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mercoledì 31 luglio 2013

VOLLEY, Civitanova dà scacco a Macerata



Il Comune di Civitanova Marche fa una domanda e aspettando la risposta dà già scacco al Comune di Macerata. L'offerta è di quelle che non si possono rifiutare. In sintesi Civitanova ha chiesto alla Lube Banca Marche Macerata: "Se vi costruiamo qui a Civitanova Marche un nuovo Palasport da 4000 o - meglio - 5000 posti, voi poi venite qui a giocare? Vi trasferite?"

Per una società che da sempre lotta con l'esiguità della capienza del FonteScodella, con l'inadeguatezza di un impianto che non è in grado di soddisfare le richieste del pubblico in occasione di play off scudetto e Champions League, questa domanda deve essere stata musica per le orecchie. Probabilmente in casa Lube si contano i giorni. Pare che se la cosa si farà, basterà un anno per avere pronto l'impianto, per la gioia di tutti i tifosi della Lube Macerata. Se poi qualcuno "rosicherà", non potrà che prendersela con se stesso. In Comune con la Lube, Macerata  avrà solo il passato.

ATLETICA Chiamatemi Pedroso


Missione compiuta. Yadisleidy Pedroso ha indossato domenica a Milano la prima maglia tricolore della sua carriera italiana, aggiudicandosi i 400 ostacoli in 55”26, davanti alla Gentili ed alla statunitense azzurra Jennifer Rockwell, un'altra che ha scelto di vivere la sua carriera di atleta da questa parte dell'Oceano.
    «E’ la mia prima maglia tricolore, ci tenevo tantissimo» dice Yadis, 26 anni, cubana che ha sposato il suo allenatore salernitano Massimo Matrone. Yadis ha dato la priorità agli Assoluti, pur avendo la possibilità, grazie al suo manager Federico Rosa, di gareggiare nella tappa di Londra della Diamond League. Ma non c’erano i voli giusti per saltare da Londra a Milano in tempo per le batterie, così la Pedroso ha scelto l’Arena, facendosi conoscere dal pubblico italiano che ha seguito gli Assoluti su Raisport e facendo felice il suo club, il Cus Pisa e il suo presidente Fabio Mariotti.
    Londra le sarebbe servita per farsi conoscere a livello internazionale, per attirare l’attenzione di sponsor importanti, che il prossimo anno potrebbero supportarla (e pare che il lavoro di Rosa e l’attenzione di Niyongabo potrebbero tradursi in un accordo con la Nike).
    «C‘è il rammarico che Yadis non possa vestire la maglia azzurra ai Mondiali di Mosca - racconta Massimo Matrone, il marito allenatore - Erano il nostro obiettivo finale per il 2013 ma purtroppo Cuba, tramite Juantorena, ha fatto in modo di impedirlo. Il 10 marzo la Iaaf, dopo aver esaminato i documenti, autorizzava Yadis a correre per l’Italia, il 20 marzo la Iaaf ci ha comunicato il prolungamento dell’attesa perché Juantorena aveva scovato una gara del 5 luglio 2009. E pensare che avevamo anche la liberatoria firmata da Cuba. La data dell’ok azzurro è ora quella del 13 dicembre»
    Yadis è motivatissima in questa sua ascesa nell’atletica italiana. E’ nata a Cuba, all’isola resterà sempre legata, ma ora il suo sogno è quello di trasformare l’etichetta di italo-cubana in un semplice nome e cognome, Yadis Pedroso. Un po’ come avvenne a Fiona May.
    «Sembra quasi, a sentire italo-cubana, che io non sia una vera italiana. Spero di diventare abbastanza brava e conosciuta, spero di essere Pedroso e basta»
    Matrone spiega i quattro obiettivi stagionali raggiunti: «Record italiani sui 200, 300 e 400 ostacoli, poi il titolo tricolore».
    Il 54”54 di Shanghai e lo scudetto di Milano hanno fatto capire a Yadis di aver lavorato bene.
     «La programmazione che è stata fatta per conoscerla, un anno e mezzo per cucirle il vestito adatto - racconta Massimo Matrone - La Fidal ci ha aiutato facendoci andare a Formia, un centro di altissima qualità. Ti puoi allenare, fare l’atleta: lì c’è la tranquillità, la possibilità di allenarsi da professionista e senza distrazioni. Hai tutto a disposizione»
    Doveroso per Massimo e Yadis, il ringraziamento a chi fin dallo scorso anno li ha supportati nel cammino: «I risultati stavano arrivando già l’anno scorso, grazie ad una equipe tutta salernitana. Il centro Salus di Giovanni Carmando, la Casa di Cura Clinica Tortorella, della mia amica Giovanna d di Giuseppe Tortorella, Roberto Mazzeo con la sua Visusport Olio che produce un olio particolare per muscolatura post e pre gara»
    E’ ottimista Massimo: «Siamo solo all’inizio, il bello deve ancora arrivare»
    Yadis ha avuto a Milano la sensazione che avrebbe potuto essere più veloce: «Mi sono sentita molto forte, nella distribuzione della gara, non ho fatto la consueta ritmica, ho sbandato tre volte, non era previsto, ma con tutti questi errori ho fatto 55.26»
    Yadis e suo marito hanno dedicato il titolo a Mario De Simone, ex nazionale salernitano di taekwondo, scomparso prematuramente a 32 anni. «Era un atleta che mio marito seguida da quando aveva 14 anni. Sognava l’Olimpiade, spero di riuscire a gareggiare ai Giochi di Rio, anche per lui. Qualche volta ci siamo allenati insieme, quando veniva al campo diceva che ero una gazzella»


testo apparso sul Corriere dello Sport del 31 luglio 2013

CALCIO Zuniga saltella, lo sguardo di Ljajic

Almeno tre volte a settimana, impegni permettendo ho modo di seguire al mattino i tg sportivi a ritmo continuo di SkySport24. Mentre faccio altro: cammino, pedalo. Cuffiette nelle orecchie e occhi anche sul video. E' il bello dei nuovi centri fitness...
Ascoltare e riascoltare, magari distogliendo lo sguardo dal video, aiuta a rendersi conto di cose che ormai vengono ritenute normali. Il calcio raccontato in tv se non 24 ore al giorno, almeno 18, ha tra le controindicazioni quella di creare una realtà virtuale, spesso molto distante dalla realtà. Dovendo parlare, parlare, parlare, è naturale che si finisca anche col dire se non sciocchezze, sicuramente ad ingigantire dettagli trascurabili e senza importanza. Talvolta ci scappano irresistibili spunti comici. Stamane ad esempio si è ascoltato il conduttore chiedere alla inviata dal ritiro della Fiorentina che sguardo avesse Ljajic, un altro dei calciatori che d'estate avverte mal di pancia perchè vuole andare a giocare altrove. Scelte di vita ovviamente, le fanno tutti, non per guadagnare più soldi e farli guadagnare al procuratore. 
La malcapitata cronista si è ben difesa, raccontando che se un giocatore passa in pullman o in auto con vetri oscurati, sedendo in un posto che non sia al finestrino e magari porta occhiali da sole, beh, per leggere lo sguardo incacchiato o sereno ci vorrebbe un mago (non Otelma però).
Tornando a Zuniga, sono stati raccontati gli intrighi di mercato tra Napoli e Juve, che nonostante le parole dette, hanno ricominciato a discuterne. Ma è stato detto che dopo quello che ha fatto Zuniga, come si fa a ipotizzarlo in banconero? Ora qualcuno potrà pensare che Zuniga ha fatto chissò cosa. Ha insultato giocatori o dirigenti juventini? Macchè. Il "dopo quello che ha fatto Zuniga" si riferisce ai saltelli fatti dal colombiano durante l'amichevole col Galatasaray, dopo il bel gol segnato proprio da Zuniga. Il San Paolo ha iniziato il solito coro chi non salta... eccetera eccetera (in questo caso juventino è) e il giocatore, che in ritiro era stato bersagliato dai tifosi per non aver accettato di saltare, stavolta è stato al gioco ed è rimbalzato sull'erba. Qualche saltello, ma è bastato a mandare in visibilio il tifoso partenopeo standard.
Ma provate a immaginare i fiumi di parole spesi se Zuniga non avesse segnato e saltato. Apriti cielo. Ragioni di opportunità facilmente comprensibili. Come avrebbe fatto a vivere e giocare a Napoli se poi il mercato non lo porterà altrove? Zuniga non ha fatto proprio nulla di offensivo. Se qualche tifoso juventino se l'è presa, peggio per lui se non ragiona. Come i fischi a Isla, che forse alla fine non va all'Inter e resta alla Juventus. Sono stati interpretati come atto di protesta contro il giocatore, che peraltro non ha reso come ci si aspettava perchè reduce da un brutto infortunio. Ora che sta bene...Meglio tenerlo. Forse i fischi erano diretti alla scelta del giocatore cileno di voler andare all'Inter, non testimonianza che il fan juventino non volesse più Isla in squadra. Quindi, a ben considerare, erano fischi di stima e non di ostilità. Pò  esse? Pò esse, pò esse, direbbe il mio amico Lando Fiorini.
E comunque il calcio chiacchierato può risultare insopportabile. Tempeste in bicchierini di carta, un mondo a parte autoreferenziato. Amo il calcio che dura 90 minuti, magari 120, al massimo arrivo ai rigori. Quel che viene dopo, è un teatrino se non insopportabile, talvolta fastidioso.

martedì 30 luglio 2013

MUSICA Mengoni pronto a correre al Bentegodi

http://www.youtube.com/watch?v=ZvrJafIrgIA



Marco Mengoni dai palasport allo Stadio. Lo sport è una costante nella vita del musicista di Ronciglione che giocava a pallavolo. Per lanciare "Pronto a correre" ha girato un video, la cui regia è stata affidata a Gaetano Morbioli, uno dei registi italiani più noti nel settore musicale. Essendo veronese, Morbioli ha scelto proprio lo stadio cittadino, il Bentegodi, per ambientare e girare il video che illustra il brano trainante dell'ultimo album di Marco Mengoni#Pronto a correre


La prima volta che parlai con Marco, per il Corriere dello Sport

ROMA, 24 marzo 2010 - Da quando è uscito il suo primo cd, è in testa alla hit parade. Dopo aver vin­to il campionato di X Factor, si è piazzato terzo nella Champions League canora, il Festival di Sanremo. Nemmeno l’album po­stumo di Ji­mi Hendrix è riuscito a scalzare il Re matto di Marco Mengoni dalla vetta della classifica degli album più venduti. Non c’è dubbio che Marco sia il fenomeno musicale del momento: tut­ti lo cercano, tutti lo voglio­no, pochi forse sanno che Marco da ragazzo è stato un giocatore di pallavolo, nella sua Ronciglione. «Si, ho giocato in vari ruoli ­racconta Marco, entrato nel frullatore degli impe­gni promozionali per il suo ep d’esordio - mi piaceva di più quello di martello, ero più bravo in attacco che in ricezione. Ho gioca­to tanti tornei nella Tu­scia».

La sua era una passione autentica, che lo ha portato al Palazzetto per vedere i suoi campioni preferiti:
«Ho pure l’autografo del grande Mastrangelo, mi piacciono molto anche al­tri giocatori, come Vermi­glio ad esempio».

Andrà a vedere i Mondia­li di Italia 2010?
«Con gli impegni che ho adesso dovrei sdoppiarmi. Ma se mi invitano vado vo­lentieri, farò il possibile per esserci».

Qualche anno fa fu pro­prio lo sport la sua salvez­za.
«È vero, per certe pro­blematiche ero arrivato a pesare 95 chili, avevo ce­duto al cibo. Fu allora che mi buttai sullo sport, gioca­vo anche a tennis. Mi piace molto, purtroppo finora so­no riuscito a vedere soltan­to le donne agli Internazio­nali del Foro Italico».

Figlio unico («Viziato? Un po’ forse si... ») Marco Mengoni asseconda la tra­dizione familiare tifando nel calcio per la Roma. A 14 anni si rimbocca le maniche, co­mincia a darsi da fare per guada­gnarsi l’indi­pendenza, la possibilità di vivere a Ro­ma.
«Ho lavorato nei pub, arrivavo a fine mese con 10 euro in tasca, avete presen­te quando si mangiano sca­tolette e roba del di­scount?».

È nato il giorno di Nata­le («Che sfiga, mai un com­pleanno con gli amici, solo parenti»). La passione per il canto, l’amore per la mu­sica, l’umiltà nell’approc­cio con qualunque cosa fa­cesse. Marco guadagnava andando a cantare ai ma­trimoni, qualche se­rata nei pia­no bar, ha fatto anche il fonico.
«Ero quel­lo a cui da­vano le cose più noiose da fare. Ma per me non era una palla, mi piaceva oc­cuparmene».

Ora che ha conosciuto il successo, non intende certo sentirsi arrivato, sapendo bene quanto possa essere effimero e sfuggente se non sostenuto da basi soli­de.
Canta, strimpella la chi­tarra, suona il pianoforte, ama i classici del rock.
«Devo assolutamente ri­prendere a studiare il pia­no» dice Marco, che inizia a lavorare alle sue can­zoni nello studiolo ca­salingo, con l’aiuto del pc. Lì nasco­no le idee che poi por­ta allo studio di registrazione. «Sono uno che non ama gli accademismi. Nel mio Re matto ci sono le influen­ze della musica che mi pia­ce. Le note sono sette... la musica è come la moda: bi­sogna conoscere ciò che c’è stato, impossibile non farsi influenzare».

Di quale gruppo le sareb­be piaciuto essere il can­tante?
«Amo tante band, diffici­le sceglierne solo una. Pos­so dire che avrei tanto vo­luto anche solo raggomito­lare i fili ai Rolling Stones, oppure ai Queen, ai Pink Floyd».

È orgoglioso dell’acco­glienza che gli hanno riser­vato molti musicisti, Mina e Celentano sono tra i big che gli hanno espresso am­mirazione. Traguardi?
«Faccio quel che posso nel quotidiano, senza pretese».

Ora lo attendono lunghi mesi in giro per l’Italia, sa­rà in Tour fino alla fine del­l’anno
«Ma almeno a Na­tale, per i miei 22 anni, vo­glio essere a casa... ».

ATLETICA La bella Italia senza frontiere






E‘ spiacevole accostare l’atletica a recenti, brutti, episodi di razzismo che hanno occupato le pagine dei giornali italiani negli ultimi tempi. Ma non c’è dubbio che la tre giorni milanese, in occasione degli Assoluti dell’Arena, ha trasformato l’appuntamento in un significativo spot contro ogni forma di discriminazione.
    E’ l’Italia più bella quella mostrata dalla nostra atletica, uno sport che non fa distinzioni di colore e provenienza, che fa convivere talenti dalle diverse origini ma accomunati nei loro sogni, sotto la bandiera azzurra, con maglie tricolori, tanti sacrifici quotidiani e un futuro tutto da scrivere. Emozioni da raccontare con i vari accenti regionali, come è sempre accaduto, ma con una valenza accresciuta di risvolti sociali. Testimonianze di integrazione che si fa quasi fatica a sottolineare, perchè non ci si dovrebbe nemmeno stupire.
    Nove atleti speciali hanno vinto i tricolori, nove italiani con storie diverse. Molti già noti, altri che si sono affacciati per la prima volta ad una ribalta così importante. A fianco potete scoprirli e prendere confidenza con i loro volti. Da Gloria Hooper a Yadis Pedroso. Da Hassane Fofana a Sara Jemai (entrambi di Gavardo, in provincia di Brescia, nati entrambi nel 1992 - lui il 28 aprile, lei il 12 - una doppietta tricolore da record per il piccolo centro lombardo, meno di 12.000 abitanti), da Eusebio Haliti pugliese d’Albania, a Merihun Crespi. Dall’ex calciatore Delmas Obou alla bimba prodigio milanese, di origini ucraine, Nicole Svetlana Reina. Farà 16 anni solo a settembre e fino a pochi mesi fa doveva andare a Chiasso, in Svizzera, per poter gareggiare con le grandi. E poi c’è Jamel Chatbij, marocchino che ha iniziato a correre in Italia, dove ha trascorso metà della sua vita. Ora ha l’opportunità di far dimenticare di aver fatto ricorso al doping.


 

CALCIO Napoli in "guerra"


(ANSA) - NAPOLI, 29 LUG - La seconda maglia del Napoli, quella che gli azzurri indosseranno in campionato, e se arriverà il permesso dell'Uefa anche in Champions League, è mimetica, di tipo militare. La useremo - ha commentato il presidente Aurelio De Laurentiis presentandola stasera allo stadio San Paolo prima della partita con il Galatasaray - come la nostra maglia da guerra'. La maglia ha tonalità prevalenti sul verde e sul marrone. La prima maglia è azzurra e la terza è gialla.

 http://www.giornalettismo.com/archives/1051647/la-maglia-mimetica-del-napoli-non-piace-proprio-a-nessuno/

Attraverso il link è possibile leggere alcune reazioni dei tifosi dopo la presentazione della seconda maglia del Napoli, lunedì sera al San Paolo in occasione di Napoli-Galatasaray Istanbul, finita 3-1

 La scelta del Napoli calcio non mi è piaciuta. Gli stilisti avranno da eccepire per l'accostamento cromatico tra l'azzurro del colletto e dei bordi sulle mezze maniche con le varie tonalità di verde della mimetica. Già, una mimetica. la seconda maglia scelta dal Napoli richiama la guerra, l'abbigliamento militare. La maglia è stata chiamata Camo fight, dove camo sta per le iniziali di camouflage (che, qualcuno forse lo ricorderà, era anche il titolo di un album di Rod Stewart uscito nel 1984: conteneva le hit Some guys have all the luck e Infatuation, alla chitarra c'era anche Jeff Beck). E' vero che dagli spalti degli stadi e nelle riprese in campo lungo della tv, si vedrà solo una maglia verde, ma penso sarebbe stato meglio evitare l'accostamento tra il calcio e la guerra, tra una partita e un abbigliamento che riecheggia scenari bellici. Lo sport, il calcio, non devono avere nulla a che vedere con la guerra. Si cerca di sensibilizzare il pubblico a mettere da parte atteggiamenti negativi, minacciosi, violenti. Una società importante come il Napoli, avrebbe potuto evitare questa trovata e puntare su qualcosa di diverso per richiamare l'attenzione dei media e portare in giro per il mondo il nome di Napoli.



lunedì 29 luglio 2013

ATLETICA Yadis Pedroso, 1° tricolore




 Il titolo italiano dei 400 ostacoli conquistato da Yadis Pedroso domenica all'Arena di Milano, mi offre lo spunto per riproporre un testo pubblicato lo scorso maggio sul Corriere dello Sport. Le foto Colombo sono gentilmente concesse dalla Fidal, che ringrazio


Massimo Matrone, il marito e allenatore, la chiama Yadis. Lei ha 26 anni, viene da Cuba e il suo nome completo è Yadisleidy Pedroso. E’ arrivata in Italia dopo le nozze, celebrate a L’Avana nel 2010, e da allora vive a Salerno coltivando due sogni: gareggiare con la maglia azzurra e andare all’Olimpiade di Rio 2016. Yadis corre i 400 ostacoli ed ha un personale di 54”89, ottenuto l’anno scorso a Brazzaville, in Congo. «Ha ampi margini di miglioramento» dice il marito-allenatore, che la conobbe durante un viaggio a Cuba, dove si era recato per accompagnare un’altra sua atleta sposatasi a Salerno, Lizmelys Rolando. Fu Omar Demistocle, tecnico dell’atletica cubana, a farli avvicinare.
Yadis a dire il vero giocava a pallavolo: «E mi piaceva molto, anche più dell’atletica se devo essere sincera - racconta l’ostacolista - Ma fu proprio il mio allenatore a dirmi che come schiacciatrice non ero troppo alta e che avrei potuto far bene nell’atletica»
Coach Magdoni, che ora allena a Trinidad, fu l’unico a credere subito nelle sue qualità e ancora oggi è in contatto frequente con la sua pupilla, come zia Doralkis, che l’ha cresciuta insieme a nonna Graziella. Yadis è la figlia maggiore della famiglia messa su da papà José Antonio e da mamma Maria del Carmen. Ci sono le sorelle Yadelin Valdes, Glendi Arie e il fratello Raffael Valdes.

L’inizio di stagione è stato scoppiettante: una dopo l’altra ha stabilito le migliori prestazioni mondiali sui 200 hs (24”8) e sui 300 hs (39”09), gare atipiche utili per saggiarne i progressi. Massimo Matrone crede molto in lei, non meno la Federazione, visto che il presidente Giomi e il d.t. Magnani la seguono da vicino con tante speranze.
Purtroppo la legge ora prevede un’attesa più lunga e fa fede la data in cui ha iniziato a vivere in Italia, oltre alla sua ultima apparizione in gara con la maglia di Cuba, datata 2009. Morale della favola, niente Mondiali di Mosca per lei. Potrà gareggiare in Nazionale solo dal 13 dicembre.
Se la Fidal le ha spalancato le porte del centro di Formia («Splendido - commentano i coniugi Matrone - tutto di altissimo livello»), il Cus Pisa l’ha subito arruolata: «Ci troviamo benissimo, con il club toscano del presidente Marotti ci sentiamo in famiglia, parte del progetto, ci trattano stupendamente».
Il record italiano dei 400 hs appartiene a Benedetta Ceccarelli: 54”79. La Pedroso non si sbilancia: «Non mi è mai piaciuto parlare prima di tempi o vittorie. Dico solo che ogni giorno mi alleno per raggiungere il mio obiettivo: arrivare in forma all’Olimpiade di Rio de Janeiro. Quest’anno voglio migliorarmi, vorrei dimostrare con i fatti, non con le parole, il mio valore. Da quando sono in Italia sono sempre cresciuta. Certo, all’inizio ho scoperto il freddo, il rapporto con la gente è un po’ diverso rispetto a Cuba. Io parlo con tutti, mi relaziono, ma sono una persona riservata. La nostalgia per Cuba c’è sempre, ma bisogna abituarsi»

Si allena al mattino per due ore, pausa pranzo, riposino e poi altre due ore in pista, fino a sera. Come ogni cubano ama la musica e il ballo: «Ogni tanto andiamo a ballare, ma so che per raggiungere certi traguardi bisogna saper rinunciare a qualcosa. Mi piace tanto leggere, mi serve anche per scrivere, la grammatica italiana è un po’ difficile. ma leggo libri e giornali in italiano, anche i film li guardo in italiano»
Confessa di adorare la pasta alla bolognese: «Sì, quella con il ragù. E anche speck e zucchine. Però se cucino io più che altro mangiamo alla cubana. Piace anche a mio marito»
Massimo ha perso il lavoro dell’agenzia informatica, la crisi non risparmia nessuno. Lui e Yadis se la cavano anche grazie all’aiuto di tanti amici appassionati («I nostri angeli» dice riconoscente Matrone) che spingono la salernitana acquisita a coltivare le sue ambizioni. C’è il centro salute per i muscoli, la clinica per la diagnostica, una sorta di equipe che segue il suo cammino italiano.
Yadis, cosa rappresenta per lei la maglia azzurra?
«Significa tanto. E’ un sogno che aspetto. Più che una gioia, una responsabilità. Un Paese completamente nuovo che mi ha accolta e dove sto cercando di crescere come atleta»
Al Golden Gala gareggerà con la maglia del Cus Pisa, quando sarà in Nazionale le potrebbe capitare una vicina di corsia con la maglia della sua Cuba. Cosa le passerà per la testa?
«Non ci ho mai pensato. Credo che mi impegnerò per correre ancora più forte».


VOLLEY Superveleno in Coppa


http://www.sportpiacenza.it/volley/notizie.asp?n=66747&l=0

La nostra pallavolo sul palcoscenico estivo del teatro dell'assurdo*. Ma il testo non è nè di Ionesco nè di Beckett. 

 ( *Il teatro dell'assurdo si caratterizza per dialoghi senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i personaggi.)

Nostalgia di cartellini contesi, contratti non rispettati, doppie firme di giocatori, fideiussioni da verificare, cubani che non tornano, Pineti, Forlì, stipendi non pagati, cause, ricorsi al Coni. Il volley di club divora casi come un ruminante mai sazio. Le promesse su soldi e giovani altrui, i ripensamenti, le fusioni a scoppio ritardato, le polemiche su chi il ct della Nazionale deve o non deve convocare e far giocare, evidentemente non bastano al variopinto e pittoresco (nonchè ormai stantio e stancante, diciamocelo) mondo della pallavolo di club e a qualche irascibile, iroso e irresistibile Braccio di Ferro. 
Si fa fatica a anche a ricordare, ma da un errore, perchè mi auguro che di questo si sia trattato, da uno sciagurato ed incomprensibile errore è nata una querelle che solo il volley poteva giustificare ed alimentare. 
La domanda: chi ha diritto a giocare la Supercoppa di club?
 Come in tutti i campionati, di tutti gli sport, la vincente del titolo nazionale e la vincente della coppa nazionale. Se si tratta della stessa squadra, tocca alla finalista della Coppa. Non ho idea sulle ragioni che determinarono la comunicazione della Lega che ha dato origine al caso con la Copra Piacenza. Forse sarebbe bastato dire: ci siamo sbagliati, ci scusiamo. I dirigenti erano in malattia e un baco del pc ha messo in circuito quella sciocchezza. Scusate, non volevamo fare casini ma è successo.

Sopra il link che conduce all'intervista rilasciata dal presidente del Piacenza, Guido Molinaroli, a SportPiacenza.it

Il passaggio più significativo, lascio a voi altre eventuali definizioni, definizione, è questo

"Noi abbiamo chiesto la documentazione e ci risulta che la norma sulla partecipazione alla Supercoppa risalga a una ventina di anni fa e non sia mai stata confermata dal nuovo consiglio di Lega. Sembra sia diventata un uso più che una regola scritta, un sistema mai approvato dalla Fipav. In federazione infatti hanno depositato il regolamento della manifestazione femminile ma non di quella maschile».

A questo punto, è una provocazione, forse sarebbe il caso di abolirla questa Supercoppa, che di super ha ben poco, se non le polemiche che hanno stancato tutti e servono solo da un lato a far traspare all'esterno l'immagine rissaiola e cavillosa dei club, dall'altra ad alimentare ed accendere la smania di protagonismo di alcuni personaggi. Sembra quasi di essere in Parlamento, o in un Partito (scusate la maiuscola inappropriata): si procede con i distinguo, ognuno vuole avere l'ultima parola, tutti vogliono la luce dei riflettori per interesse personale, mai della collettività. In poche parole: non c'è gioco di squadra.

Riguardo le accuse a Macerata per la penale legata al mancato rispetto delle promesse(del sindaco) sul FonteScodella va precisato che la stampa non di parte giudicò subito con severità quel comportamento della Lega, ben sapendo che dei politici non ci si può assolutamente fidare, specie quando promettono cose che tutti sanno poi non manterranno.
Il guaio è che il volley, questo volley dei proprietari, ha troppi scheletri negli armadi. E manca una guida super partes e autorevole.

 In alcuni passaggi della sua esternazione Molinaroli non ha tutti i torti. Ma allo stesso presidente del Piacenza andrebbe ricordato come ha deciso di gestire (o far gestire) il suo ufficio stampa, forse il peggiore di tutta la Serie A1, almeno stando a quanto si è visto nel corso della finale scudetto dello scorso anno. Se Molinaroli vuole presiedere una grande società, impari intanto la lezione di Macerata e Trento su come far funzionare i rapporti della comunicazione, sulla qualità delle persone da scegliere per questo importante lavoro. Sotto questo punto di vista, se c'è una coppa super, non può che essere con Trento e Macerata. 

AGGIORNAMENTO

Dopo la prima pubblicazione apprendo che a suo tempo la Lega inoltrò a stretto giro una comunicazione di scuse per il disguido. In pratica ciò che auspicavo avrebbe dovuto accadere. A questo punto la reiterata sortita del presidente Molinaroli appare ancor più misteriosa. Questa sua campagna è strumentale ad altro? Una logica, per quanto discutibile, dovrà pur esserci, altrimenti ci sarebbe da pensare male. Molto male.

sabato 27 luglio 2013

VOLLEY I giovani di Vibo (la carica dei 107...)





Alessandro Farina, Parma, 16 maggio 1976  37 anni

Alberto Cisolla, Treviso, 10 ottobre 1977  36 anni

Mauro Gavotto, Cuneo, 16 aprile 1979 34 anni


Come era stato preannunciato nei giorni in cui il presidente Don Diego de la Lega promise aiuti e giovani giocatori alla Tonno Callipo Vibo Valentia, la squadra di pallavolo ha accettato la scommessa e grazie all'entusiasmo di Pippo Callipo si è iscritta alla Serie A1. Il nome è cambiato in Tonno Callipo Calabria e nelle ultime giornate si è definita la squadra. In tifosi dovranno avere pazienza, come sempre quando si ha una squadra imbottita di giovani. Ma è gente in gamba, si farà valere. Farina, Cisolla, Gavotto: tre giovanotti che insieme arrivano a malapena a 107 anni, Tonno Callipo linea verde...

BEACH VOLLEY Lo dice Greta



Alla fine anche Greta Cicolari ha deciso di far sapere come la pensa sul divorzio da Marta Menegatti. La coppia regina del beach volley femminile italiano si è divisa, su disposizione del ct Lissandro. Ieri abbiamo ospitato il pensiero di Marta Menegatti, la considerazioni del ct Lissandro. Oggi ecco le parole di Greta Cicolari.
Considerazione inevitabile, leggendo ciò che scrive Greta; la vicenda lascia trasparire un disagio negli spettatori esterni, perché le parole di Marta Menegatti sono state precise e decise. Dispiace, non può che dispiacere che sia finita così tra loro. E dispiace ancor di più dopo aver letto il comunicato di Greta Cicolari. A volte ognuno di noi ha percezioni e sensazioni diverse sulle situazioni, sulle cose che dice o fa, sui comportamenti. Però, al di là delle intenzioni, conta molto il modo in cui le azioni sono percepite dagli altri: colleghi, familiari, affetti.

“Letto il comunicato comparso in data 26.07.2013 sul sito web della Federazione Italiana Pallavolo, ed il successivo intervento di Lissandro Carvalho, ritengo necessario precisare quanto segue al fine di evitare che possibili fraintendimenti possano ulteriormente ledere la mia immagine in questo difficile momento. Non posso accettare che quattro anni in cui ho condiviso con Marta Menegatti fatiche, emozioni, speranze gioie e delusioni finiscano in questo modo.
Le dichiarazioni rese ai media sembrano voler far intendere che la mia esclusione dal Progetto federale sia da imputarsi a contrasti “di tipo tecnico e caratteriale” con Marta.
Non è così.
Non ho mai avuto con la mia compagna attriti tali da determinare scelte drastiche. Le naturali differenze di carattere e le normali tensioni emotive, che chi lotta per obiettivi importanti può avere, non possono essere pretestuosamente deformate per motivare decisioni che hanno ben altre origini: precedentemente alla decisione della FIPAV, infatti, mai nessuno mi ha comunicato che il mio rapporto con Marta avrebbe potuto cessare a causa di asseriti problemi di relazione.
Il mio innato spirito agonistico e il mio carattere schietto possono aver portato a discussioni e a divergenze con l’allenatore su aspetti tecnici. Ritengo che il confronto e la critica siano momenti di crescita che debbano essere vissuti in chiave positiva se l’indiscutibile fine comune è il miglioramento.
Mi sono invece resa conto che questo mio atteggiamento è stato mal interpretato sino al punto da essere utilizzato per mettere in discussione i rapporti umani ed interpersonali.
Per quanto mi riguarda le divergenze hanno sempre mantenuto la loro natura tecnica e mai hanno intaccato le sfere personali.
Non posso pertanto accettare che per tentare di giustificare scelte definite “tecniche” venga messo in discussione il mio rapporto con Marta alla quale sono legati quattro anni meravigliosi della mia vita. Ho preso atto degli sconcertanti eventi degli ultimi giorni e voglio pensare solo a continuare a fare il mio lavoro senza però essere strumentalizzata o ingiustamente attaccata.
Ringrazio Aeronautica Militare, gli sponsor, i tifosi e la mia famiglia per il sostegno.
Grazie a loro sto continuando serenamente a giocare a questo bellissimo sport cercando, con il supporto della Federazione Italiana Pallavolo, di tenere alto l’onore del mio paese Italia nelle competizioni internazionali.

Greta Cicolari

ROMA Marino, il solito sindaco esattore

Cosa c'era scritto nella seconda riga del cartello sotto la foto di Ignazio Marino? Da vessati? Da spolpati? O forse solo un impossibile? Roma è vita impossibile.

I giornali di ieri hanno ampiamente riportato, ma senza alcuno spirito critico, senza chiose, gli ultimi terrificanti annunci del sindaco di Roma, Ignazio Marino. La sostanza è che intende aumentare il costo orario del parcheggio nelle strisce blu (introdotte a Roma da un altro solito sindaco che voleva apparire diverso, Rutelli) portandolo a 1,50 euro. Ma soprattutto ha annunciato che abolirà ogni tipo di offerta promozionale, il ticket da 4 euro in cambio di 8 ore di park, studiato per lenire le sofferenze degli impiegati e di chi si ritrova a subire un prelievo forzoso sui suoi già magri guadagni. Aboliti anche gli abbonamenti da 70 euro al mese e pare che nemmeno i residenti avranno la possibilità, pagata con quote crescenti per ogni auto posseduta, di parcheggiare senza pagare esattamente come chi non risiede.
Non siamo ancora all'altezza, o alla bassezza, di quel genio di politico (sempre loro, è decisamente una categoria dotata di inventiva vessatoria) che voleva far pagare l'asfalto occupato da ogni singola automobile, ma ci stiamo avvicinando.
La perla con cui il fresco sindaco ha condito l'annuncio dell'ennesimo furto della politica ai danni dei cittadini meno abbienti è stata la frase: "Le strisce blu non sono un garage".
Non so se questa perla di arroganza spacciata per saggezza sia stata farina del suo sacco o gli sia stata suggerita da eventuali ghost writer. Forse avrebbe potuto aggiungere un "ancora". Le strisce blu non sono ancora un garage, tra poco il costo per lasciare la macchina e andare a lavorare si avvicinerà a quello che chi se lo può permettere spende per usufruire di un garage.
Non conta più il colore sbiadito delle bande di appartenenza, su come sfruttare la gente ci sono sempre state larghe intese, a Roma lo sappiamo bene. Il sindaco Marino la dà a bere riciclando luoghi comuni che possono convincere solo chi non vive a Roma e non sa come (non) funzionano i mezzi pubblici.
L'altra barzelletta che viene raccontata ciclicamente è questa: facciamo pagare più soldi agli automobilisti per scoraggiare l'uso delle auto e invogliare a prendere il bus. Meno inquinamento, più ecologia. Poi vedi bus del Comune che scaricano nubi nere dalle marmitte, camioncini vari che spargono gas inquinanti oovunque, spesso ad altezza passeggini. Che un mezzo del Comune debba inquinare così, è una bestemmia: loro non lo fanno il bollino blu? (altra forma vessatoria mascherata da sensibilità ecologica).
L'anno scorso il precedente sindaco, Gianni Alemanno, aveva varato l'aumento del biglietto del bus, abolendo le riduzioni per gli studenti. Aumento del prezzo e abolizione degli abbonamenti. Da Alemanno a Marino non è cambiato nulla al riguardo. Una bella staffetta che prosciuga le tasche dei romani che non lavorano in Parlamento, per i romani che pagano le tasse.
Come vengono spesi i soldi che il Comune riscuote è sotto gli occhi di tutti. Marino si comporta come le assicurazioni: dato che ci sono molti che truffano, aumentano le polizze invece di andare a stanare chi imbroglia. Perchè non si controlla chi non paga la sosta tariffata? Perché non si multano le auto parcheggiate in doppia fila (anche quelle che impunemente usano le normali vie di scorrimento come garage - per usare le parole del sindaco - davanti a negozi, bar ben/mal frequentati) che contribuiscono al caotico traffico, le auto che intralciano il passaggio dei bus e via dicendo.
Usare i mezzi pubblici? Certo, se ci fossero, se non facessero aspettare le mezzore per poi passare anche tre uno dietro l'altro, se la metropolitana funzionasse fino a notte come nelle altre civili capitali d'Europa. Marino pensa di essere il sindaco di Londra, Parigi o Vienna? Le macchine ci sono e fanno di tutto per venderle: intelligente sarebbe trovare soluzioni partendo dalla realtà, inventando parcheggi a portata di ogni tasca (invece si sono dati permessi per maxi parcheggi sotto i palazzi, che poi costano un occhio della testa)
Eppure gliel'avranno detto che l'Atac da luglio, e non da agosto, ha dovuto ridurre le corse dei bus per mancanza di personale. Ha mai provato il sindaco a muoversi da un capo all'altro della vittà la domenica?
Certo, spolpare gli automobilisti è facile, una carta sicura, lo fanno tutti. Siamo in una crisi irreversibile, gli stipendi calano e il Comune aumenta i prezzi? A che titolo. Con che faccia si parla poi di ripresa? Dove li prende la gente che paga le tasse i soldi per spendere. I negozi incassano poco, tagliano gli stipendi già magri (e troppo spesso in nero) dei loro dipendenti precari. Ma il Comune di Roma aumenta le tariffe. E' coraggio o faccia tosta raccontare bugie agli elettori? Ci avviamo verso la globalizzazione delle strisce blu in tutti i quartieri della città? Poi magari vediano se a Tor Bella Monaca o in altre periferie, mandano a controllare se la sosta è pagata. Ricordo che quando fu introdotto l'uso del casco obbligatorio, finì in tv un ragazzo che scavallata la mezzanotte fu multato in Piazza Venezia. Poi capitai a Lecce, a Napoli, a Catania: portava il casco un motociclista su cinque, e ho visto un'intera famiglia di quattro persone quattro seduta sullo stesso scooter (i figli erano nimbi, senza casco).
Senza parlare degli scandalosi appalti con ditte che pongono asfalto deteriorabile a stretto giro, le buche onnipresenti, i cantieri intralcia traffico a cui spesso nessuno lavora, le voragini aperte a staffetta e senza coordinamento per i lavori di gas, luce e telefonia. Le mai applicate sanzioni a chi non raccoglie le deiezioni dei cani (chissà se la parola l'ha inventata un altro dei soliti sindaci, Veltroni, bravo a farsi fotografare a Piazza Cavour nell'atto di sorprendere una sua vecchia conoscenza  alle prese con la cagata del suo cane, ad uso e consumo delle stampa (perché ci sono cagate e cagate...).
Questa è Roma, la grande schifezza che i romani onesti devono sopportare quotidianamente. Con la speranza, mal riposta, che nella notte il principe Giovanni non abbia ordinato allo sceriffo di Nottingham altri prelievi forzosi.


venerdì 26 luglio 2013

BEACH VOLLEY Lo dice Marta

  

Con qualche giorno di ritardo, la Fipav ha diffuso un comunicato ufficiale che chiarisce, a chi è capace di intendere, di volere e di accettare la realtà, le ragioni del divorzio tra Marta Menegatti e Greta Cicolari, la coppia regina del beach volley italiano.
Come in ogni separazione tra moglie e marito è opportuno non mettere... il naso. E' chiarissimo, specie a chi è un vero professionista dell'informazione e del mondo della comunicazione, che non sempre si può dire tutto, non si può spiegare esplicitamente ciò che implicitamente dovrebbe comprendersi. Giudicare da fuori, prendere le parti dell'uno o dell'altra può portare a prendere colossali cantonate. Soprattutto se si usa anche questo caso, per sparare, a prescindere come avrebbe detto Totò, sulla Federazione. Criticabile sotto vari punti di vista, ma in questo caso testimone responsabile nel registrare una situazione e poi attuare le contromisure per non perdere altro tempo, visto che siamo all'alba di un nuovo quadriennio olimpico.
La tentazione di ribattere punto per punto, di smontare sciocchezza su sciocchezza le congetture che si leggono sul web, è forte, date le numerose menzogne che hanno accompagnato le recenti vicende dell'ex coppia regina del beach volley italiano. Meglio tenere la giusta distanza e far parlare Marta Menegatti.
Non prima di aver ricordato che prima di imbastire congiure e processi, a volte converrebbe cercare di andare alla fonte dei problemi. Magari Marta Menegatti già da tempo aveva parlato con qualche giornalista di cui si fidava. Ha parlato e raccontato la sua verità. Ecco perchè alla fine ha messo nero su bianco, stanca di leggere cattiverie lontane dalla verità, frutto avariato, forse, di astio preconcetto e disinformazione, come dimostrano le parole spese perfino ora che tutto è stato detto e chiarito. Avesse ragione Caterina Caselli quando cantava: La verità ti fa male, lo sai... 


Ecco il comunicato della Fipav e le parole di Marta.

"Negli ultimi giorni è stata in primo piano sui media la decisione del tecnico federale Lissandro di far giocare l'ultimo Grand Slam di Long Beach Marta Menegatti insieme a Viktoria Orsi Toth, anziché con la sua compagna delle ultime stagioni Greta Cicolari. Un cambiamento dovuto a fattori tecnici e personali, non ultimo al rapporto tra le due campionesse. Al riguardo Marta Menegatti ha deciso di esprimere in maniera sincera la sua posizione: “Voglio chiarire una volta per tutte la mia posizione riguardo alla situazione che si è venuta a creare nell'ultimo periodo. È da tempo che non ci sono più le giuste condizioni per lavorare insieme a Greta. Credo fortemente che il nostro ciclo sia finito, perciò la mia volontà è quella di non giocare più insieme a Greta. È già successo in passato che tante altre coppie si siano divise. Non capisco il motivo di tutte queste polemiche dato che avevo già informato Greta, la Federazione e l'Aeronautica Militare di questa mia presa di posizione.”
Riguardo alla prossima attività la Federazione, in accordo con il tecnico Lissandro, ha deciso che la coppia femminile che parteciperà ufficialmente al prossimo campionato Europeo a Klagenfurt, sarà formata da Daniela Gioria e Laura Giombini. Al tempo stesso la Fipav supporterà la partecipazione in Austria di Greta Cicolari (che continua la sua attività al di fuori delle squadre nazionali) in coppia con Silvia Costantini. Analogamente, la Federazione,  si comporterà sino alla conclusione della stagione per l’attività di Cicolari.


Non bastasse, in serata è arrivata anche la dichiarazione del ct Lissandro. Ecco le sue parole

"La scelta di non far partire Cicolari al torneo di Long  Beach e di escluderla dal gruppo della squadra nazionale è stata prettamente tecnica . Purtroppo le costanti divergenze tecniche sono state mal interpretate dall'atleta Greta Cicolari scivolando dall'aspetto puramente tecnico al piano dei rapporti umani ed interpersonali. A seguito del comunicato federale inerente la vicenda Cicolari-Menegatti, mi sento in dovere di precisare alcuni aspetti per chiarire al meglio la situazione.Tutto ciò non ha fatto altro che confermare che non sussistevano più i presupposti per poter continuare in maniera proficua il lavoro intrapreso nel 2009. Mi sento di dover ringraziare lo staff che in questi anni si è comportato in maniera professionale cercando di minimizzare e di gestire, internamente ed esternamente, i rapporti altalenanti tra le due giocatrici, questo ci ha permesso di raggiungere risultati ragguardevoli anche in condizioni, a volte, critiche.
Da ciò la scelta dovuta, anche se dolorosa, di proseguire l'attività senza il contributo di un'atleta il cui valore è indiscutibile; scelta che non ci garantirà la salvaguardia dei risultati conseguiti fin ora, ma che ci permette di lavorare al meglio (con più serenità?) per addivinire a traguardi futuri più importanti nell'ottica di Rio 2016 e nell'ottica di una crescita del Beach Volley italiano. Tutti questi sforzi effettuati dal sottoscritto e dallo staff sono costati moltissimo in termini di energie fisiche e mentali, ma il fine era quello di gestire al meglio i contrasti di tipi tecnico e caratteriale all'interno della coppia, ma attualmente  la situazione è diventata ingestibile nei confronti di Greta Cicolari. Auguro a   Greta le migliori fortune per il prosieguo della sua attività sportiva"
Lissandro Carvalho

VOLLEY, Farina riciclata

Nella foto, dal sito della Tonno Callipo Volley, Farina è al centro con la maglia bianca

In tempi di crisi certi gesti sono apprezzabili e importanti, bisogna riconoscerlo. Il volley ha il suo nuovo eroe, il volley calabrese torna ad avere il suo libero, giocatore e persona di parola, che contrariamente a quanto accade in molti casi, riesce ad anteporre le esigenze familiari a quelle professionali. Nel momento in cui scrivo non so ancora se la Lega Pallavolo ha autorizzato la Tonno Callipo Calabria a giocare il venerdì, per consentire l'utilizzo di Farina. Se così non fosse andrebbe lodato e sottolineato ancor di più l'attaccamento al contratto del giocatore, libero in campo e libero di cambiare spesso idea fuori dal campo. Lasciare Vibo, accettare il contratto di Latina, presentarsi ai nuovi tifosi, spiegare le ragioni del cambiamento e le motivazioni, poi fare marcia indietro, dire a tutti che si lascia la pallavolo perchè è ora di pensare alla famiglia, di stare a casa, di trascorrere i sabati e le domenica in casa o con chi pare, evitare ai bambini o di stare lontani dal papà per lunghi mesi, o di iscriversi di nuovo in una scuola lontana e diversa per stargli vicino. Insomma, una scelta di vita. E come capita a tutti noi, le scelte di vita possono anche cambiare da un mese all'altro, senza che gli altri debbano impicciarsi a metter bocca, specie se non fanno parte della Andreoli Latina.
E' comunque una favola a lieto fine quella del Farina riciclato in Calabria. E vissero tutti felici e contenti: Latina che ha miracolosamente tappato la falla riprendendosi Rossini (che era andato a Trento per vincere ma poi quando la Diatec ha fotocopiato male la squadra dello scorso anno - non compaiono più Stoytchev, Kaziyski, Juantorena, Raphael - ha capito che era meglio tornare nel Lazio). La Tonno Callipo Calabria che si è ripresa il suo Farina, lo stesso Farina che ha assaporato per qualche settimana le delizie di essere un ex giocatore (ma non è che si è già stancato di fare il pensionato e a casa gli hanno detto: vai, vai torna a giocare che è meglio...). Insomma alla fine tutto scorre, tutto pareva cambiare, tutto è tornato come prima. E vissero tutti... come lo sapremo in futuro.



 Riassunto delle puntate precedenti

 http://leandrodesanctis.blogspot.it/2013/06/volley-farina-doppio-zero.html


Comunicato della società Andreoli Latina, dello scorso 29 aprile
Andreoli Latina: Si è svolta nella sede sociale dell’Andreoli, la conferenza stampa di presentazione di Alessandro Farina, nuovo libero di Latina, a far gli onori di casa il ds Candido Grande. 

Alessandro Farina (a meno che non fosse una controfigura o una copia stile Matrix)

disse:

"Già lo scorso anno, per forza maggiore, ho affrontato l’idea di cambiare ambiente. L’esperienza di vincere si fa sul campo, ma i trofei si guardano solo il giorno che appenderai le scarpe al chiodo. Oggi si pensa invece a dare il meglio giornata dopo giornata. Latina negli ultimi anni ha disputato buoni campionati, ho scelto questa società perché mi è parsa con le idee e i progetti chiari e già pronti, con in testa che vorrà fare. Il pubblico è molto caloroso, i tifosi sono sempre presenti, anche in trasferta, e questo fa molto piacere per un atleta. Avere esperienza significa anche avere la mentalità di condividerla con la tua squadra e specialmente con i giovani”.

La storia in realtà è finita diversamente. Farina ha deciso di cambiare idea, di non onorare il contratto firmato (ahi ahi...) con la Andreoli Latina per giocare la prossima stagione ancora in serie A1. Di solito sono le società che vengono messe giustamente in croce quando non rispettano i contratti firmati (a Roma, nel volley, abbiamo avuto un grande specialista di questo tipo di comportamento, abile a ripetersi anche a distanza di anni). Stavolta è un giocatore, spiace dirlo, ad essersi macchiato di una condotta decisamente poco simpatica. Leggere ciò che dichiara alla Gazzetta dello Sport per motivare la sua scelta, suscita perplessità.
Altro che esempio per i giovani, Farina purtroppo ha dato l'esempio di come un professionista non dovrebbe mai comportarsi. Intanto non è serio lasciare nei guai una società che aveva agito tempestivamente per assicurarsi un giocatore importante in un ruolo delicato come quello del libero. Ora tutti i migliori si sono accasati e Latina deve inventarsi una soluzione di ripiego.
Leggo sulla rosea: "In questo momento le priorità sono altre" - dice Farina alludendo ai figli di 10 e 8 anni (che dunque erano già nati quando aveva firmato il contratto con Latina) ed alla moglie. "Sono orientato a uscire dalla pallavolo perché vorrei avere i sabati e le domeniche per stare con i miei". Indubbiamente Farina si è meritato questi week end liberi, anche se corre l'obbligo ricordare che il campionato dura sette mesi e che ce ne sono cinque liberi in cui si può fare ciò che si vuole. Ma non è questo il punto, anche io vorrei avere i sabati e le domeniche libere (e magari prima di quanto creda verrò accontentato...). Nessuno può dire ad una persona ciò che deve fare e dunque è giustissimo, non serve neanche dirlo, che Farina possa decidere come meglio crede se lavorare o meno. Il punto è il quando.
Un professionista, come lui è stato per tutta la sua carriera, non firma un contratto e dopo un mese se lo rimangia cambiando idea (lo so, l'ha fatto anche un altro giocatore, con un club straniero, dell'Est, russo...). E soprattutto non risponde con un "vedremo" quando l'intervistatore, parmigiano come lui, gli prospetta la possibilità di giocare in A2. Non risulta che la A2 giochi di venerdì. Caro Mario, Farina vuole trascorrere i sabati e le domeniche con la famiglia, perchè gli dici che potrebbe esserci una soluzione intermedia? Se vuole stare a casa nei week end o si trova una squadra nella provincia di Treviso, che lo fa giocare solo nelle partite casalinghe, oppure smette davvero come ti ha annunciato.

A meno che dietro non ci siano altre storie. Stranamente la Top Volley Latina non ha fatto sapere nulla, nessun comunicato sul voltafaccia di Farina e sul sito c'è ancora il file con la conferenza stampa di presentazione. Ora, dato che siamo a giugno e non penso sia stato un pesce d'aprile, presumo che l'addio di Farina sia cosa verissima. L'ha scritto la Gazzetta. Ok, se c'è qualche mistero dietro questa decisione, saremo pronti a riscrivere tutto. 
Per ora registriamo il fatto che in tempi di disinvolte sofisticazioni alimentari, non ci si può fidare nemmeno della Farina, zero, doppio zero o quel che sia. Ora sta al tecnico Santilli, alla Andreoli Latina, dimostrare di poter cucinare un buon campionato anche senza Farina.




MUSICA Alan Parsons (live) Project



Current Line-up:
ALAN PARSONS: Guitar, vocal, keyboards, percussion
P.J. OLSSON: Vocals
MANNY FOCARAZZO: Keyboards
DANNY THOMPSON: Drums
GUY EREZ: Bass
ALASTAIR GREENE: Guitar
TODD COOPER: Vocals and Sax

 http://www.alanparsonsmusic.com/bio.php
http://www.allmusic.com/artist/alan-parsons-mn0000031274/discography

A volte la casualità riserva belle sorprese. La data giusta, il 23 luglio, una ricorrenza da vivere in maniera diversa ed ecco che si spalancano le porte del Centrale del Foro Italico, un viaggio notturno nel mondo di Alan Parsons. Un artista che apprezzo ma di cui non sono mai stato un fan sfegatato. In una collezione che viaggia verso i 6000 album, avevo solo una doppia compilation, la classica antologia che inizialmente pare risolvere ogni problema di scelta, ti fa conoscere il meglio (o presunto tale) di un musicista, ma poi se davvero ti piace, viene la voglia di andarlo a riscoprire album per album, lp dopo lp, come si chiamavano ai tempi del vinile.
Di solito vado a vedere e rivedere, ad ascoltare i concerti di artisti che mi piacciono molto e che conosco bene. Sempre che il costo del biglietto non sia esageratamente fuori portata della decenza. Stavolta è andata diversamente e la gioia è stata anche maggiore. Ho assistito a quasi due ore di spettacolo divertente e di qualità. Alan Parsons sornione come un austero lord britannico, si alternano in quattro al microfono, ogni cantante con le sue caratteristiche, dal falsetto del sassofonista Todd Cooper alla potenza di P.J.Olsson. Bella musica, ampi squarci di prog, un batterista che picchia e rulla, la melodia che sale alla ribalta, l'audio soddisfacente che permette di capire ogni singola parola cantata (e non sempre accade). Insomma, uno di quei casi dove la performance live fa lievitare la qualità della musica proposta. E l'occhio nel cielo, "Eye in the sky" è stato il suo più grande hit, benedice nella notte...

Chi è Alan Parsons

Alan Parsons è nato da una famiglia dagli importanti trascorsi nel campo dell’intrattenimento. Suo bisnonno fu il celebre attore Sir Herbert Beerbohm Tree. Sua madre, oltre ad essere attrice, fu anche un’arpista e una cantante folk professionista; mentre suo padre, Denys Parsons, pianista e flautista, nonché autore di molti libri. Il defunto attore cinematografico Oliver Reed era un suo cugino e lo stimato David Tree, attore sia di teatro che cinematografico, un suo zio.
Alla fine degli anni ‘60, nella tarda adolescenza, Alan si diletta a esibirsi in pubblico, a Londra – la sua città natale – suonando musica folk/blues in acustico, o come prima chitarra in una band di blues. Ma all’età di 19 anni, non appena ottenuto un lavoro presso i famosi Abbey Road Studios, diviene immediatamente chiaro che sarà nel mondo della registrazione del suono che realizzerà la sua professione .
Ha la fortuna di lavorare come assistente tecnico negli ultimi due album dei Beatles prima di qualificarsi come vero e proprio ingegnere del suono e proseguire la sua carriera lavorando con Paul McCartney e molti altri tra i quali gli Hollies. Ma è il suo contributo come ingegnere del suono di Dark Side of the Moon dei Pink Floyd che porta su di lui l’attenzione del mondo. Ben presto Parsons conquista una notorietà straordinaria come produttore – e in particolare con Magic dei Pilot, Highfly di John Miles e (Come Up And See Me) Make Me Smile di Steve Harley. È ancora lui il produttore di Year Of The Cat album di grandissimo successo con Al Stewart, e di due album della band americana di rock- progressive Ambrosia.
Nel 1975 incontra Eric Woolfson che, non soltanto diviene suo manager, ma anche coautore e voce dei lavori di Alan, dando così vita ciò che divenne poi noto col nome di “The Alan Parsons Project” (APP). L’album di debutto della APP è Tales Of Mystery And Imagination basato sulle opere di Edgar Allan Poe e che apre la porta alla scritturazione con l’etichetta “Artista” di Clive Davis e a una serie di album di successo quali I Robot (1977), Pyramid (1978), The Turn of a Friendly Card (1980), Eye in the Sky (1982), Ammonia Avenue (1984), Vulture Culture (1985), Stereotomy (1986) and Gaudi (1987).
Nel 1990 si concedono una breve escursione nel mondo del musical teatrale con Freudiana. Lo show si tiene per oltre un anno nello storico Teatro An Der Wien di Vienna. Poi le strade di Eric e Alan si separarono. Eric sceglie di votare la sua carriera al musical teatrale, mentre Parsons sente il bisogno di esibirsi dal vivo e di continuare a realizzare ambiziosi progetti nel rock sinfonico.
Con alcuni dei suoi collaboratori di lunga data, il chitarrista Ian Bairnson, il batterista Stuart Elliott e l’arrangiatore Andrew Powell, Alan Parsons realizza Try Anything Once nel 1994, On Air nel 1996 e The Time Machine nel 1999.
Nel mentre la prima incarnazione di “The Alan Parsons Live Project ” inizia a girare i palchi del mondo intero, accolto da un pubblico entusiasta e registrando ovunque il tutto esaurito. L’attuale formazione live è composta da Alan – voce, chitarra acustica e tastiere – P.J. Olsson – voce – Manny Foccarazzo – tastiere – Guy Erez – basso – Alastair Greene – chitarra – Danny Thompson -batteria e Todd Cooper – sassofono, percussioni e voce.
L’album A Valid Path del 2004 è una incursione nella musica elettronica e vede la partecipazione di David Gilmour (Pink Floyd), The Crystal Method, Shpongle, Uberzone,di P.J. Olsson e del figlio Jeremy. Nel 2008 vengono ristampati tutti gli album realizzati al tempo del “Project” in forma estesa, con materiale mai sentito prima e inedito e una compilation in due cd intitolata The Essential Collection.
Nel 2010 Alan sente il bisogno di condividere la sua vasta conoscenza ed esperienza e, con l’aiuto del suo connazionale Julian Colbeck, scrive e produce una serie completa di video didattici sulla registrazione musicale intitolato “The Art & Science of Sound Recording” (ASSR). I video includono i contributi di una miriade di artisti celebri, ingegneri e produttori, e sono narrati da Billy Bob Thornton. All Our Yesterdays una canzone scritta appositamente per la serie, presenta alcuni dei migliori musicisti di Los Angeles e una rara esibizione di Alan da solista. Alan sostiene ASSR con una serie di conferenze e master di formazione (MCTS) in tutto il mondo. Ed è una grande opportunità per chi ha partecipato assistere Alan nel lavoro in studio, partecipando attivamente alla realizzazione di quello che potrebbe rivelarsi in futuro un lavoro di successo.
A partire dal 2012, oltre a svolgere spettacoli dal vivo, Alan è occupato in studio di registrazione: presta la voce nel brano “Precious Life” per la realizzazione di German Electronica dei tedeschi Lichtmond; insieme a Billy Sherwood e Chris Squire degli Yes, registra un brano intitolato ”The Technical Divide” in The Prog Collective distribuito dalla Cleopatra Records; collabora con il messicano Aleks Syntek in “The Direction of Time”, uscita lo scorso autunno. Produce un album con Jake Shimabukoro, virtuoso sounatore di ukulele, gli arrangiamenti orchestrali dell’album sono l’opera di Kip Winger Winger Frontman.
Nell’intero arco della sua carriera Alan riceve un gran numero di premi, 11 nomination ai Grammy Award, Il premio “The Les Paul” nel 1995 e, più recentemente, il premio “The Diva Of Fame Lifetime Achievement” a Monaco di Baviera, in Germania nel giugno 2012.


giovedì 25 luglio 2013

VOLLEY Ivan "quantestorie" Zaytsev

Nelle foto Ivan Zaytsev in Nazionale nella World League, con la maglia della M.Roma, con la fresca sposina Ashiling Sirocchi, in Zaytsev, anche lei con...il numero 9


Ivan Zaytsev un po' come Stefano Quantestorie, il film realizzato nel 1993 da Maurizio Nichetti, con Elena Sofia Ricci, Caterina Sylos Labini, Amanda Sandrelli e Milena Vukotic, musiche di Rocco Tanica e Feiez (Storie tese senza Elio). Uno "sliding doors" ante litteram, raccontava le varie vite possibili di Stefano, a seconda delle occasioni colte, delle scelte, degli incontri.
Il volley azzurro, fortunatamente, ha il suo speciale Ivan Quantestorie, che ad un certo punto ha scritto il copione giusto, dopo essere stato affettuosamente e premurosamente seguito da persone che lo stimavano (e stimano) e che gli hanno voluto bene (e gliene vogliono). La carriera pallavolistica di Ivan, nato a Spoleto, figlio del grande palleggiatore della ex Unione Sovietica Vjaceslav Zajcev e della nuotatrice Irina Pozdniakova, inizia all'alba del nuovo millennio. Nelle giovanili del Perugia, nel ruolo del palleggiatore, come papà. Poi il trasferimento a Roma, l'anno difficile in prestito a Latina, quindi nel 2008 la svolta, con il ritorno a Roma ed il cambio di ruolo, prima di traslocare a Macerata dopo l'evaporazione (con scia di debiti ancora luccicante come la coda di una stella cometa) della M.Roma Volley.
Da palleggiatore a schiacciatore, da palleggiatore ad opposto: la trasformazione tecnica e tattica di Ivan Zaytsev gli ha spalancato le porte di una carriera brillante ed ancora ai primi passi, rispetto alle aspettative e nonostante le medaglie già raccolte.
Ivan Zaytsev ha vinto la classifica dei marcatori della World League 2013. Un titolo che è il sigillo di un percorso lungo, anche travagliato, di crescita umana prima ancora che pallavolistica.
Facile immaginare l'orgoglio e la soddisfazione di Vittorio Sacripanti (un dirigente che il volley ha colpevolmente dimenticato), che vide in lui lo schiacciatore che è diventato, decidendo la svolta (d'accordo con Ivan, naturalmente), il cambio di ruolo nella Roma, che poi l'ha portato in Nazionale, a far parte della squadra già nei Mondiali del 2010, quando l'allora ct Andrea Anastasi gli dette una maglia dopo l'ultimo ballottaggio.
Il talento di Ivan Zaytsev, nel ruolo di attaccante, è ancora e per fortuna suscettibile di miglioramenti. Sono certezze la sua duttilità tattica e la sua disponibilità nel porsi al servizio della squadra e delle esigenze dell'allenatore, tanto a Macerata quanto soprattutto in Nazionale, come ha dimostrato anche la scorsa settimana a Mar del Plata, nella Final Six della World League.
Ivan Zaytsev è la dimostrazione di come ai ragazzi vada data fiducia e quanto sia ingiusto etichettarli per qualche esagerazione post adolescenziale, per qualche nodo che nel percorso di crescita, sembra pregiudicarne l'evoluzione. Ivan ha fatto i suoi errori quando poteva farli, quando l'età glielo consentiva. Ma poi ha saputo cambiare, come capita quasi a tutti. Almeno a quelli intelligenti. Ha trovato serenità e maturità nel rapporto con la fidanzata Ashling Sirocchi, che in estate è diventata sua moglie. Un legame che lo ha fortificato da un lato e dato, evidentemente, ciò di cui lui aveva bisogno in una fase importante della sua vita.
Il risultato è lo Zaytsev che si vede quando gioca nella Lube e in Nazionale. Atleta e persona decisa e determinata, sicura nelle sue scelte e nei suoi atteggiamenti, che conservano quel disincanto e quella patina di ironia che solo vivere a Roma può regalare.
Tra tutte le storie che avrebbe potuto vivere "Ivan Quantestorie Zaytsev", quella di attaccante azzurro decisivo, è la più bella e gradita per la pallavolo italiana. Ed anche per lui.

mercoledì 24 luglio 2013

VOLLEY Il bronzo che accusa







Dopo nove anni l’Italvolley è tornata sul podio della World League, vinta per la terza volta dalla Russia, che in finale ha travolto il Brasile. A Roma nel 2004 fu argento (finale persa con il Brasile), domenica notte il 3-2 sulla Bulgaria ha regalato alla Nazionale di Mauro Berruto un altro bronzo, undici mesi dopo la medaglia olimpica di Londra. Nell’anno post olimpico, con tutte le nazionali che hanno avviato il progetto quadriennale che condurrà ai Giochi di Rio 2016, la squadra allestita da Berruto ha dimostrato di saper essere ancora (o già) competitiva.
        Non per polemica ma come obbligata constatazione oggettiva, è inevitabile porsi interrogativi sulle capacità tecniche e sulla lungimiranza dirigenziale dei nostri club in generale.
Scorrendo la formazione italiana, gli osservatori stranieri si sono chiesti: ma da dove spuntano Vettori e Beretta? Solo per restare ai due titolari. Se Vettori, gioiellino del Club Italia a cui da almeno un paio d’anni un po’ tutti hanno predetto un futuro luminoso, riesce a giocare una finale da protagonista, chiudendola da top scorer con ben 29 punti. Se Thomas Beretta regge il campo nel ruolo di centrale titolare. Se questi due giocatori riescono ad essere protagonisti in un contesto internazionale, certo, in una fase di ricambio generazionale (ma vale per tutti), allora vuol dire che nessuna delle società di Serie A1 ha saputo valutare bene. 

Vettori ha fatto la riserva a Piacenza, Beretta era in A2 e scoprirà la A1 solo grazie al contratto che gli ha appena fatto Modena.
        E viene da chiedersi se e quanti altri Beretta ci sono in A2 o ancor più giù. Intendiamoci, non è che Beretta sia già un campione. Però la Nazionale ha dimostrato che è un talento da curare, da allenare, da far lavorare.
        E in un momento in cui il mondo della pallavolo si sta rendendo conto che almeno per un decennio non sarà più lo stesso, saper riconoscere i fiori nell’erba, diventa fondamentale per assicurare alla Nazionale ricambi all’altezza. Quando Mauro Berruto ha avviato il Progetto Rio, molti hanno accolto con diffidenza ed ironia quei raduni pieni di nomi sconosciuti ma ricchi di speranze ed entusiasmo. Per non parlare di quanto sia stato osteggiato il Club Italia, che veniva accusato di rubare giovani alle società, che peraltro li lasciavano ammuffire in panchina nella migliore delle ipotesi. Ora invece si scopre che il Club Italia ha saputo sfornare giocatori utilizzabili in Nazionale, proprio come è accaduto alla Nazionale femminile. Insomma, bastava crederci. E poi i risultati, nel senso di giocatori di standard azzurabile, sono arrivati.
        Il bronzo di Mar del Plata è dunque un risultato che rinfranca il clan azzurro, che difatti l’ha conquistato e festeggiato con entusiasmo, assorbendo e dribblando polemiche antipatiche. La critica e gli interrogativi sono sempre leciti, lo sa anche il ct, ma non devono sconfinare nel cattivo gusto e devono mantenere il rispetto per le decisioni di chi ha la responsabilità delle scelte. E ha già dato qualche dimostrazione di qualità e di meritare fiducia.

Foto concesse gentilmente dalla Fivb: dall'alto la Russia vincitrice della World League 2013 a Mar del Plata. L'Italia terza classificata, una fase della finale Russia-Brasile con attacco del russo Sivozhelez, un attacco di Luca Vettori con la Bulgaria nella finale per il terzo posto

VOLLEY Black is black, in to the darkness

A volte, nell'oscurità, diventa tutto chiaro. Ma il nero è nero.
IN TO THE  DARKNESS...                                                                                                                                                                                                                                     
                                                                    

lunedì 22 luglio 2013

MOTO Antonelli, omicidio colposo a Mosca


Non riesco a ritenere sport un'attività dove si rischia la vita in ogni momento. E' un mio limite che non è condiviso quasi da nessuno. E ogni volta che una tragedia lo ricorda anche agli altri, a chi si esalta per le gesta di questi presunti eroi, mi allontano dalle immagini raccapriccianti, dalle istantanee che fermano vite e fissano il dolore incancellabile nell'anima di genitori, fratelli, amici.
Ma le passioni sono tali perché sfuggono talvolta alla logica e al calcolo. E anche se non riesco a condividere la brama di velocità, il "coraggio" con cui si affronta il rischio in pista, lo rispetto.
Ma il rispetto non lenisce il dolore e la pietas per questi ragazzi la cui vita si spezza tra le ruote, in un casco inutile che diventa guscio impalpabile. Spesso si parla di fatalità, ma il dramma che ha tolto la vita ad Andrea Antonelli, ieri a Mosca nella gara della categoria cadetta della Supebike, ha poco a che vedere con la fatalità.
A Mosca non si doveva correre. Ma come si fa a prevedere e organizzare una gara senza che sulla pista ci sia l'asfalto drenante?
Non bisogna essere piloti per capire la differenza, basta andare in autostrada, capitare sotto un acquazzone, per rendersi conto della differenza. Quale organizzazione che si rispetti può concedere l'ok per assegnare ad un circuito simile un evento che gioca con la vita di una manciata di giovani piloti?
Se non per la legge, almeno moralmente a Mosca c'è stato un omicidio colposo, che non ha giustificazioni. Si parla sempre di esigenze televisive, di orari da rispettare. Ma le vite umane non sono da rispettare? O siamo al punto dolente che sono, a volte, più o meno inconsapevolmente, le esigenze delle tv e dei telespettatori si traducono in picchi d'ascolto proprio i momenti degli incidenti?
Provate a pensare cosa si è verificato ieri sulla pista, scusate se la chiamo ancora così: a 250 kmh i piloti sono piombati in una nube acqua, mix liquido e di particelle in evaporazione e in movimento verticale. Non si vedeva più nulla, come guidare a fari spenti nella notte, forse anche peggio. Emozioni? No, un attentato alla vita dei piloti. Con una vittima accertata e l'involontario investitore che per il resto della sua esistenza porterà con sé lo choc di quanto avvenuto.
Da bambino anch'io seguivo Formula 1 e moto. E piangevo di nascosto ogni volta che un pilota moriva in pista: Bandini, Scarfiotti, Giunti, Rindt, Courage, Cevert, Peterson. E nella moto non posso dimenticare quel 20 maggio del 1973. Per me tifoso di calcio una delle giornate da incorniciare nell'album dei ricordi: ero allo Stadio Olimpico e la Juventus avrebbe vinto allo sprint un indimenticabile ed insperato scudetto, rimontando la Roma con il gol vittoria di Cuccureddi ad un soffio dalla fine. Nell'attesa, in Curva Nord (oggi sarebbe settore distinti, il campo è sempre lontanissimo, la partita si vede male lo stesso, ma il biglietto costa di più) la notizia della morte di Pasolini e Saarinen accomunò nel luttuoso sconcerto tifosi romanisti e juventini.
Mi rendo conto che la vita non ha nulla di scritto, ma non la si può perdere facendo sport. Per me gli eroi sono altri. Realismo, non retorica. Gli eroi della vita quotidiana sono altri. Le persone che lavorano tutto il giorno per uno stipendio inadeguato e cercano di vivere dignitosamente, chi affronta gli schiaffi delle malattie, gli affronti dei superiori, dei vari caporali che come nel film di Totò (Siamo uomini o caporali? Regia di Camillo Mastrocinque, 1955) vessano i sottoposti. Chi non si piega dinanzi alla malavita, ai ricatti, all'andazzo delle scorciatoie illegali. Chi consuma la sua esistenza aiutando chi ne ha bisogno, familiare o estraneo che sia.
Penso perfino che certi esempi che arrivano da alcuni sport siano dannosi, perchè ai giovani forniscono un'immagine distorta, falsi valori. Ma, come sempre, appartengo ad una minoranza. Gli altri la pensano diversamente.