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giovedì 30 maggio 2013

MUSICA Ventura highway, America




VENTURA HIGHWAY dall'album Homecoming degli America 1972

Roma non è la West Coast, ma introdurre l’album Homecoming degli America nel cd player dell’auto significa tuffarsi nel passato. Come per altri album, più che con altri album.
Eccola, è la prima, ti prende subito. Ventura highway, con le sue chitarre, le sue armonie, il suo calore, i suoi colori. E la mente torna a tanti anni fa, quando l’autostrada della speranza era tutta da percorrere. Il sole, il lungomare, i finestrini aperti per chi non poteva godersi una spider. Si poteva sognare di essere sull’asfalto della West Coast.
Se le canzoni sono stampelle su cui appendiamo la nostra memoria, come dice Don Backy, Ventura highway ha un suo posto di rilievo nell’armadio. Emozioni che non tramontano. Tre minuti per tornare indietro di 40 anni.


Per il sito Musica e memoria è... 
Una canzone sul tema della partenza e del viaggio, punteggiata dagli incontri che si fanno durante la strada e tutta percorsa dalla sensazione mista di malinconia e di speranza che accompagna ogni lungo viaggio che rappresenta una svolta nella vita. Ispirata secondo testimonianze di Dewey Bunnell degli America, dai ricordi nei viaggi in auto da bambino sulle strade americane assieme al padre, militare di carriera e alla famiglia.

Parole e Musica: Dewey Bunnell - Dall'album Homecoming (Ottobre 1972)



ASCOLTALA su you tube

http://www.youtube.com/watch?v=H_417HPjVFI

IL TESTO

VENTURA HIGHWAY
Chewing on a piece of grass
Walking down the road
Tell me, how long you gonna stay here Joe?
Some people say this town don't look 
Good in snow
You don't care, I know

Ventura Highway in the sunshine
Where the days are longer 
The nights are stronger
Than moonshine 
You're gonna go I know

'Cause the free wind is blowin' through
Your hair
And the days surround your daylight 
There
Seasons crying no despair
Alligator lizards in the air

Wishin' on a falling star
Watchin' for the early train
Sorry boy, but I've been hit by
Purple rain
Aw, come on Joe, you can always
Change your name 
Thanks a lot son, just the same

Ventura Highway
In the sunshine
Where the days are longer 
The nights are stronger
Than moonshine 
You're gonna go I know

'Cause the free wind is blowin' through
Your hair
And the days surround you daylight 
There
Seasons crying no despair
Alligator lizards in the air

LA TRADUZIONE

Masticando un filo d'erba camminando lungo la strada
dimmi, quanto tempo hai intenzione di rimanere qui Joe?
Alcuni dicono che questa città non si presenta bene sotto la neve
Non te ne importa, lo so.
Ventura Highway, nella luce piena del sole 
dove le giornate sono più lunghe
le notti sono più forti del chiaro di luna
Te ne andrai, lo so
Perché il vento sta soffiando tra i tuoi capelli 
e il giorno circonda la luce del giorno là
le stagioni stanno piangendo, non disperare
lucertole grosse come alligatori in cielo
in cielo
Aspettando di vedere una stella cadente
Scrutando quando arriva il primo treno
Mi dispiace ragazzo, ma sono stato colpito dalla pioggia viola
Forza, Joe, puoi sempre cambiare il tuo nome
Grazie molte figliolo, preferisco mantenere lo stesso
Ventura Highway, nella luce piena del sole
dove le giornate sono più lunghe
le notti sono più forti del chiaro di luna
Te ne andrai, lo so
Perché il vento sta soffiando tra i tuoi capelli
e il giorno circonda la luce del giorno là
le stagioni stanno piangendo, non disperare
lucertole grosse come alligatori in cielo
in cielo


AMERICA 

Gerry Beckley (nato il 12 settembre 1952 a Fort Worth, Texas)
Dewey Bunnell (nato il 19 gennaio 1951 a Harrogate, Yorkshire, Inghilterra)
Dan Peek (nato il 1 novembre 1950 a Panama City, Florida e morto il 24 luglio 2011 a Farmington, Missouri)
DISCOGRAFIA

1971 - America (anno dell'LP originale)
1972 - Homecoming
1973 - Hat Trick
1974 - Holiday
1975 - Hearts
1975 - History: America's Greatest Hits
1976 - Hideaway
1977 - Harbor
1977 - America Live
1979 - Silent Letter
1980 - Alibi
1982 - A View from the Ground
1982 - L'ultimo unicorno (colonna sonora)
1983 - Your Move
1984 - Perspective
1985 - In Concert
1991 - Encore: More Greatest Hits
1992 - Ventura Highway & Other Favorites
1994 - Hourglass
1995 - King Biscuit Flower Hour
1996 - You Can Do Magic
1996 - The Best of America - Centenary Collection
1998 - Human Nature
2000 - Highway 30 Years of America (box set)
2002 - Holiday Harmony
2002 - The Grand Cayman Concert
2002 - Complete Greatest Hits
2007 - Here & Now (doppio CD)
2011 - Back Pages

SU AMAZON
C'è il cofanetto con i primi cinque album, Original Series. Attualmente a circa 15 euro, 3 euro a cd. Un'interessante proposta per conoscere gli America all'inizio della loro carriera



lunedì 27 maggio 2013

CINEMA La grande bellezza




Come si fa a non pensare a Fellini? Nani, suore, Roma e una fasulla patina di dolce vita, in realtà facciata falsa, amara e disillusa. Un protagonista solitario in mezzo alla gente, attraversa città, storie, situazioni. Ieri Mastroianni, oggi Servillo. Ma è sbagliato e riduttivo etichettare l’opera di Sorrentino come una dolce vita del nuovo secolo.
“La grande bellezza” è un film intenso, ricco di spunti, ottimamente girato, con lampi di bravura funzionale, più che narcisistica. Sorrentino cerca, scopre e filma la bellezza nascosta di una città spugna, un calderone dove sogni, illusioni, superficialità ed ipocrisie diventano un magma indefinito e confuso. Dietro la facciata, noia, drammi esistenziali, gente che parla e straparla, gente che non ascolta. Non un film di semplicissima fruibilità, per chi ama la narrazione orizzontale.
Ma un film che suscita interesse, stimola riflessioni, pungola a cercare significati secondari ma reali. Superati i primi cinque minuti dove una musica fastidiosa introduce caotici splendori e miserie dei personaggi e della città (ma c’è anche chi, al contrario, apprezza e riconosce il martellante tappeto sonoro sui cui danzano come false marionette di una rappresentazione costruita sulla falsità).
Toni Servillo è il filo conduttore, l’anima della storia e del film, impensabile senza la sua mimica, le sue straordinarie e poliedriche qualità di interprete, la sua ironia, il suo disincanto, la noia e il rassegnato distacco con cui vive (vive?) la città e la sua fauna. Fa il giornalista come il cinema immagina i giornalisti. E dunque con scarsa aderenza alla realtà. Il suo direttore è una nana: ovvero la realtà vista dal basso, come non avviene quasi mai in un’epoca condizionata e dominata dall’alto. E la sua terrazza da sogno con vista Colosseo è privilegio da sturbo.
La grande bellezza di Roma in realtà non esiste, non ha un cuore pulsante, è un miraggio visto da lontano, palude di sabbie mobili che inghiottono con noncuranza chi non la sa capire, riconoscere, decifrare. La grande bellezza di Roma sopravvive nei luoghi celati e nelle opere d’arte. Scorci magici e suggestivi, intuizioni d’autore. Agli antipodi delle immagini da cartolina utilizzate da Woody Allen per raccontare una Roma che non c'è.
La grande bellezza degli animi va trovata scavando, interrogandosi, aprendosi alla voglia di grattar via la patina di superficialità che tutto avvolge. Perfino il cardinale che si ostina a voler parlare delle sue ricette, anche se nessuno lo ascolta, deve rassegnarsi. Perchè importa solo il mangiare, non sapere o comprendere cosa c’è dietro un piatto cucinato. E quando si prova ad andare oltre, spunta il dolore. La miseria della condizione umana, la solitudine, la malattia, fisica o psicologica.
Passaggi di sceneggiatura che restano, battute che strappano sorrisi perché Servillo è dramma e commedia, ironia e malinconia, anche se ha dimenticato la speranza.

* visto in edizione originale, senza sottotitoli

mercoledì 22 maggio 2013

VOLLEY A1 e A2 donne: niente stipendi? Non ti iscrivo!




Meglio tardi che mai. Il passato ormai è alle spalle, con le sue polemiche e le figuracce a ripetizione. Gli imbarazzi, i distinguo, le spiegazioni che non spiegano ma giustificano l’ingiustificabile. Magari è una pia illusione, forse però il germe del dubbio potrebbe aver attecchito perfino nel deserto. Non che si siano prese in esame le critiche e i suggerimenti ricevuti da quei cattivoni che scrivono sui giornali, non arriviamo a tanto, ma dopo svariate amarezze e forzate incomprensioni (normali tra chi parla lingue diverse stando su livelli diversi, e lontani), forse si può iniziare a mettere se non una pietra, almeno qualche sasso sul passato.
E guardare finalmente al futuro con occhi e regole diverse. Le emozioni e la passione suscitate dalla finale scudetto del campionato femminile di pallavolo, tra Conegliano e Piacenza, hanno forse contribuito a ricordare quanto può essere divertente il volley femminile, sfrondato dalla politica e dalle allucinanti situazioni che si sono verificate negli ultimi anni.
A volte ci saranno anche state buone intenzioni, ma la realtà di ciò che è avvenuto ha dimostrato che di errori ne sono stati fatti tanti e che le medicine prescritte non funzionavano nemmeno come effetto placebo.
Ma, appunto, guardiamo avanti. Registriamo un possibile cambio di marcia ed è bello auspicare che si possa seguire anche un’altra pallavolo femminile, con meno magliari e più gente perbene. Con società che mettono sotto contratto atlete e tecnici per una cifra e poi effettivamente onorano quei contratti, pagando gli stipendi ad ogni scadenza.
Promettere solo ciò che si può dare. E’ poco e le giocatrici vanno altrove? E’ nelle regole. Pazienza. Questa è la realtà della pallavolo italiana, qui e ora. Si faccia la squadra con ciò che il budget consente: tante italiane, tante giovani del territorio, qualche straniera che ci si può permettere. E i tecnici tornino ad insegnare a stare in campo universalmente. Tornino a far crescere le universali, come una volta: atlete in grado di ricevere anche se giocano centrali, schiacciatrici o centrali che possono diventare opposti. Perché come ha dimostrato l’Imoco Conegliano in finale, a un infortunio si può trovare un rimedio fatto in casa. Con quel che si ha.
Pazienza se il livello cala (perché è calato, non c’è dubbio e non c'è nulla di mala a registrarlo o ammetterlo) e le star azzurre vanno all’estero. Alla lunga questa politica è destinata a pagare. Altrimenti la fine è certa. 
L’agonismo fortunatamente genera spettacolo e pathos, anche se tecnicamente il gioco si abbassa di livello. Inutile voler viaggiare in Mercedes o Bmw se ci si può permettere l’assicurazione e il pieno per muoversi con una Panda. Non sono mica tutti politici! Non diciamo che si debba tornare al panino mangiato in pullman (però se dentro c'è roba buona e genuina...), ma prima ci si adegua alla nuova realtà, e meglio sarà per tutti.
Pretendere che sia stato pagato ogni stipendio per potersi iscrivere è sacrosanto. L’abbiamo sempre detto. Le nuove regole qualche margine ai disonesti lo lasciano ancora. Bisognerà lavorare in quella direzione, fornire mensilmente la trasparente situazione club-stipendi pagati. Sembra insufficiente una sola verifica (il 15 gennaio). E la percentuale di versato per poter accedere ai play off avrebbe potuto essere più elevata. Ma è un buon inizio, un segnale positivo che può farci credere che davvero si tenti di sanare un andazzo ormai insostenibile da vari anni.
Al volley femminile di club servirebbero poi tante altre cose. Ma i club non lo sanno e non gli viene in mente di chiedere suggerimenti per vendere meglio il prodotto che offrono. Ma per aprire dialoghi occorre saper incassare le critiche, specie quando sono oneste e disinteressate. Riconoscere le proprie carenze è il primo, indispensabile passo per poterle superare. Ma se non si sa comprendere nemmeno chi può essere d’aiuto, tutto diventa complicato.
   
       
I PUNTI NUOVI DEL REGOLAMENTO ISCRIZIONI ALLA SERIE A1 e A2
 - 1. La data ultima di presentazione delle domande di ammissione ai Campionati sarà venerdì 28 giugno 2013.
        2. Le Società di Serie A1 e A2 dovranno aver provveduto entro l'inizio del Campionato 2013-14 al pagamento del 100% degli importi dovuti per la stagione 2012-13, pena la non ammissione al Campionato stesso.
         3. La Camera di Conciliazione non sarà concessa per i compensi 2012-13 ai fini dell'iscrizione al Campionato 2013-14.
         4. E' previsto un unico controllo sullo stato dei pagamenti per la stagione 2013-2014, fissato al 15 gennaio 2014.
         5. Tutte le società partecipanti ai Campionati di Serie A1 e A2, entro i 15 giorni precedenti la fine della Regular Season, dovranno aver versato almeno il 50% dei compensi dovuti per la stagione 2013-2014, pena la non ammissione alla fase Play Off.
        6. I dirigenti delle Società oggetto di provvedimenti da parte degli Organi Giudicanti della Federazione in riferimento al mancato adempimento degli impegni economici nei confronti dei tesserati non potranno far parte di Società partecipanti ai Campionati 2013-2014, fatto salvo il totale adempimento dei pagamenti in oggetto.
        7. Le società che durante la stagione 2013-2014 riporteranno sanzioni da parte degli Organi Giudicanti Fipav, in termini di punti di penalità, non saranno considerate ai fini del ranking previsto per le qualificazioni alle Coppe Europee 2014-2015.

ATLETICA - Fiasconaro all'Arena. 40 anni dopo il suo record mondiale



Marcello Fiasconaro sarà in Italia 

Quarant'anni dopo Marcello Fiasconaro torna protagonista all'Arena di Milano. Il prossimo 27 giugno sarà il testimonial speciale dei Campionati Italiani di atletica leggera, che si svolgeranno all'Arena milanese.  La data è speciale: 27 giugno, esattamente 40 anni dopo il suo primato mondiale: 1'43"7, siglato su quella pista, in diretta tv. Era l'atletica in bianco e nero, che entrava nelle case con i grandi appuntamenti, la Coppa Europa, gli Europei, gli incontri tra Nazionali, spesso mostrata dalla Rai nel "Mercoledì Sport", appuntamento fisso settimanale. Emozioni e sogni di un'Italia che reclamava un posto tra le grandi negli anni in cui l'atletica era la regina dell'Olimpiade ma non ancora regina dello sport businness, come sarebbe poi diventata con Nebiolo presidente della Iaaf. Bentornato Marcello!

lunedì 20 maggio 2013

VOLLEY Leon, /Fivb, basta complicità!






“Io mi sento cubano. E per sfortuna lo sono”. Se Wilfredo Leon avesse voglia di canticchiare e conoscesse la lingua italiana e Giorgio Gaber, forse canterebbe così. Inutile negarlo, qualche mese fa ci eravamo un po’ tutti illusi che davvero Cuba volesse cambiare atteggiamento nei confronti dei suoi “figli” affezionati, semplicemente restituendo loro la dignità che ogni essere umano merita, a prescindere dal luogo in cui è nato. Si parlava di aperture in un’epoca in cui le chiusure paiono sempre più mostruose, illogiche. E avevamo abboccato, avevo anch’io creduto che ormai perfino Cuba potesse cambiare. A costo zero, recuperando la simpatia che il popolo cubano merita, inducendoci a far finta di non rammentare gli sgarbi fatti a Tai Aguero e alla sua mamma morente nel 2008, le squalifiche biennali inflitte a tanti ragazzi campioni del volley (da Marshall a Simon) la cui unica colpa era quella di sognare un futuro migliore grazie alla loro abilità nel giocare a pallavolo.
Wilfredo Leon non ha ancora 20 anni, è cresciuto con il mito del grande Joel Despaigne (che ora vive in Italia, lavora con l’IHF Frosinone, A2 femminile), fosse nato in qualsiasi altro posto del mondo avrebbe risolto la sua vita con ingaggi a vari zeri, dopo aver trovato l’amore che lo ha condotto in Polonia.
Lesa maestà! E’ stato estromesso dalla Nazionale per la World League e ora la Federazione cubana non lascia ma raddoppia: quattro anni di squalifica. E’ vero che Wilfredo è giovane e anche tornando a 24 anni, dopo quattro stagioni di stop, potrebbe cercare di riprendersi i suoi sogni, ma una simile pena è intollerabile. Quattro anni di stop si infliggono a chi si macchia del reato di doping. Non a chi si innamora e vorrebbe lavorare sfruttando le sue qualità.
E qui subentrano le complicità contro cui ogni anima civile ha il dovere di mobilitarsi. Era intollerabile il comportamento alla Ponzio Pilato della Federazione Internazionale di Volleyball. Acosta umanamente capiva i giocatori, era dalla loro parte, ma poi non voleva mettersi in confitto con la federazione caraibica. A qualcuno forniva l’”umbrella” protettiva della Fivb, ad altri no. E i condannati dovevano restare due anni senza poter lavorare/giocare. Intollerabile. Scandaloso.
Mai però come assistere passivamente ad una sanzione quadriennale, assolutamente fuori dal tempo e dalla civiltà. Agghiacciante, direbbe Antonio Conte, l’allenatore della Juventus. Quando si parla di diritti umani non si possono ignorare le prese di posizione della federazione cubana di pallavolo. Certo, non si tratta di sterminio di massa, carcerazione preventiva o torture (almeno per quel che ne so…). Ma stiamo parlando anche di un Paese di cultura e tradizioni come Cuba.
La Fivb e il suo nuovo presidente, il brasiliano Ari Graca, ha il dovere di prendere posizione. Wilfredo Leon è stato uno degli “eroi” della Fivb nell’ultima World League, un campione su cui la stessa Fivb ha puntato per lo sviluppo del volley. Beh, caro presidente Graca, gli eroi vanno trattati bene e difesi dalle angherie che subiscono. Il mondo della pallavolo, del volleyball, nel 2013 non è disposto a sopportare che un suo giovane talento sia “gambizzato” per quattro anni e tolto vigliaccamente di mezzo. Il mondo è cambiato, e quasi sempre e ovunque in peggio. Ma la voglia di indignarci c’è sempre e oggi può farsi sentire da un continente all’altro grazie alla rete. Basta con le squalifiche dei giocatori cubani. E non venga a parlare di ingerenze, non venga a raccontare che le federazioni sono sovrane. Sovrano è il diritto delle persone di scegliere la propria vita, se non fanno male a nessuno. Presidente Graca, serve un coraggio da… Leon. Lei ce l’ha?*



 Ci vorrebbe un amico...
Non so perché ma mentre scrivevo mi è tornato alla mente un film ed il suo personaggio interpretato da Jean Reno. Lui si che saprebbe come fare…

VOLLEY, li vedo neri





Quando la moda richiama l’attenzione su una partita di pallavolo. E’ accaduto domenica a Loreto, in occasione della finale della Junior League, che assegnava il Trofeo Serenelli. Ha vinto la Lube Macerata battendo 3-2 l’Itas BTB Trento, ma non è per questo che verrà ricordata la partita delle magliette nere.
La Lega Pallavolo si è prodigata affinché rimanessero tracce evidenti della sua efficienza, riuscendo a far trasmettere la partita in diretta web su Sportube.tv e scongiurando la possibilità che solo i fortunati spettatori del palasport marchigiano potessero apprezzare pienamente il colpo d’occhio cromatico. Tutte e due le squadre si sono presentate in campo ed hanno giocato indossando magliette dello stesso colore, nero. Perché il nero sfina, si sa. I ragazzi non hanno ancora la maledetta pancetta dei sedentari, ma è meglio abituarsi.
Mentre stava per iniziare la finale, è arrivato un dispaccio urgente che richiamava le due squadre alla par condicio, essendo in alcune regioni tempo di elezioni. Alla fine si è trovato un compromesso, per non far vedere tutto nero anche ai giovani del volley, che vorrebbero avere un futuro più roseo che non fosse limitato alla lettura di un giornale sportivo. Ogni squadra ha accettato di far cambiar colore di maglia ad un suo giocatore, estratto a sorte. Per par condicio, in omaggio a schieramenti ormai rimossi dagli stessi interpreti, la maglia di questo LIBERI pensatori e giocatori è stata scelta di colore rosso. Rosso e nero, come ai tempi di Don Camillo e Peppone, i personaggi con cui Guareschi ha fatto divertire generazioni di lettori.
Per gli arbitri è stata una giornata particolare. Intanto hanno perso la diaria giornaliera ricevuta dalla Federazione, perché trasformata in ammenda da parte della Lega, con la seguente motivazione: “I direttori di gara si sono presentati in campo indossando una maglia bianca, ed hanno costituito elemento difforme, non rispettando il dress code indicato dalla Lega per l’accesso al seggiolone ed al campo (“Maglietta nera”).
Un atto di disobbedienza secondo alcuni riconducibile alla militanza dei direttori di gara ad un gruppo attivista per la supremazia bianca che ha sede ad Austin, nel Texas (con succursali a Memphis, Tennessee). Ma gli arbitri si sono difesi negando e sostenendo trattarsi di un caso di omonimia. Per questo poi è stato difficile per gli addetti al tavolo, mantenere il corretto punteggio. Ad ogni palla dubbia, gli arbitri rispondevano infatti: “E’ della squadra in maglia nera”.
Nel dopopartita, secondo indiscrezioni, si è appreso che la Lega di pallavolo maschile avrebbe non solo tollerato, ma addirittura incoraggiato questa sfilata in maglietta nera, spinta da moti di invidia per i colleghi della Lega pallavolo femminile, che durante la stagione erano riusciti ad allestire per due volte uno spettacolo analogo. Nella prima occasione il piano fu sventato e una delle due squadre fu costretta a cambiare colore di divisa. La seconda invece andò a buon fine godendo anche della diretta televisiva su RaiSport. La Lega maschile incassò il colpo e progettò in quei giorni l’azione dimostrativa.
Era stato progettato l’evento in occasione dello spareggio scudetto fra Trento e Piacenza, con diretta televisiva su RaiSport. Tutti con maglie di identico colore. Ma pare che il presidente Mosna sia stato accusato di conflitto di interessi (quando ha visto i 14 giocatori in maglia nera avrebbe detto: “Lasciamoli giocare”). Ma gli arbitri, non avendo ricevuto gli indumenti neri in tinta, hanno rifiutato il sottobanco in nero, ed hanno costretto i giocatori a cambiarsi, sventando il piano.
Così la Lega maschile, che non voleva finire la stagione senza pareggiare il conto con la Lega femminile, si è accontentata della diretta web e all’ultima occasione utile. E proprio allo scadere ha segnato l’autogol del pareggio. Al flash-mob di Loreto hanno assistito anche alcuni osservatori stranieri, accorsi in seguito ad una soffiata. Al termine hanno chiesto ai dirigenti di Lega come vedevano il futuro della pallavolo di club in Italia. “Lo vediamo nero” è stata la risposta, in tinta.

*ringrazio per le foto gentilmente concesse Itas Diatec Trentino e Lube Banca Marche Macerata
** tratto da una storia vera
*** le vicende raccontate sono immaginarie, parto di una mente condizionata da anni e anni di politica pallavolistica

domenica 19 maggio 2013

ATLETICA La seconda volta






Quasi sedici anni, dal 1980 al 1996, spesi con soddisfazione e divertimento professionale, seguendo le vicende dell’atletica italiana e internazionale. Un periodo fortunato perché le prime trasferte in occasioni dei grandi eventi erano accompagnate da eccellenti prestazioni della Nazionale italiana di atletica. Europei di Stoccarda, Spalato e Helsinki, Mondiali di Roma, Tokyo, Goteborg, Olimpiadi di Barcellona.
 Il bello di questo sport, dovendolo raccontare, era la varietà di storie umane con cui si poteva venire a contatto. E nella maggior parte dei casi la disponibilità degli atleti a raccontarsi, a parlare, magari dopo qualche mugugno legittimo perché della loro specialità si leggeva poco sui giornali (i marciatori, ad esempio). E quando c’era l’occasione, oggi ormai impossibile, di una trasferta condivisa meno importante e stressante (come l’indimenticabile Coppa del Mondo di marcia all’isola di Man, per dirne una, con quell’istrionico e simpatico personaggio che era allora Raffaello Ducceschi), nascevano legami che consentivano un approccio più approfondito nel momento in cui poi c’era da raccontare.
Sedici anni di vittorie e sconfitte, speranze, medaglie vinte e medaglie mancate. Inutile scrivere un elenco di nomi, diciamo che l’arco temporale andò da Sara Simeoni a Fabrizio Mori, da Cova a Panetta, passando per Maurizio Damilano e Antibo, Ileana Salvador e Didoni, Andrei e Lambruschini, Mei, Aouita, Lewis, Pavoni, Bordin e Pizzolato, De Benedictis con cui si poteva parlare dei remix dei Kraftwerk. 
Una vita fa, che ad un certo punto, tanti, ma tanti anni dopo, torna a galla. Il masso che la teneva in fondo al mare delle esperienze vissute, si libera della corda che lo tratteneva laggiù.

E pian piano frammenti di quella vita lontana si riaffacciano. La gentilezza indimenticabile di Sara Simeoni ed Erminio Azzaro in quella certa giornata alla Scuola di Formia (con il giovanissimo interlocutore, non con una grande firma); la notte dei lunghi coltelli del nostro mezzofondo dopo il Bislett di Oslo; l’irruzione sotto la pioggia sulla pista del Neckarstadion di Stoccarda per il podio tutto azzurro (roba d’altri tempi ormai); la chiacchierata nella stanza di Stefano Mei dopo la più grande vittoria della sua carriera, il racconto di Totò Antibo, seduti sugli scogli e sotto il sole di Spalato, la convulsa notte di Barcellona con le squalifiche e le medaglie che andavano e venivano nella marcia, le due ore ad aspettare la Ozoeze uscire dall’antidoping a Tokyo, padroni dei corridoi dello stadio giapponese la mattina dell’oro di Damilano. 
Le 80 righe di intervista con Antibo rimasto in silenzio e scappato via dopo la triste notte dei Mondiali ’91  E poi il mondiale in casa, allo Stadio Olimpico romano che fin da bambino frequentavo andandoci a piedi, su e giù per la De Amicis alberata.
 Le crepe che si allargano: il salto allungato, il doping che esplode. Elementi che poi attenuarono il rimpianto del distacco.
Si dice che non bisogna mai guardarsi troppo indietro, perché la vita è adesso (pardon, signor Baglioni, scusi la citazione). E non avevo alcuna intenzione di farlo. Ma nella vita non sempre si può scegliere, certe cose succedono e basta. Partire, lasciare. Ma anche tornare.
Dopo sedici anni spesi diversamente, occorre riaffacciarsi nel mondo dell’atletica. Tutto è cambiato. Io, loro, il lavoro, gli atleti, tutti. Niente è come prima ed è anche normale.
Quello che mi ha colpito però è stato il modo in cui ho ritrovato persone. Sedici anni ti fanno dimenticare. Non sei più un volto, non sei più un nome. 
Normale, logico. Però è difficile da accettare per chi erroneamente pensa di dedicarsi a cose importanti, cose che restano. Macchè. Ed è questa la lezione. Non bisogna mai illudersi, tutto passa, tutto scorre. Cose note, ma un conto è leggerle un conto è viverle.
Ed ora è perfino divertente notare il diverso atteggiamento di persone che conoscevi e frequentavi, con cui eri abituato a parlare al telefono. 
Ricominciare da zero non è semplice, come doversi presentare a qualcuno che conosci e che ti conosceva. Siedi accanto a vecchie conoscenze per le quali hai smesso da tempo di esistere.
 C’è chi ti riconosce con un sorriso, e allora sembra che il tempo quasi non sia passato. C’è chi accende l’interruttore della memoria e tutto riparte.
C’è chi ti guarda e non ti vede. Invisibile anche a chi magari ha da qualche parte il racconto delle sue gesta e delle sue parole che inizia col mio nome e cognome.
Così vanno le cose. Importante è saperlo mentre si vivono. Tutto è relativo, ma serve la seconda volta per capirlo, per rendersene conto quando dimentichiamo la giusta distanza da tenere nei rapporti professionali.
 E per fortuna può anche capitare di trovare parole affettuose e gratificanti a distanza di migliaia di chilometri, perché c’è anche chi non ha dimenticato. E addirittura si ricorda. Sarà un caso che la memoria è donna?