare un format attendibile, equo e sportivo di Champions League. Basterebbe copiare i ceiteri del calcio, ma evidentemente è un compito troppo difficile. Sia nel torneo femminile che nel torneo maschile, due squadre della stessa Nazionale (Italia e Russia in questo caso) ssono state collocate nello stesso girone.Non esiste sport al mondo che preveda questa assurdità. Ma la pallavolo, la Cev, è ormai celebre per varare ciò che negli altri sport non è proprio possibile. Una Champions così, non può essere considerata seria. Eppure tutti abbozzano, ogni anno ci si lamenta ma non si riesce a dare credibilità alla manifestazione. Nonostante i diritti sportivi televisivi acquisiti (in Italia trasmette Fox Sports) e le importanti società che partecipano. Qualificazioen alla fase finale in vendita, squadre dello stesso Paese subito insieme nel girone, golden set supplementari anche se sul campo tra andata e ritorno si verificano risultati diversi (un 3-0 e un 1.3 valgono allo stesso modo). E nessuno se ne vergogna. Cev, Federazioni, Leghe, Club. La password per dare credibilità non riesce a trovarla nessuno. Povera pallavolo...

CINEMA e MEDIA La Repubblica e L'ultima minaccia del Quarto Potere



 https://www.vistodalbasso.it/2017/11/18/cinema-la-repubblica-lultima-minaccia-del-quarto-potere/



Sembra incredibile ma ieri sfogliando La Repubblica e leggendo uno dei tanti articoli/commento dal taglio acido che hanno come bersaglio il Comune di Roma, mi è quasi andato di traverso il cappuccino... Un commento dal titolo Il muro che scherma il potere dei 5 stelle (tutto in carattere maiuscolo come l'ignoranza grafica contemporanea mischiata con la dislessia giornalistica troppo spesso impone) si concludeva in questo modo, con una citazione cinematografica tra le più celebri.

Viene da citare Humphrey Bogart in Quarto Potere: "Questa è la stampa, bellezza. E tu non ci puoi fare niente".
Cooooooosaaaaaa???!!!
Clamorosa gaffe. Come ogni cinefilo sa, la citazione appartiene ad un altro film, uscito in Italia con il titolo L'ultima minaccia, e non certo a Quarto Potere di Orson Welles, uscito undici anni prima, nel 1941, che non aveva Bogart nel cast.
La citazione tradotta è: "È la stampa, bellezza, la stampa. E tu non ci puoi fare niente... niente".
Scambiare Quarto Potere con L'ultima minaccia, Orson Welles con Humphrey Bogart non è svarione secondario. La frase è talmente famosa. Se uno la cita è perchè ha visto il film e la conosce, non so come sia stato possibile incappare in una simile gaffe. Sbagliare si sbaglia tutti, per carità, ma una volta il giornalismo insegnava che una citazione si controllava, prima di mandarla in stampa. E oggi con il web, bastano pochi secondi e un paio di clic. Ma allora è proprio vero, la stampa non è più la stampa di una volta, anche in testate così importanti. Il ruolo di denuncia che quel film mostrava in maniera affascinante e che conquistò generazioni di aspiranti giornalisti, è evaporato, sciolto nel marasma delle convenienze politiche. Il giornalismo non abita più qui, salvo rare eccezioni.


L'ultima minaccia ( titolo originale Deadline USA, regia Richard Brooks, 1952, con Humphrey Bogart)

mercoledì 15 novembre 2017

SPORT E SOCIETA' L'Italia delle palestre scolastiche fatiscenti (ieri e oggi...)


https://www.vistodalbasso.it/2017/11/15/sport-societa-litalia-delle-palestre-scolastiche-fatiscenti-ieri-oggi/


Sotto la nota scaturita dal TGCom24 e rilanciata da Basketnet.it

Perchè quando si parla di massimi sistemi, si tende a dimenticare la realtà italiana, la diseducazione, lo snobismo culturale con cui troppi insegnanti ritengono ancora l'attività fisica e la pratica sportiva solo un intralcio al vero apprendimento, una perdita di tempo rispetto allo studio delle vere materie scolastiche.
Beh, il corpo docente che a qualunque livello, dalla Scuola Elementare alle Superiori, si dimostra nemico dell'attività fisica, rivela in realtà tutta la sua inadeguatezza, la sua superficialità e il distacco tra l'immagine che si vorrebbe dare della scuola di oggi e l'amara realtà.
Se dovessi basare la mia opinione sul vissuto, direi che il meglio l'ho avuto alle elementari (alla Nazario Sauro). Avevamo un'immensa palestra (almeno a me pareva grandissima allora...) e anche ampio spazio all'aperto. Si correva, si faceva ginnastica, si saltava l'asticella e si imparava a far le capriole (cosa che, ho letto, molti bambini oggi non sanno più fare).
Alle Medie, il brusco risveglio, il peggio. La Giovanni XXIII, che obbligava perfino a deleteri turni di pomeriggio, non aveva una palestra, a volte si andava a piedi nella succursale limitrofa (o eravamo noi nella Succursale? Boh, chi se lo ricorda?) ma non ho ricordi nitidi della palestra. Ricordo invece benisismo che l'educazione fisica alla Giovanni XXIII si faceva in una stanza con una colonna portante in mezzo. Si corricchiava lungo il perimetro della stanza. E quando c'era la gara di salto in alto (con l'asticella rappresentata da un elastico) si prendeva la rincorsa in corridoio, si saltava e c'era il professore che attendeva a braccia aperte per evitare che il saltatore si sfracellasse addosso alla finestra semiaperta collocata un paio di metri oltre. Per la cronaca, quella gara la vincevo spesso (e quando non vincevo arrivavo secondo) avvantaggiato dall'agilità del brevilineo.
Poi le Magistrali (Caetani), con l'alternanza tra palestra tutto sommato passabile alla luce di altre situazioni, e cortile dove era stesa una rete di pallavolo che più sbrindellata non si poteva. La vera educazione fisica, in compenso, si faceva sui campi di calcio in terra dove spesso si andava a giocare il pomeriggio (accogliendo anche i prof di Latino ed Educazione Fisica...).
Quando poi per qualche anno ho avuto l'opportunità di insegnare, approdai in un Circolo didattico variegato. Zona romana difficile (Tomba di Nerone), un mix tra scuole tradizionali e moderne (Morro Reatino, Fosso del Fontaniletto, la miniscuola della Giustiniana), una delle quali, la principale, aveva una gran nella palestra ed un ampio spazio d'asfalto all'esterno. Peccato solo che non ci fossero...gli insegnanti di educazione fisica e tutto era lasciato alla voglia di fare del corpo docente. Ah, la bella palestra aveva l'unico difetto di essere stata pensata da qualche "genio" dell'architettura (se ci fate caso, a volte, la presunzione "folle" di certi architetti è pari solo a quella di certi grafici, entrambi completamente slegati e inconsapevoli della realtà) che l'aveva collocata al centro della struttura, totalmente aperta. Effetti collaterali: distrazioni frequenti degli scolari per il passaggio negli spazi sovrastanti della scuola, l'inevitabile chiasso, agonistico e non, che arrivava a disturbare la didattica nelle classi.


Fonte: TGCom24

Non tutte le scuole sono dotate di palestre. Ma quando ci sono, non è sempre una festa: pavimenti difformi (5%), finestre rotte (25%) e segni di fatiscenza vari (37%) non aiutano di certo lo stato di sicurezza degli studenti. I Dati Cittadinanzattiva.
Attraverso i dati del XV Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva, Skuola.net prende in esame i requisiti strutturali e lo stato di salute delle palestre scolastiche: il luogo ludico per eccellenza della scuola Italiana, il regno dei professori di Educazione fisica, non sembrerebbe navigare in ottime acque. I dati del rapporto sono stati raccolti tramite un monitoraggio civico condotto su un campione di 75 scuole in 10 regioni italiane, la lettura di fonti ufficiali e, infine, tramite l’istanza di accesso civico inviata da Cittadinanzattiva in 2821 Comuni e Province, relativi a 4401 edifici scolastici di 18 regioni.
Palestra? Assente
Il primo dato che fra tutti salta immediatamente all’occhio e che merita di essere esposto per primo è che non tutte le scuole sono dotate di palestre. Purtroppo mancano nel 28% delle strutture monitorate. Viceversa, laddove le palestre ci sono, scarseggiano delle attrezzature adeguate allo svolgimento delle attività sportive. Si segnalano, principalmente, arredi non a norma o attrezzi ginnici danneggiati (29%) che rallentano o addirittura bloccano del tutto il normale andamento delle lezioni.


Purtroppo, non è finita qui. Rilevati anche pavimenti difformi (5%), finestre rotte (25%) e segni di fatiscenza vari (37%) che non aiutano di certo a garantire la sicurezza degli studenti. Ma anche le pareti risentono di qualche danno: il 37% presenta muffe e infiltrazioni; e più di 1 palestra su 4 ha distacchi di intonaco (28%). A guardare più da vicino, poi, i dati riguardanti la pulizia degli ambienti adibiti alle lezioni di educazione fisica  scopriamo che in alcuni casi l’igiene scarseggia con polvere (29%), sporcizia (25%) e cattivi odori (21%). Da una attenta analisi del locale palestra emergono, inoltre, problematiche di carattere più tipicamente strutturale: assenza di porte-antipanico (27%), barriere architettoniche (19%), impianti elettrici non adeguati (22%).

martedì 14 novembre 2017

PENSIERI E PAROLE Andy Tillison, i Tangent e i barconi

«Volevo a ogni costo scrivere una canzone che parlasse della gente sui barconi che fugge dai propri Paesi per andare altrove, come viene vista dai media e dai politici.Volevo a un certo punto puntare la telecamera verso di loro, la povera gente che cerca di sopravvivere nella fottutissima barca...perchè è laloro vita! Continuiamo a trasformare la loro storia nella nostra storia, parliamo degli effetti che avrà su di noi, etc. 
Nel frattempo questa gente alla deriva nel bel Mediterraneo sta cercando rifugio da una vita di merda che, spesso, è in gran parte colpa dell'Occidente che ha sfruttato, i vari dittatori e le guerre. E' molto complicato da raccontare e non credo sia possibile in una canzone di due minuti, però ci ho provato»


Andy Tillison, musicista 

Il brano è Slow rust, dall'ultimo album dei Tangent, The slow rust of the forgotten machinery

VOLLEY Soli racconta Ravenna: pochi soldi, lavoro e idee

https://www.vistodalbasso.it/2017/11/14/volley-soli-racconta-ravenna-soldi-lavoro-idee/

La Bunge Ravenna è stata la rivelazione di questo primo mese e mezzo di SuperLega. Ravenna, una piazza che per la pallavolo ha significato tanto, dagli albori di questo sport all’epoca d’oro, quando all’improvviso, dopo il boom della Nazionale di Julio Velasco, grandi capitali sbarcarono sotto rete, dalla Fininvest berlusconiana al Gruppo Ferruzzi gardiniano. 

C’era una volta Ravenna allora, che nell’era del boom della pallavolo vinceva lo scudetto (1991) e la Coppa dei Campioni (tre volte consecutive, dal 1992 al 1994). Peppone Brusi dirigente, Daniele Ricci in panchina, fuoriclasse assoluti in campo, da Vullo a Gardini, alla leggendaria coppia statunitense Kiraly-Timmons, le punte di uno squadrone. Il tempo avvolge anche i ricordi più belli, la pallavolo a Ravenna ha conosciuto tempi difficili ma ora c’è un altra squadra giallorossa (discendente diretta per via delle fusione tra Robur Costa e Porto) che meriterebbe di risvegliare l’antica passione e di richiamare al PalaDeAndré una adeguata cornice di pubblico.
  La Bunge Ravenna è al quarto posto della SuperLega, beffardamente sconfitta, domenica sera a Verona, da un ace sporco, palla che tocca il nastro e si spegne sul flex, imprendibile e pone fine alla partita più lunga della storia del campionato nell’era Rally PointSistem: due ore e 42 minuti.
    Sulla panchina di Ravenna ora c’è Fabio Soli, 38enne modenese di Formigine, voluto dal direttore generale Marco Bonitta, che lo aveva voluto come vice ct nella Nazionale femminile.
Soli, come è nato il suo Ravenna?
«Assecondando le esigenze del budget, uno dei più esigui della SuperLega, come l’anno scorso. Contiamo sulla fiducia, sull’appoggio della Abbiamo puntato su situazioni tecniche ben definite: giocatori d’esperienza che vengono da campionati meno celebri e che vogliono rilanciarsi, magari accettando contratti ridotti. O giovani di talento, ancora inespressi, scommettendo, noi e loro, sulle qualità. Da aprile, quando cade l’ultima palla del campionato, lavoriamo senza sosta al video, guardiamo tonnellate di giocatori, le caratteristiche. Sembra che in estate non facciamo nulla invece lavoriamo in ufficio dalla mattina al tardo pomeriggio. Con l’ausilio dei nostri contatti. Se riesci a individuare giocatori giusti, ti cambia la stagione. Penso sia il grande valore di un club medio piccolo: non rinunciare ad un proprio staff, da Bonitta a tutti gli assistenti, la qualità del lavoro fa si che il talento venga individuato e sviuppato. È l’unico modo e siamo riusciti a portare in squadra giocatori che da un punto vista tecnico e caratteriale erano congrui alle nostre necessità. E che si sono trovati bene»
Orduna riciclato dopo le amarezze modenesi, Marechal, Poglajen, Buchegger: la spina dorsale del nuovo Ravenna?
«E non dimentichiamo gli italiani. Orduna l’abbiamo aspettato e inseguito tutta l’estate, avendo perso Luca Spirito per esigenze di mercato. Orduna ha sempre dovuto mordere il freno e guadagnarsi ogni centimetro. Sa gestire la squadra, è uno dei valori aggiunti. Poglajen non è giovanissimo ma ha la fiducia di Velasco in Argentina, Buchegger alterna cose stratosferiche a moenti di difficoltà».  
Quali sono le vostre ambizioni, possibile un inserimento nella top four, approfittando della partenza lenta di Trento?
«Non credo nella top four, la storia dimostra che i grandi team alla fine prima o poi risalgono, Trento piano piano crescerà, troverà la quadratura. Tante altre squadre hanno budget importanti e da anni investono per rompere le scatole alle quattro grandi: penso a Piacenza, Vibo, anche Milano. Credo che dobbiamo restare con i piedi per terra e goderci il momento e un posto che credo non sia il nostro. Non stupiamoci perchè abbiamo meritato ciò che abbiamo, ma non dovremo stupirci se verranno passi falsi o altri correranno più di noi» 
Ormai Ravenna non può più contare sul fattore sorpresa.
«Prima dell’inizio della partita di Verona ho parlato proprio di questo. Il quarto posto ce lo siamo guadagnati e meritati col lavoro, con il gioco. Una squadra come Verona ha preparato la partita come se fosse scontro diretto, e noi abbiamo sempre provato a giocarcela con chiunque. Finora ci stiamo riuscendo, sono arrivati buoni risultati e ciò ci dà responsabilità. Gli avversari ci portano rispetto e ci obbligano a giocare ancora più intensamente. Sì, l’effetto sorpresa è decisamente finito».
Cosa ricorda dell’epoca d’oro di Ravenna?
«Allora cominciavo a giocare, a Ravenna c’erano i grandi investimenti, i grandissimi campioni, come Vullo, che da palleggiatore ho sempre considerato grandissimo. Era un regista moderno e lo sarebbe tuttora. E’ ancora il mio preferito, insieme con Ricardo e Bruno, che ho avuto la fortuna di vedere da vicino a Modena»
L’esperienza con la Nazionale femminile cosa le ha lasciato?
«In un percorso in cui non si è mai sazi di apprendere, è stata la ciliegina sulla torta del mio percorso: ho lavorato con allenatori come Prandi, Daniele Bagnoli, Castellani, Bonitta. Avevo sempre vissuto il volley maschile: l’esperienza con le donne in una realtà affascinante e arricchente, ha accresciuto il mio bagaglio»
Cosa le hanno lasciato gli allenatori che ha avuto accanto, se deve ricordare una cosa di ognuno di loro?
«Silvano Prandi il grande rispetto che incuteva nei suoi giocatori, era il professore. Direi il suo rigore, la precisione nell’esprimersi. Il rispetto delle posizioni, dei ruoli. Dicevano che era passato di moda ma lui ha continuato a vincere all’estero. 
Daniele Bagnoli è…Daniele Bagnoli. E’ la persona che ho visto più di tutte interpretare il volley dieci minuti prima che succedesse. In campo metteva in atto cose che non avrei mai pensato. I cambi, l’interpretazione tattica. Una mente pallavolistica un passo avanti a tutti.  
Daniel Castellani ha un’impronta moderna, il gestore di gruppo di alto livello.  Marco Bonitta, una grande mentalità vincente, l’attitudine a volgere lo sguardo alla vittoria facendo scelte difficili, il suo grande valore aggiunto, e il saper trasformare situazioni negative in positive».
Che tipo di allenatore pensa di essere?
«Sono un giovane con tanta strada da percorrere per imparare soprattutto a gestire i ragazzi di oggi, in un mondo che cambia in fretta. Ragazzi che non sono più quelli che frequentavo io da giocatore, sono cambiate le esigenze, da un anno al’altro. Spendo tempo per informarmi, per capire come relazionarmi. Se devi far crescere giovani, bisogna colmare le lacune, ampliare le competenze, coinvolgerli in un progetto anche al di fuori dall’ambiente. Non si può più essere monotematici, pensare solo alla pallavolo». 
Immaginava che sarebbe diventato allenatore?
«Lo pensavo ma non credevo di allenare così presto, di bruciare le tappe in fretta: ho avuto fortuna. La fortuna è importante, me lo diceva spesso Daniele Bagnoli, che mi è rimasto nel cuore: conoscendolo ho capito come mai abbia vinto così tanto». 
I valori per lei sono importanti?
«Ho origini umili di cui sono orgoglioso, mio papà agricoltore, mamma casalinga, terzo di quattro fratelli. Credo che i legami familiari siano una delle cose più importanti. Ringrazio la mia famiglia che me li ha trasmessi. Ogni volta che posso li vado a trovare. E mi piace dedicare il mio tempo libero a mia moglie, è bello avere qualcuno con cui condividere i momenti difficili ma anche i momenti di gioia»


* parte di questa intervista è stata pubblicata sul Corriere dello Sport-Stadio di martedì 14 novembre 2017 
Foto Lega Pallavolo