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sabato 24 agosto 2013

VOLLEY Punto e...Modena

La nuova società di volley maschile è stata chiamata Modena Volley Punto zero. Ma non è che ci sia la Fiat come sponsor misterioso? Per fare pubblicità alla Punto, almeno si faranno pagare? Trattandosi di club sportivo, il numero zero non pare proprio beneaugurante. Sicuramente la nuova dirigenza non è scaramantica.


* Nella foto il tecnico Angelo Lorenzetti già al lavoro con i giocatori disponibili

venerdì 23 agosto 2013

VOLLEY Il cuore italiano di Indre Sorokaite



Questa è la storia di Indre Sorokaite, nata a Kaunas 25 anni fa, nella patria del basket e dello Zalgiris, da una famiglia di sportivi. Il papà Rimas giocava a basket, la mamma Rosa a pallavolo, un equilibrio che i figlioli non hanno alterato. Con l’aiuto della mamma, Indre ha cercato fortuna in Italia giocando a volley, il fratello Paulius Sorokas, è rimasto col padre sotto canestro.
        La famiglia si riunisce d’estate, quando Indre e Paulius fanno coppia fissa sui campi di beach volley. Avrebbe dovuto giocare a basket anche lei, perchè in Lituania lo sport dei canestri è una seconda religione («Se il mondo ha scoperto la Lituania è stato grazie a Sabonis»).
        I suoi ricordi d’infanzia galleggiano tra questi due sport: le partite di volley della mamma, i voli verso il canestro tra le braccia del padre. E le serate davanti alla tv a tifare Zalgiris nelle partite dell’Eurolega.

 Poi però, da ragazza, quando si trattò di scegliere i genitori le dissero che l’avrebbero portata prima sul campo del volley e poi su quello di basket. Ma per Indre ci fu solo la prima tappa, fu decisivo l’imprinting, il primo palleggio e la consapevolezza che quello sarebbe stato il suo sport.
        Per far capire le sue sensazioni di allora, Indre rimanda al film di Wes Craven, “August Rush, La musica del cuore”: «Spiega in un attimo la sensazione che ho nei confronti della pallavolo e cosa provo quando gioco. Il mio film però lo chiamerei la pallavolo del cuore»
        Per la sua famiglia lo sport è stato un crocevia affettivo e professionale. Per tutta la vita i suoi genitori si sono sacrificati per i figli, arrivando a dividersi per non ostacolare la loro carriera.
        Il volley italiano allora era il top per chi volesse provare a far carriera, così Indre e la mamma decidero di provarci, di inseguire il sogno di una vita diversa in un posto dove le donne possono essere liberamente protagoniste della loro vita. Aveva 15 anni Indre, quando andò a giocare a Montesilvano, in B2. Poi bruciò le tappe. Due stagioni in A2 con il Castelfidardo, quindi l’occasione di andare a fare l’opposto di riserva a Bergamo, l’apprendistato con le campionesse della Foppa, le due Champions. Poi l’esperienza a Chieri, bella ma finita male. Quindi l’estero. A Baku prima, in Giappone nella prossima stagione, con l’Airbees Denso, a Nishio.
        Giocando nel ruolo di opposto, quando sono emerse le sue qualità l’ambiente azzurro ha iniziato a seguirla, registrando i suoi progressi e concretizzando i sogni della ragazza di Kaunas, italiana da sempre per tesseramento, pur non avendo il passaporto. La Lituania non prevede il doppio passaporto, per cui Indre ha dovuto scegliere: «Ho sangue lituano e un cuore italiano. E’ una frase che mi rappresenta e che dico a tutti»

 Cresciuta con la rigida educazione lituana, ha coltivato determinazione e voglia di indipendenza. Si è riconosciuta nelle caratteristiche dei bergamaschi, chiusi e diffidenti inizialmente, ma poi capaci di aprirsi con generosità. E dopo dieci anni di Italia, è diventata un mix delle due culture, imparando il gusto per la moda, il cinema, la musica e l’amore per la cucina, al punto da confessare di non saper più rinunciare all’olio d’oliva, al parmigiano e alla mozzarella («Quella buona pugliese...»).




Quando per la prima volta si è trovata al centro del campo ad ascoltare l’Inno italiano con la maglia della Nazionale addosso, Indre Sorokaite si è commossa. Il 7 giugno ad Alassio gli occhi si sono inumiditi e arrossati.
        «Qualcuno l’ha vista come una cosa ridicola. Ma per me è stato molto commovente. Erano lacrime di gioia, di felicità, di ringraziamento. In quel minuto così emozionante ho pensato a tutti. La maglia azzurra è un sogno raggiunto, l’anno prima la provavo di nascosto in camera... Ero fierissima di poter cantare l’inno italiano, di sentirmi completamente italiana. Anche se abbiamo perso col Giappone, non dimenticherò mai quella serata»
        Una scelta ponderata, dettata da un’esigenza personale più che dalla convenienza.
        «Si è quel che si è, non si dimentica da dove si viene. Scegliere non è stato facile ma io dopo dieci anni che vivo qui ormai mi sento italiana a tutti gli effetti. Voglio avere una casa in Italia, crearmi una famiglia. Non è stata una scelta dettata solo dalla Nazionale. Sono italiana e ne sono fiera perchè l’Italia mi rappresenta, mi sento metà e metà in tutto. Ma non era semplice decidere, per la mia cultura, per come sono cresciuta. E ora finalmente ho un’identità»
        La Nazionale è stata il coronamento della sua scelta di vita. Il prossimo obiettivo?
        «Sognavo la prima partita in azzurro, poi una trasferta lunghissima, oltre le 9 ore di viaggio. E ci sono riuscita. Ora il traguardo sarebbe trovare un posto nella squadra che andrà agli Europei»
        Il ct Marco Mencarelli ha creduto in lei. E con Paolo Tofoli in panchina, domenica a Taiwan ha festeggiato il raggiungimento della Final Six del Grand Prix. Come si è trovata entrando nell’ambiente della Nazionale?
        «Sentivo la responsabilità ma non pensavo nulla, ero solo felice di poter rappresentare un Paese che sento dentro. Siamo l’Italia! Una passione, un amore che mi vengono da dentro. penso di avere tanti palloncini che circolano nel mio sangue. Giochiamo in orari strani, giriamo il mondo, ci dobbiamo abituare. E’ bello vedere posti diversi. Mi trovo davvero bene. Ci alleniamo tanto e a 25 anni penso di poter avere margini di miglioramento, non mi sento vecchia. Credo in questo: se si è bravi si può diventare bravissimi. Siamo tutti qui per un obiettivo, ognuna di noi vuole dare il massimo per questa maglia, sperando di meritare un posto per gli Europei. Dico che se pensi positivo, poi arrivano i risultati positivi»
        L’attende una stagione in Giappone.
        «Sono contenta e soddisfatta della mia scelta, spero di migliorare nel bagher, per la ricezione, voglio diventare una pallavolista completa. Sono cresicuta sia psicologicamente che tecnicamente, ma voglio ancora migliorare. E’ una grande sfida e a me piacciono le sfide»
        Un’italiana della Lituania alla scoperta del Giappone.
        «Un po’ di paura c’è, perchè è tutto diverso. Non vorrei sbagliare inchini o strette di mano, ma sarà solo questione di abitudine. Però non mi spavento. Dieci anni fa ho cambiato tutto, potrò confrontare le mie varie anime»
        Anche a tavola l’attendono novità.
        «Il cibo mi piace, specie i dolci, sono golosissima ma non posso permettersi certi lussi essendo un atleta. Sono più brava a mangiare che a cucinare. Preparo cose semplici, veloci. Da lituana preferisco la carne alla pasta. Ma amo la cucina italiana perchè è fatta di ingredienti freschi ed efficaci. Ma penso che se un italiano assaggiasse “cepelinai” (piatto a base di patate grattugiate ripiene di carne trita oppure di formaggio, ndr), poi lo vorrebbe rifare assolutamente»
 


Sul Corriere dello Sport di mercoledi 21 agosto 2013

giovedì 22 agosto 2013

CALCIO Maresca e il Toro preso per le corna

Mi ha sorpreso moltissimo sapere che il Torino avrebbe potuto ingaggiare Enzo Maresca. Come ogni juventino e ogni granata ricorda benissimo, nella stagione 2001-2002 segnò il gol del 2-2 in un appassionante derby. Ma oltre che per quel gesto  tecnico, Maresca è passato alla piccola storia del calcio per la sua successiva esultanza. Corsa per il campo con le mani a mimare le corna, come aveva fatto il torinista Ferrante quando aveva segnato in precedenza. Goliardia dettata dall'euforia del momento, che nel calcio sappiamo può produrre gesti ed episodi di cui poi magari ci si vergnogna anche. Ma che in certe occasioni, se si vede ancora il calcio come uno sport, ci possono stare.

Tuttavia e purtroppo, oggi sappiamo bene che il calcio non è più solo uno sport e che i tifosi non fanno più solo i tifosi. Capisco quindi le perplessità ed il rifiuto all'idea che Maresca possa vestire la maglia del Torino. Piero Chiambretti lo ha detto chiaramente, arrivando a minacciare di cambiare squadra (cosa che per un vero tifoso è impossibile).

Penso ai problemi ingiusti che ha avuto Candreva quando è arrivato alla Lazio, per via dei suoi trascorsi (e il suo rendimento ha fatto ricredere tutti i tifosi biancocelesti che lo avevano osteggiato). E dico che Maresca al Torino non s'ha da fare. Troppe teste calde, troppa gente che non ha il senso della misura. Maresca avrebbe vita impossibile e al primo errore, ad ogni errore, salterebbe fuori il passato, quelle goliardiche corna che ferirono i tifosi del Toro più che il suo gol. Non è giusto ma non si può ignorare la realtà.
Detto questo però mi chiedo: se io fossi Maresca, come potrei pensare di accettare un ingaggio dal Torino? Ricordando quell'episodio, non il passato in bianconero, non avrei nemmeno preso in considerazione il trasferimento. 
Chiarisco ulteriormente: la mia perplessità nasce dalla scarsa fiducia, confesso, nella tolleranza e nella capacità di ragionare serenamente che la maggior parte delle persone che si definiscono tifosi, dimostrano di avere. La cosa importante è che un calciatore dia tutto per la maglia che indossa, tutto il resto non dovrebbe contare. Ma evidentemente è troppo difficile pensarla così.

(fanta) CALCIO Giappone, tifosi & civiltà


Alberto Zaccheroni oggi su Repubblica.
(Vivendo in Italia, non c'è bisogno di commentare, ma che invidia...)

"Come si vivono i derby in Giappone? Con enorme passione, ma senza fischi o insulti. Se da una curva parte un coro, l'altra resta in silenzio per non soffocarlo, e aspetta il proprio turno. In questo Paese regna la cultura del rispetto"

mercoledì 21 agosto 2013

VOLLEY Roma potrebbe rinunciare ai Mondiali 2014

  

Foto di gruppo per il Comitato Organizzatore di Roma dei Mondiali femminili 2014 (al centro Andrea Scozzese)

 I Mondiali al tempo della crisi. Se fare sport è diventato complicato, organizzare nel 2014 un mondiale di volley femminile chiesto quando i soldi ancora giravano può risultare impresa non semplice.
        Andrea Scozzese è il presidente del Comitato Organizzatore locale di Roma, che dovrebbe ospitare l’Italia nella fase iniziale. Settembre sarà il mese decisivo per concretizzare progetti e speranze.
        «Sappiamo che ci sono priorità più rilevanti nel sociale, ma il mondo dello sport è traino anche per l’imprenditoria e quindi per il lavoro. Siamo in attesa del supporto del Comune, della Regione, di quel che resta della Provincia e della Camera di Commercio»

  I Mondiali maschili del 2010 furono un evento di successo.«Quasi centomila presenze. Ma stavolta non possiamo contare solo sul pubblico. Per il Mondiale bisogna costruire un budget e responsabilizzare il territorio per ridurre i costi all’inverosimile e avere una partecipazione radicata, consapevole, importante. Anche se i costi sono incomprimibili, come ad esempio il PalaLottomatica, che assorbe metà budget. Se il totale è di un milione di euro, 500.000 euro se ne vanno per il PalaEur»
        Ci sono dei vincoli anche nel reperimento di risorse extra.
        «Ci sono regole da rispettare rispetto al comitato centrale e allo stesso PalaLottomatica, che ha i suoi sponsor. Ma tutti hanno mostrato disponibilità al riguardo. Il Coni ci dà una grande mano, Malagò è disponibilissimo. Per i trasporti sarà fondamentale l’aiuto delle Forze Armate. Anche Lottomatica e Acea hanno già confermato concretamente che ci sarà supporto»
        Andrea Scozzese, memore della sua esperienza di gioventù con il Tor di Quinto di pallamano (74 presenze in Nazionale), non vuole arrendersi alla crisi. E’ convinto che ci sia una strada praticabile per fare sport e con il suo Volleyrò ha già dato un saggio della strada percorribile.
        «Vogliamo mettere questa vitalità nel mondiale e portarlo alla gente. Chiediamo aiuti adeguati ai tempi, il momento imprenditoriale è difficile. Saranno Mondiali responsabili. Vogliamo dimostrare che possiamo fare queste cose con quel che abbiamo: idee e uno sport di base forte.Vogliamo far innamorare le persone, sollecitare la passione, il volontariato. Questo tipo di sport vive solo con questa equazione: poi anche il mondo imprenditoriale deve fare la sua parte, dare un contributo, su un evento mondiale unico. In generale è il modello di sport che deve cambiare»

Settembre sarà un mese decisivo. Perchè ancora non ci sono certezze.«La Fipav ha stanziato una base importante - conclude Scozzese - ma occorre che Comune e Regione ci diano il minimo indispensabile che ci serve.Fino a che non avremo conferma degli impegni, tutti visti al ribasso, rispetto al 2010 non possiamo dire con certezza che Roma ospiterà il Mondiale. Nonostante il volley sia il primo sport femminile a Roma e nel Lazio. Con tante importanti iniziative legate, dalla scuola alla scienza dell’alimentazione e della nutrizione. Noi abbiamo avvicinato la nave al porto, speriamo che le istituzioni ci diano la possibilità di farla attraccare»



Pubblicato sul Corriere dello Sport

domenica 18 agosto 2013

ATLETICA Le unghie della Green graffiano la Iaaf

   Le unghie a colori della svedese Emma Green, settima nella finale del salto in alto. Smalto con i colori dell'arcobaleno nella qualificazione di Ferragosto (gesto solidale con i gay, discriminati da una odiosa legge voluta da Putin), smalto color rosso nella finale di sabato, dopo l'ordine informale ma perentorio della Iaaf, la Federazione Internazionale di atletica leggera

Le unghie variopinte di Emma Green hanno “graffiato” la Iaaf. Pur di non irritare la Russia, la Federatletica mondiale non ha esitato a coprirsi informalmente di ridicolo, pressando la 28enne svedese affinchè non si presentasse nella finale dell’alto con i colori dell’arcobaleno smaltati sulle unghie, come a Ferragosto in qualificazione. La Iaaf ha informalmente avvertito la Green (anche il suo cognome è un colore, verde) che così facendo violava le regole che proibiscono dichiarazioni politiche. Per la Iaaf insomma è più grave dipingersi le unghie con i colori adottati dai movimenti gay che discriminare le persone per via dei loro gusti sessuali.
     E stando in Russia, novelli don Abbondio, i pavidi governanti si sono preoccupati soprattutto di non urtare la suscettibilità di chi ospita questo tiepido Mondiale moscovita. Ma l’uguaglianza dovrebbe essere un dettame per lo sport, indipendentemente dalle leggi dei Paesi a cui si affidano gli eventi. Peccato non aver potuto verificare come si sarebbe comportata la Iaaf se Emma Green non avesse coperto di smalto rosso (colore ad hoc in Russia) le sue unghie.


Sul Corriere dello Sport di domenica 18 agosto 2013

mercoledì 14 agosto 2013

AUTO Toyota, pupe e ciambelle


http://www.corrieredellosport.it/video/motori/2013/08/01-69318/Pupe+e+ciambelle

La Toyota ha lanciato sul mercato americano la IQ con un filmato che non si dimentica. Cliccando sul link sopra, che conduce al sito Motori del Corriere dello Sport, è possibile gustare l'inventiva dei creativi della Casa automobilistica giapponese. Il filmato s'intitola Pupe e Ciambelle. Unica obiezione: forse nemmeno a Marco Pannella durante uno dei suoi digiuni, stando in macchina con questo popò di ragazzone, verrebbe in mente di trangugiare ciambelle e bere. Sbaglio? 

SCHERMA Il bel ministro, le bellezze azzurre

 Mi piace vincere ma sono abituato a non avere vita facile. Del resto oggi in questo Paese, chi ce l'ha? Ok, si, pensiamo alle stesse persone. Detto questo direi che le nostre campionesse della scherma non hanno nulla da invidiare, nemmeno sotto il profilo della sensualità e del fascino, ognuna a modo suo. Basta saper cogliere quel quid, al di là di ciò che è palese. Però loro, le azzurre, hanno in più il bonus delle medaglie, della bravura, e soprattutto, quasi tutte, non sono delle politiche. Di questi tempi non è poco




ATLETICA Bolt dj a Gorky Park




Dalla pagina Facebook della Iaaf, la Federazione Internazionale di atletica leggera.

Usain Bolt, l'uomo più veloce del mondo, a Gorky Park, Mosca, balla e si diverte alla consolle del dj.  Non è la prima volta e non sarà l'ultima. La sua passione per la musica e per il ruolo di dj è nota. Grazie alla sua fama, costruita con l'atletica e con il suo straordinario talento, riesce spesso a divertirsi come piace a lui. Forse anche poù che scatenarsi nelle danze, gli piace far ballare gli altri con la musica che propone. 
Insomma, quando non è in pista, Bolt è un ragazzo che ama divertirsi, come tanti altri giovani. Beh, forse proprio come gli altri no... Ma il segreto del suo successo planetario, oltre alle sue doti di sprinter, è proprio nella capacità di apparire un ragazzo di questo mondo, sorridente, scherzoso, ironico, dissacrante.

martedì 13 agosto 2013

VOLLEY Gioli, dalla Turchia alla Ciociaria


Simona Gioli (Foto Lega Pallavolo Femminile)

Toh, sorpresa, una campionessa che torna a giocare in Serie A1. Il colpo di mercato l'ha messo a segno la matricola IHF Frosinone, appena ripescata nel massimo campionato a corto di società. Simona Gioli vestirà la maglia bianconera, se vorrà anche indossando il numero 17 che aveva in Nazionale. Due stagioni in Russia e Turchia, al Fakel Urengoij e al Galatasaray Istanbul: fu una delle prime a lasciare l'Italia per i lauti guadagni garantiti all'estero. Dopo la Angeloni, un'altra emigrante torna in Italia per approdare a Frosinone, nel club della famiglia Iacobucci (presidente Lucio, vicepresidente Laura).  Simona Gioli è una delle stelle azzurre che tanto hanno vinto in campo internazionale, dagli Europei alla Coppa del Mondo 2011.
A Frosinone c'è un altro mito del volley mondiale, il cubano Joel Despaigne, El Diablo, che è il vice del tecnico Mario Martinez, argentino. 
Simona Gioli ha 35 anni ed è una delle mamme più celebri e celebrate della nostra pallavolo. Un mese dopo il parto era di nuovo in campo. «E’ una grande emozione quella di tornare in Italia - ha detto Simona nel comunicato rilanciato dalla IHF - sono stata una delle prime atlete ad andare a giocare all’estero ed ora la gioia del ritorno si fa sentire. Qualche tempo fa non ci speravo di poter tornare, soprattutto in questi anni in cui la maggior parte delle atlete lo lascia per giocare all’estero. La scelta di tornare in Italia è legata al desiderio di voler concludere la mia carriera nel Paese in cui sono nata e mi sono formata professionalmente. Proprio per questo, per la prossima stagione indosserò la maglia della IHF Volley, una squadra molto giovane e piena di ambizioni ed io metterò in campo tutta la mia esperienza e le mie competenze maturate in tutti questi anni per fare bene e per disputare un buon campionato e, soprattutto, per condividere delle belle esperienze costruendo qualcosa di importante per gli anni che verranno». 
L'organico della matricola IHF al momento annovera le palleggiatrici Agostinetto e Bonciani, le centrali Gioli, Frigo e Spataro, le schiacciatrici Angeloni, Vico e Astarita, gli opposti Percan e Biccheri, il libero Ruzzini. Vista da fuori, o dal basso, l'allestimento dell'organico lascia qualche interrogativo soprattutto per quanto riguarda altre scelte. Ad alzare per la temuta "fast" di mamma Gioli saranno due palleggiatrici che possono essere considerate al debutto a certi livelli. Giulia Agostinetto faceva la seconda a Conegliano e non ha giocato molto. Francesca Bonciani ha appena 21 anni, era a Frosinone già lo scorso anno. 
Detto che nei mesi scorsi si era paventata la possibilità che l'IHF potesse trasferirsi a Roma, il Palasport Città di Frosinone con i suoi oltre 3500 posti potrà saziare la voglia di pallavolo della zona. 
Certo, andare a Roma avrebbe significato colmare in qualche modo il vuoto lasciato dall'abbandono della società maschile di Mezzaroma (con pendenze economiche ancora da saldare). Anche Aprilia donne è scomparsa. Ad alto livello il volley laziale parla ciociaro: IHF Frosinone in A1 donne, Sora in A2 uomini. E la vicina Latina, pontina, in A1 maschile. 

ATLETICA Bolt & Lewis, miti a confronto


Epoche diverse che abbracciano trent’anni di atletica, dal primo Mondiale di Helsinki nel segno di Carl Lewis, a questo di Mosca, apertosi con l’ennesimo lampo di Bolt. Due grandi campioni, simili per la serietà nel modo di intendere l’atletica, diversi per quasi tutto il resto.
Lewis, statunitense di colore nato nell’Alabama all’alba degli Anni Sessanta, in un periodo ancora caldo della interminabile battaglia per la completa integrazione con i bianchi. Bolt, nero nato (nel 1986, quando Carl era già diventato campione olimpico) in un paesino della Giamaica e cresciuto lontano da certe problematiche politiche.
Carl ha vinto medaglie spaziando dai 100 al salto in lungo, che iniziò a praticare fin da piccolo, con 200 e 4x100 ad irrobustire le sue possibilità di fare incetta di allori. Saltando, si fece notare per la sua velocità e così si catapultò anche nello sprint. Con un difetto che è lo stesso di Usain: la non eccelsa abilità nella fase di partenza, per via delle gambe lunghe (Carl è alto 1,91, solo quattro centimetri meno di Bolt).
Bolt ha illuminato molto spesso le sue medaglie con i record. Carl ne ha firmati quattro sui 100 e chiuse la sua carriera a 3 centesimi da mennea sui 200 e col rammarico di non essere riuscito a succedere al mitico Beamon. In quella magica notte di Tokyo (30 agosto 1991), quel mattacchione di Powell atterrò a 8,95 nel lungo rubandogli il suo sogno prediletto e la medaglia d’oro.
Carl Lewis è stato la stella di un atletica che in quegli anni stava vivendo il periodo di massimo fulgore, sotto la spinta dell’allora presidente Primo Nebiolo. Ma non era l’unico a brillare. Era il campionissimo poliedrico e carismatico, l’asso da mettere in copertina, ma dietro di lui non c’era il deserto. Basta ricordare Sergei Bubka.
A Bolt invece è stato consegnato lo scettro di salvatore mediatico di un’atletica non immune dalla crisi, acuita dal dilagare del fenomeno doping, che esisteva eccome anche ai tempi di Lewis, ma restava spesso nascosto. Lewis si trovò campione del mondo nell’87 a Roma e poi olimpico nell’88 a Seul, dopo la positività di Ben Johnson. Lui stesso però risultò dopato tre volte, ma la sua e altre positività furono coperte dal Comitato Olimpico statunitense. Bolt è stato chiacchierato molto, suo malgrado e si spera ingiustamente, per via delle acclarate positività di molti suoi rivali e connazionali. Fu attaccato dallo stesso Lewis, forse anche per una forma di gelosia.
Lewis, sensibile ai dettami della moda e all’eleganza, fu uno dei primi campioni a cavalcare gli spot: la sua pubblicità in tacchi a spillo per la Pirelli è risultata indimenticabile. Amava la musica e incise un singolo con la sua band, gli Electric Storm. Girava le piste di tutto il mondo come un re con la sua corte, il clan gli atleti del Santa Monica. Dove correva lui, c’erano loro.
Usain è più solitario. Ha però il suo gruppo alle spalle, un entourage di cui si fida ciecamente: tutta gente che lo conosce da quando era ragazzo. Ma ciò che ha reso immensamente popolare Bolt è la sua straordinaria capacità di comunicare. L’aver portato il suo estro da rockstar nei rigidi canoni dell’atletica. E la gente è impazzita per lui. Fuori dalla pista è sintonizzato sulle passioni dei ragazzi della sua età: la musica (si diverte a fare il dj appena può) il ballo, le auto (distrazioni incluse), a volte ha voglia di marinare gli allenamenti. Carl Lewis divenne vegano e smise di mangiare carne, Usain Bolt va ghiotto delle ali di pollo fritte. Anche a tavola (e non solo...) Bolt è lontano da Lewis.


Sul Corriere dello Sport di martedi 11 agosto 2013

ATLETICA Bolt a 1 oro da Lewis (sui 100)






Mettere a confronto campioni di epoche diverse è un gioco che da sempre appassiona e fa discutere. E ogni volta che Bolt si mette un oro al collo, inevitabilmente ci si domanda: ma Usain è più forte di quanto lo sia stato Lewis?
 Ora che l’attesissimo trionfo del giamaicano a Mosca è diventato realtà, è possibile mettere in fila qualche numero e fare un passo avanti con i confronti, limitando il duello ai 100 metri dei Mondiali e delle Olimpiadi.
Carl Lewis ha vinto sui 100 cinque medaglie d’oro: tre ai Mondiali (Helsinki 1983, Roma 1987, Tokyo 1991) e due alle Olimpiadi (Los Angeles 1984 e Seul 1988).
Usain Bolt è ancora fermo a quattro: due successi olimpici (Pechino 2008 e Londra 2012) e due ai Mondiali (Berlino 2009 e Mosca 2013).
Il “figlio del vento”, come era chiamato Frederick Carlton Lewis, sprinter e saltatore immenso, è dunque ancora in vantaggio, limitatamente ai 100 metri, per 5 ori a 4. Sullo score di Bolt pesa la squalifica per l’ormai storica falsa partenza, che lo privò di un probabile successo ai Mondiali coreani di Daegu, nel 2011.
Lewis invece, vinse due dei suoi ori sui 100, in seguito alla squalifica per doping di Ben Johnson, che in pista l’aveva battuto ai Mondiali di Roma ‘87 e all’Olimpiadi di Seul ‘88.

I rispettivi medaglieri sono la testimonianza della loro grandezza e, nel caso dello statunitense, di longevità agonistica ai massimi livelli.
Bolt è arrivato alla dodicesima medaglia d’oro (6 ai Mondiali e 6 alle Olimpiadi), alla quale vanno aggiunte le due d’argento conquistate nel 2007 ad Osaka, l’anno prima che iniziasse il suo dominio assoluto. Oltre che i 100, Bolt ha vinto 200 e 4x100, sia ai Giochi di Pechino che a Londra. Ma anche ai Mondiali 2009 e 2001. Sei ori di fila tra il 2008 e il 2009, la squalifica del 2011 e poi altri sei ori consecutivi, con quello di ieri. Con i 200 e la staffetta ancora da correre, può allungare ad 8 trionfi la serie.
Il totale di Carl Lewis tra Giochi e Mondiali è mostruoso: 20 medaglie, 17 d’oro. A differenza di Bolt però, Lewis ha vissuto la sua carriera dividendosi tra lo sprint e la pedana del lungo. Come Bolt anche Carl siglò record mondiali, ma non nel lungo, dove il mitico primato di Beamon fu cancellato non da lui ma da Powell.
Lewis fu abile ad imporre la sua immagine oltre i confini dell’atletica, siglando ricchi contratti pubblicitari, incidendo dischi e diventando protagonista in tv. Come e più di Lewis però, Bolt ha incarnato il ruolo di uomo immagine dell’intera atletica, diventando un vero idolo per il grande pubblico, che sa attirare e gratificare, con i suoi show e la sua simpatia.




Sul Corriere dello Sport di lunedi 12 agosto

domenica 11 agosto 2013

SPORT Donne crescono, anche nello sport

La Nazionale femminile di volley (Foto Fipav) e Chiara Cainero campionessa europea nel tiro a volo (Foto Fitav)

Negli ultimi 40 anni il boom delle campionesse ha accompagnato in Italia l'emancipazione della donna

Per il Barone de Coubertin le donne non erano adatte alla pratica sportiva, per una questione fisica e per il loro ruolo nella società. Pensieri dell’altro secolo, utili però a ricordare da dove è partita la lenta ma inesorabile rimonta della donna, e quanto sia stato difficile e irto di difficoltà il cammino. All’Olimpiade di Londra 2012, ma de Coubertin non era più nella condizione di dolersene, il 45 per cento degli atleti era di sesso femminile.
    Non solo: per la prima volta ogni Paese partecipante ha iscritto almeno una donna, anche quelle nazioni islamiche riottose a concedere pari dignità e possibilità alla popolazione femminile.
    La prima medaglia d’oro olimpica di una donna italiana porta la firma di Ondina Valla, una specie di mito per lo sport al femminile: ai Giochi di Berlino 1936 vinse gli 80 ostacoli. Ma tanti anni ancora, non meno di tre decenni, sarebbero dovuti passare perché lo sport anche in Italia si avviasse ad essere davvero per tutti e non solo per tutti gli uomini. Ancora alla fine degli anni Sessanta, come testimoniavano gli album delle figurine Panini dedicati ai Campioni dello sport, le donne a far compagnia alla schermidrice Antonella Ragno, alla mezzofondista Paola Pigni e alla nuotatrice Novella Calligaris, erano davvero poche.
    Con la Ragno, la Pigni e la Calligaris, l’Italia scoprì che c’erano ragazze azzurre in grado di competere per le medaglie con quelle maschiacce dei Paesi dell’Est.
    Le nostre, insomma, non sono mai state dei maschiacci, ed anzi lo sport italiano al femminile si è imposto sempre più anche per merito delle qualità a 360 gradi di molte campionesse, capaci di vincere senza rinunciare alla loro femminilità. Se Sara Simeoni è stata a lungo il simbolo della donna italiana vincente nello sport, anno dopo anno la figura femminile si è conquistata una valenza che è andata crescendo parallelamente anche nel sociale.
    Ma nello sport le quote rosa non sono frutto di operazioni mediatiche o compromessi politici. Lo sport ha esaltato le donne con la meritocrazia. Le tante campionesse sulla neve, la leggenda senza fine delle fiorettiste, il fenomeno del Setterosa della pallanuoto, i successi delle azzurre del volley, la Sensini nella vela e la canoa longeva di Josefa Idem, Tania Cagnotto che si tuffa, fino ad arrivare al fenomeno Pellegrini, regina delle piscine e del gossip.
    L’immagine delle sue ragazze vincenti da un lato ha trainato lo sport italiano anche in momenti in cui lo sport maschile faticava ad imporsi, dall’altro è risultata la fotografia di un Paese pian piano cambiato. La medicina ha dimostrato che alla donna non manca nulla per primeggiare nello sport, nonostante le diversità e proprio in virtù delle sue peculiarità.
    La ricerca di indipendenza e di riscatto, individuale e sociale, il dover lottare contro ingiusti ed atavici pregiudizi, non hanno fatto altro che temprare le loro doti di tenacia, le loro ambizioni, le capacità caratteriali. Del resto, son le donne a partorire. Le pioniere hanno mostrato la strada e quando il ricambio generazionale ha consegnato alla nuova gioventù degli esempi da seguire, tanti fiori sono sbocciati.
    La donna ha sfondato nello sport, senza rinunciare a vezzi e bellezza (in campo con le unghie smaltate, gli occhi truccati, le acconciature ed i costumi più sfiziosi e sexy). Anzi, prolungando oltre la maternità l’età agonistica (dalla Vezzali alla Cainero): l’ultima frontiera del riscatto.
    E mentre le mamme vincono, i papà hanno imparato ad allargare i loro orizzonti. Se l’Italia più arretrata registra ancora gli orrori del femminicidio, è perché il più becero maschilismo non ha saputo adeguarsi ai tempi, alla civiltà e alla vera parità di diritti tra uomo e donna.

sul Corriere dello Sport di domenica 11 agosto 2013

sabato 10 agosto 2013

SPORT & POLITICA Boicottaggio da boicottare


Lo statunitense Nick Symmonds si è schierato contro la legge riguardante i gay promulgata da Putin


Boicottare i Giochi una scelta bocciata dalla storia

Dopo quasi trent’anni lo sport torna a temere lo spettro del boicottaggio, che è l’antitesi dei valori che rappresenta. La fuga che sostituisce il confronto, il voltare le spalle che rifiuta l’abbraccio. E’ ancora a Mosca, dove scattano i Mondiali di atletica, che sta ardendo la polemica: una scelta politica russa è all’origine del forte dissenso che ha indotto 340.000 persone a inviare al presidente del Cio, Rogge, una petizione per chiedere il boicottaggio dell’Olimpiade invernale di Sochi, il prossimo febbraio.
     Nel 1976 molti Paesi africani boicottarono i Giochi olimpici di Montreal per protesta contro l’atteggiamento troppo morbido del mondo occidentale nei confronti dell’apartheid sudafricano. Più vivo il ricordo del grande boicottaggio in occasione dei Giochi di Mosca 1980. Casus belli l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe dell’allora Unione Sovietica. Quattro anni dopo fu il blocco comunista a boicottare l’Olimpiade statunitense, Los Angeles 1984. In entrambe le occasioni, disertare le Olimpiadi non risolse i problemi: a pagare furono solo gli atleti, mortificati dalle scelte dei politici.
    Ora l’asilo politico concesso a Snowden e le leggi ambigue e restrittive imposte dalla Russia di Putin in merito all’omosessualità, minacciano di nuovo l’identità, l’autonomia e il ruolo dello sport. Ma almeno stavolta la storia pare aver insegnato qualcosa. Il Comitato Olimpico statunitense ha già pubblicamente respinto la richiesta di una senatrice poco sportiva e non intende boicottare. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, il velo dell’ipocrisia è sempre più esile. Gli affari e i rapporti commerciali sono gli interessi primari di governi pronti a voltare gli occhi altrove quando sono in ballo diritti civili e valori umani. Ecco perchè si spera che stavolta la politica lasci lo sport agli sportivi. E al Comitato Olimpico statunitense sia concessa la libertà, parola che ha sempre la sua presa negli Usa, di far gareggiare i suoi atleti. Così il messaggio di dissenso sarà ancor più significativo. Perchè non c’è niente di più efficace del linguaggio dello sport, per avviare pace dove c’è guerra, unione dove c’è discordia.


Sul Corriere dello Sport di sabato 10 agosto 2013


 

venerdì 9 agosto 2013

CALCIO Io & Del Piero

CON LA SUA GENTE, OLTRE GOL E TRIONFI
Il tifo in fondo è un sogno condiviso che si impara da bambini. Fatto della stessa materia dei sogni dei calciatori, anche se vissuto solo con gli occhi e con il cuore. Per alimentare quelle passioni, quelle emozioni che non invecchiano e danno l’illusione di una eterna giovinezza. Tifare per una squadra vuol dire legarsi emotivamente ai suoi giocatori, non a tutti allo stesso modo perchè si sa, i giocatori vanno e vengono, quello che conta è la maglia, in questo caso quella bianconera della Juventus.
         Rubando la citazione a quel genio di Woody Allen potrei dire che di calciatori per cui ho fatto il tifo in modo speciale ne ho visti tanti, ma Alessandro Del Piero è stato ed è qualcosa di realmente diverso. E so che per tutti quelli che hanno vissuto la sua splendida carriera juventina e non hanno ancora digerito le modalità del suo forzato distacco, sarà facile capire.
        Del Piero non è stato soltanto il fuoriclasse che ha fatto vincere tanto alla Juventus, l’uomo che regalò la Coppa Intercontinentale del ‘96 con il gol al River Plate, il campione che ha guidato la risalita dalla serie B. Se a 38 anni è ancora il campione più amato e popolare della Juventus, pur non giocandoci più, è perchè tra Del Piero e il popolo bianconero, il suo popolo, si è creato un legame che nessuna cessione potrà mai mettere in discussione o affievolire.
        Alessandro Del Piero ha eletto la sua carriera, il suo modo di stare nel calcio, a lezione di vita, impartita giorno dopo giorno, anno dopo anno, sempre con il sorriso sulle labbra, con umile semplicità.
        Alla gente che lo ha amato ha insegnato che i sogni vanno inseguiti perchè a volte si avverano. Per lui ha significato vivere la vita che ha vissuto. Per la sua gente è stato vederlo sollevare la Champions League all’Olimpico nel ‘96, segnare il 2-0 alla Germania ai Mondiali del 2006, inchinarsi al Bernabeu per l’omaggio dell’intero stadio dopo la sua doppietta al Real Madrid. Tre perle indimenticabili di una collana lunghissima.
        Del Piero ha insegnato a rialzarsi quando il destino ti mette al tappeto. A non avvilirsi se chi guida la squadra, nel calcio ma anche nella vita della gente comune, non comprende o non sa riconoscere la qualità. Del Piero ha mostrato come si può convivere con allenatori che sottovalutano il valore, sempre rispettoso anche con chi non lo ha rispettato, salvo poi risultare vincente perché c’era sempre Alex a mettere la firma nei momenti cruciali.
        Alex mai fuori registro, sorridente, spiritoso, leale con i colleghi, devoto al se stesso bambino ed alla sua famiglia. Riconoscente con tutti quelli che lo hanno aiutato ad essere Del Piero, un ragazzo speciale e fortunato, che dall’11 ottobre tornerà a farci alzare ogni settimana alle 7 del mattino per vederlo ancora giocare, anche se con la maglia azzurra del Sydney.





* apparso sul Corriere dello Sport-Stadio del 7 agosto 2013

VOLLEY Le tre vite di Carolina Costagrande



 Argentina: le origini.
 Italia: la carriera
 Cina: la maturità

A quasi 33 anni, Carolina Costagrande, argentina di nascita, è il bomber di una Nazionale nuova e ringiovanita, che conta su di lei per crescere e migliorare. Sente la responsabilità?
        «Sono motivata e gioco con gioia. E’ normale che abbia un pochino più di responsabilità perchè il gruppo è giovane. Però chiunque entra fa bene. E questo mi dà serenità, conto sulle mie compagne e posso fare al meglio il mio lavoro. Mi diverto sempre, vedo del talento in ragazze molto giovani. Allenate e aiutate nel modo giusto, come stiamo facendo, credo possano crescere tantissimo. Ci vuole un pochino pazienza ma vedo futuro enorme in queste ragazze»

Che tipo di allenatore è il ct Marco Mencarelli?
        «Ci conosciamo da pochissimo. Innanzitutto mi sembra bravissima persona, ha messo la massima disponibilità. Anche per far due chiacchiere e per conoscerci come abbiamo fatto tra noi ragazze. Gli allenamenti sono forti, buoni, si passa parecchio tempo in palestra e questa cosa mi piace. La stessa cosa vale per la preparazione atletica con Merazzi, si cura ogni minimo particolare, ci si allena tantissimo. Mi piace questo approccio al lavoro, tecnicamente gli esercizi sono validi e mirati, precisi. Con le indicazioni giuste su ciò che conta, senza perdersi in troppe cose. Finora devo dire che sta andando tutto molto bene»

Un'Italia con tante giovani che non hanno ancora esperienza in A1 ma che hanno riscosso la fiducia del ct.Può essere competitiva ai massimi livelli?
        «Io penso di si. Gruppo giovane, tanto margine di crescita, da qui alle Olimpiadi non ci mancherà niente. Pero dobbiamo lavorare tantissimo. Più volte andiamo in campo tutte insieme e meglio è. Giocare deve diventare una cosa di tutti i giorni. E’ di questo che ha bisogno una squadra giovane. Il Grand Prix ci può dare l’idea su cosa dover lavorare»

Ha vissuto le ultime due stagioni in Cina, come si è trovata nel Guangdong Hengda?
        «In Cina sono stata benissimo, due anni straordinari, devo ringraziare la società, le ragazze, Jenny Lang Ping è stata una persona d’oro in un momento mio di ricerca, anche come donna, come persona. Sono cresciuta in tutti gli aspetti La Cina mi ha dato veramente qualcosa in più. Cercavo e ho trovato un ambiente sereno e tranquillo. Mi manca tantissimo. Piano piano ho cominciato anche a mangiare cinese e mi piace molto. C’era una comunità latino con brasiliani, argentini, cileni. Appena possibile facevamo le grigliate, le riunioni, le feste e questo mi ha dato tantissimo»

Campionato orfano di tante stelle, spazio per le giovani ma minor qualità?
        «Sì per le giovani sicuramente opportunità, è un peccato però perchè non si cresce tanto. Ora comincia ad essere forte la Turchia perche il campionato è più forte, le straniere vanno lì, non è un caso»

Superata l’amarezza della mancata medaglia all’Olimpiade di Londra?
        «La delusione olimpica non è un ricordo lontano, fa parte della mia carriera, della mia vita. Ci eravamo preparate per altro ma a volte non ci si riesce. Però bisogna andare avanti, è cosi nella vita, bisogna farne un tesoro e non un peso di questa cosa»

Dall'Argentina all'Italia alla Cina: i Paesi in cui ha vissuto l'hanno cambiata?
        «L’Argentina è la mia terra, la mia lingua, noto una grande differenza quando mi rapporto con persone argentine, sento che sono io a tutti gli effetti. Però ho passato anche 15 anni in Italia e ho acquisito anche un modo di vivere all’italiana, con certe abitudini, in un Paese dove ora ci sono problemi ma prima funzionava tutto, se faccio il paragone con Argentina, un Paese con più difficoltà. Le cose sono sempre state precise curate ordinate e in più la pallavolo. L’Italia è stata la mia carriera, mi sono realizzata come giocatrice, è cambiata la mia vita e questo non lo potrò scordare mai. Quando sono in Argentina mi manca l’Italia quando sono in Italia mi manca un po’ l’Argentina. In Cina sono arrivata a 30 anni, quando una donna magari si fa delle domande. Ero in una fase di ricerche interiori, personali. In quell’ambiente, con una cultura millenaria e un modo diverso di vivere, ho potuto apprezzare cose della vita meno superficiali, molto più profonde che mi hanno dato tantissimo»


Scritto sul Corriere dello Sport dell'8 agosto 2013

mercoledì 7 agosto 2013

AUTO Fiat 500L, grande spot in Usa







Molto divertente e ben riuscito lo spot che la Fiat ha realizzato per il lancio sul mercato americano della Fiat 500 L. L'optional, nello spot, è una autentica famiglia italiana sul sedile posteriore. Un corto delizioso, parlato anche in italiano con sottotitoli in inglese, che scherzosamente abbina e propone il clichè italiano, con i dialoghi familiari, il pettegolezzo, la passione per il calcio, la mania per il caffè espresso. Volti simpatici, dall'iniziale sconcerto e diffidenza, si passa addirittura ad un assorbimento della cultura italiana, difettucci inclusi, come dimostra il moto di gelosia conclusivo. 
La macchina non so, ma lo spot è sicuramente da non perdere

VOLLEY Corigliano, l'unione fa la forza

La foto che propongo è il puzzle degli sponsor messo insieme dalla squadra di Corigliano, Serie A2 maschile. Per ingrandirglo e vederlo bene si può andare sul sito del Corigliano Volley.
C'è stato un tempo in cui il club sperava nell'aiuto del calciatore Gattuso, il figlio più celebre di Corigliano. Ora non gioca più nel Milan (e i colori del Corigliano sono rossoneri) ma si è avvicinato alle radici andando ad allenare il Palermo, nella confinante Sicilia.
Ora i dirigenti calabresi molto semplicemente hanno pensato di omaggiare, ringraziare e far  conoscere ai concittadini e a tutta la Calabria, i nomi di chi ha dato una mano. Una bella idea, per la serie l'unione fa la forza.

martedì 6 agosto 2013

ROMA Cinema soppressi & speculazioni




La battaglia, ovviamente persa, per evitare la chiusura del Metropolitan, offre lo spunto per una rivisitazione del tema. 





Il "tragico" elenco dei cinema perduti

Il tragico elenco dei cinema scomparsi in centro a Roma, almeno da quando ricordo: Majestic, Quirinetta in via del Corso, il Galleria di Piazza Colonna, l'Etoile di piazza in Lucina, il Rialto e il Quirinale di via Nazionale, Smeraldo e Cola di Rienzo, oltre a Labirinto, in Prati, Balduina e Belsito appena sopra Prati. Poi è toccato al Metropolitan (per ora, tocchiamo ferro, si è salvato miracolosamente il Nuovo Olimpia, unica sala a programmare regolarmente pellicole in lingua originale, sottotitolate) , per non parlare di altre multisale che sono sempre a rischio (vedi vicenda Adriano). Tappa dopo tappa, il cinema e la sua cultura sviliti e calpestati. Non si tratta di alzare barricate contro il doppiaggio, che consente l'accesso al cinema della stragrande fascia di cittadinanza, anzi popolazione, che per pigrizia, livello, filosofia, volontà, non hanno possibilità e voglia di adattarsi al sottotitolo.
Una città come Roma, sempre piena di turisti, come può rassegnarsi a vedere cancellate le uniche possibilità di apprezzare i film in lingua originale, ad ammirare gli attori per come sono (magari scoprendo che valgono meno di quanto si pensa...), sentire i suoni delle voci, delle lingue, vicine e lontane. Come si fa a spendere milioni di euro per il Festival del Cinema e poi lasciarlo evento isolato, evento da tappetino rosso buono per il gossip e per le foto su giornali che dimostrano di non amare il cinema. Ad esempio pubblicando recensioni di gente che crede di essere un giornalista di cinema o un critico cinematografico scrivendo solo la trama del film, in disprezzo di chi il cinema lo fa e di chi lo vorrebbe godere senza farselo rovinare da un titolo di giornale o da un mediocre pezzo del saputello (o saputella) di turno.
Se Roma vuole essere una metropoli anche della cultura, se vuole offrire un'alternativa anche alle minoranze affamate di alternative alla televisione spazzatura, bisognerebbe fare qualcosa, anche a livello istituzionale, per cambiare direzione dopo la morte di questi gloriosi cinema, il Metropolitan in particolare, che aveva una funzione di inestimabile valore e dava l'immagine a respiro internazionale di Roma. 
Non illudiamoci della percentuale di spazio dedicata ad attività culturali: in un ex cinema adiacente a via del Corso (avete capito quale) che cultura si fa ora? Basta riservare 20 metri quadrati ai prodotti tipici regionali e poi via, nel resto si fa quel che si vuole. Ma non credo sia uno dei pensieri che vanno epr la maggiore. Anzi, altri cinema gloriosi, sia pure non in zone centrali, sono morti o stanno scomparendo.
Mancano sale che proteggano e diano visibilità alle opere meno commerciali, ai film italiani. Sale dove si vada per vedere i film all'orario indicato. A mangiare pop corn, sgranocchiare caramelle, chiacchierare: si vada altrove, magari sul divano di casa propria.

Fino a poco tempo fa, andare a passeggio in via del Corso offriva la possibilità dei cinema Metropolitan e Nuovo Olimpia (che alla fine è rimasto in vita: doveva morire per primo, è ancora il fortino di chi resiste al doppiaggio e ama ascoltare i film stranieri così come sono stati concepiti). Si potevano acquistare libri, cd e video, oltre alle riviste straniere da Messaggerie Musicali poi Mondadori e da Feltrinelli. Ora non c'è più nulla. Solo La Feltrinelli della Galleria Alberto Sordi è stata risparmiata dalla volgarizzazione.

Ho sentito un consumatore tradito dire al commesso di Mondadori, negli ultimi giorni prima della chiusura: "Se c'era ancora Veltroni sindaco, non sarebbe successo. Con Alemanno sindaco la cultura muore, non gliene frega niente a nessuno".
Non so se Veltroni sindaco avrebbe cambiato qualcosa. Temo di no. Ma il fatto che queste operazioni, con il cambio di destinazione d'uso che in teoria doveva essere irrealizzabile, regola fatta proprio per evitare speculazioni del genere, siano avvenute durante gli anni di Alemanno, è un dato incontestabile.
 

lunedì 5 agosto 2013

VOLLEY Montichiari bollente

La cosa più bella del primo week end del Grand Prix di volley femminile sono i 9 punti che ha messo nel panierino la nuova Italia di Marco Mencarelli. Si è vista una squadra con tanta gioventù che si appresta a crescere insieme con le giocatrici più esperte. Se Carolina Costagrande continua a giocare così, attorno a lei le ragazze rampanti avranno modo di lievitare. Contro la Germania si è assistito ad un colpo da cineteca di Caterina Bosetti, una diagonale stretta quasi...dalla rete. Una meraviglia che ha indotto il ct Mencarelli a chiedere l'applauso di tutto il PalaGeorge. Davvero una scena bella ed emozionante.
Da stropicciarsi gli occhi anche l'ingresso nella parte finale della gara della Sorokaite, che ha sfoderato personalità e punti.

Le noti dolenti, i punti interrogativi senza risposte riguardano invece il PalaGeorge di Montichiari, uno degli impianti relativamente più nuovi che il volley possa avere a disposizione. A parte ieri il pubblico è stato decisamente inferiore alle aspettative. Per fortuna almeno la domenica sono arrivati 3000 spettatori, se il dato diffuso è reale, a dare una cornice adeguata. Il Comitato organizzatore ha fatto promozione? Come ha lavorato? La risposta non è lusinghiera, a giudicare specialmente dalle prime due giornate.

Tutti concordi nel definire infernale il clima del Palasport monteclarense. Troppo caldo, aria condizionata assente. O meglio, dicono che l'impianto non funzionasse bene. Come sa chi segue il volley, avere l'aria condizionata è requisito irrinunciabile per poter ospitare il Grand Prix (o la World League). Ci fu pure l'ispezione rituale della Fivb. Allora? 
Come è possibile che un impianto di quel genere funzioni male, ovvero non funzioni affatto? 
Chi è che ha sbagliato? C'è la possibilità che paghi? Ho appreso (e per questo aggiorno il post) che ad organizzare è stato il Comitato Provinciale di Verona, perchè il Grand Prix è arrivato a Montichiari per indisponibilità del PalaOlimpia veronese. 
A un anno dai Mondiali femminili, e ricordando le lacune del Mondiale maschile 2010, c'è di che preoccuparsi. Se si ha a cuore il volley italiano.

domenica 4 agosto 2013

CALCIOCINEMA L'arbitro da Buzzanca ad Accorsi




Ci sono voluti addirittura quattro anni, dal cortometraggio che nel 2009 ha fatto incetta di premi, al film vero e proprio che sarà visto in apertura delle Giornate degli Autori alla 70 edizione della Mostra del Cinema di Venezia (28 agosto-7settembre). In sala sarà poi visiile dal 13 settembre. Il film è diretto dall'esordiente sardo Paolo Zucca (è di Oristano) ed è interpretato da Stefano Accorsi e Geppy Cucciari.  La storia non serve raccontarla, ve l'andate a scoprire al cinema. Diciamo solo che l'arbitro Accorsi è stato retrocesso in terza categoria sarda, in seguito ad episodi di corruzione (mah: se è un corrotto, l'avrebbero dovuto radiare: cominciamo male...). Tema del film anche l'acerrima rivalità tra due squadre sarde: l’Atletico Pabarile e il Montecrastu. Tiri, parate, fischi e sentimenti.

Stefano Accorsi dice: "L'Arbitro è una commedia d'autore, divertente. Dell'arbitro di Lando Buzzanca ho visto solo qualche spezzone. Mi si è aperto un mondo, ho studiato, ho visto tantissimo materiale su you tube. Non conoscevo la figura dell'arbitro. Ha un rapporto quasi mistico con quello che fa. Il calcio è sacro e profano allo stesso tempo, chi ha rapporti con il calcio mischia questi elementi"
Aggiunge Geppy Cucciari, sarda nel ruolo della donna sarda che fa spasimare i protagonisti: "Il coraggio di questo film sta nella passione che il regista ha messo nella fase di scrittura e riprese. Nel trattare la rivalità e l'odio di due cugini che giocano nella stessa squadra"
Citato anche da Stefano Accorsi, l'arbitro interpretato nel 1974 da Lando Buzzanca, regia di Luigi Filippo D'Amico, era chiaramente ispirato alla figura di Concetto Lo Bello, il più celebre degli arbitri italiani, non solo di quegli anni '70. Come quasi tutte le commedie ambientate nel mondo del calcio, anche quel film proprio nelle scene di calcio giocato denunciava le solite pecche di verosimiglianza. Però Lando Buzzanca, specialmente nella parte iniziale in cui il suo personaggio prende forma, era a mio parere molto bravo. I suoi tic, le sue esagerazioni, la pettinata con la brillantina. Insomma, qualche pepita di diverimento c'era anche in quel film, che aveva nel cast la star Joan Collins e Alvaro Vitali. Per gli appassionati di calcio fu un cult, per lo spettatore non tifoso, una commediola scarsuccia con qualche momento divertente e qualche battuta da ricordare. E poi le presenze, le voci di Niccolò Carosio, Bruno Pizzul, Alfredo Pigna, Maurizio Barendson. 
Il ritratto di un'Italia che non c'è più, se non nel cuore e tra i ricordi di chi l'ha vissuta, davanti alla tv in bianco e nero.

ROMA MalaTv dai Fori



Non era ancora stato eletto sindaco, e il signor Marino parlava già di pedonalizzare la zona del Colosseo e di via dei Fori Imperiali. In realtà uno immagina che se una zona viene definita isola pedonale, poi non ci transita nessuno. Non come accade in via del Corso, dove sfrecciano autoblu, auto degli Ncc (a noleggio), taxi, camioncini scarico merci, motorini, botticelle equine eccetera. Nelle altre città, anche italiane, un'isola pedonale tiene fede al suo nome ed è transitabile solo, appunto, dai pedoni, a piedi.
Ma in questo post non giudico la decisione del sindaco, perchè non sono avvezzo a transitare spesso da quelle parti, non ho idea dell'impatto sul traffico che avrà la nuova disposizione, non ho parlato con i residenti, che sarebbero i migliori interlocutori, ogni volta che si decide di cambiare la viabilità.
Ma loro raramente vengono ascoltati, figuriamoci consultati. E da qualunque colore sia la squadra del sindaco, perché come ormai sappiamo bene tutti, la marca preferita di dolciumi dei politici è la...Alemagna. Per amor di verità dovrei aggiungere che a me piacciono molto le vere isole pedonali. Penso però che il mio giudizio sia condizionato dal fatto che ho amato molto quelle che trovo in altri Paesi, in altre città e nazioni. Non so se gli indigeni apprezzino in egual misura. Penso che ogni città abbia le sue caratteristiche ed offra le sue possibilità in base al traffico e alle esigenze generali. Il comune denominatore è però l'efficacia della mobilità attraverso i mezzi pubblici: bus, rotaia, metropolitana soprattutto. A stoppare le accuse aggiungo che sono abituato a fare chilometri a piedi per raggiungere luoghi in Centro dove devo andare. Preferisco sempre contare sulle mie gambe (ernia permettendo) che sui bus comunali.

In questo post però, vorrei sottolineare, una volta di più, come ormai la televisione sia davvero l'oppiaceo con cui vengono tenute a cuccia le masse, per lo più abbondantemente oltre gli anta. Si guarda la tv e nemmeno si mette a fuoco ciò che viene detto. La dittatura catodica, nemica delle cellule cerebrali attive.
Ma anche dall'altra parte dello schermo non si scherza, è sempre tempo per una puntata del Festival dell'ovvio e del banale.
La scintilla è scaturita guardando un servizio su Sky Tg24.
 Dopo che la conduttrice ha parlato della chiusura al traffico dei Fori (con la o chiusa, alla lumbard), l'inviato in loco intanto ha ristabilito l'esatta pronuncia parlando dei Fori (con la o aperta, alla romana, anzi all'italiana), poi ha annunciato un servizio con le interviste fatte ai turisti. 
"Abbiamo chiesto ai turisti come giudicano la novità della pedonalizzazione della zona Fori Imperiali" (oggi è domenica, le macchine non passano davvero). 
Ah si? Lo avete chiesto ai turisti? E cosa pensavate che rispondessero i turisti? 
Roba tipo... "Non sapevamo della novità, ci dispiace moltissimo, siamo venuti a Roma proprio attratti dal traffico, dall'odore della benzina miscelato con l'aria dell'antica Roma"
"Ci mancano i gas di scarico, sa quelle belle fumate nere che a Roma escono anche dai bus municipalizzati?" "Beh certo, non è bello attraversare la strada anche col semaforo rosso perchè non passano i mezzi, è diseducativo". "E il rumore? Con tutto questo vociare sembra di stare al paese, in campagna. Non sento sgassate, frenate, parolacce da un finestrino all'altro. Se lo sapevo sarei rimasto a casa". "Ci avevano raccontato del traffico caotico di Roma, del fatto che si facevano ore di cosa stando al volante, qui invece vediamo solo gente che passeggia a piedi, biciclette, bambini trascinati dai genitori. Sono un po' delusa, lo ammetto Non ci tornerò".
Si crea anche così il consenso artificiale. I nonnetti a casa avranno l'impressione che tutto va bene, che è stata presa la decisione migliore: "Hai sentito? Tutti quelli che hanno parlato al microfono hanno detto che è così bello, che è una cosa fatta bene..."
Magari è vero. Ma per definire un servizio giornalistico, avrei ascoltato anche qualche opinione di cittadini non turisti, anche residenti, anche di passaggio quotidiano negli altri giorni...
Che sciocco, ormai dovrei saperlo, il giornalismo come lo insegnavano un tempo, è morto e sepolto.

CALCIO Ferguson, Lord in famiglia

Qualche volta succede. E forse non è un caso che sia capitato ad un grande dello sport, uno dei più grandi tecnici, un autentico mito come Sir Alex Ferguson, per 27 anni e 38 trofei sulla panchina del Manchester United. Signore dell'Old Trafford, nato a Govan, un sobborgo di Glasgow, 71 anni fa. Da calciatore giocò nel Queen's Park e nei Glasgow Rangers. Da allenatore la sua ascesa partì da Aberdeen e nel 1983 riuscì a vincere la Coppa delle Coppe battendo in finale (2-1 dopo i supplementari) nientemeno che il Real Madrid, non ancora galactico ma già allora una leggenda.
Ma stavolta Ferguson non ha fatto parlare di sé per un trofeo conquistato, bensì per un titolo a cui ha saputo rinunciare. Volevano farlo entrare in politica, i Laburisti, volevano diventasse Lord. Ma Lui stavolta ha fatto un passo indietro. " Non posso - ha detto giustificando la rinuncia - Ora è il momento di stare accanto a mia moglie Cathy, che ha tra l'altro perso da poco la sorella. Si è sacrificata per 47 anni nel nome della mia carriera. Non posso abbandonarla. Grazie ma preferisco spendere accanto a lei il tempo che ci resta da vivere" 
Tanto di cappello, Sir Alex, questa sì che è una scelta da uomo vincente e di carattere, che sa riconoscere l'importanza della donna che gli è stata accanto tutta la vita, all'ombra dell'Old Trafford. Spesso inseguendo vanagloria personale, piccola o grande che sia, immaginaria o reale, si finisce col dimenticare e sacrificare le persone che davvero contano. E che hanno a volte sacrificato molto di se stesse per condividere, agevolare, non ostacolare, ambizioni e opportunità del compagno o della compagna sentimentale.
Non è mai troppo tardi per riconoscere i valori che contano, ma rendersene conto in tempo è il modo  migliore per attenuare rimpianti e sensi di colpa. Sempre che sia abbia un cuore pulsante...

sabato 3 agosto 2013

VOLLEY Il "post" di Marta in Burundi

Una ragazza di 24 anni, giocatrice di pallavolo ma non avulsa dalla realtà. La palleggiatrice torinese ha scoperto e si è avvicinata alle iniziative del Comitato di Collaborazione Medica, alla Campagna Sorrisi di Madri africane per la salute materna e infantile. Qualche anno fa Francesco De Gregori compose un'irridente brano, "Vai in Africa Celestino", per prendere in giro un politico allora in voga che aveva cavalcato l'Africa e le sue tematiche di povertà, invitandolo appunto a tornare e magari restare nel continente nero. Il caso di Marta Bechis è diverso. La giocatrice, che è stata anche azzurra, ha preso a cuore la causa ed ha voluto dare la sua disponibilità per andare a vedere da vicino la realtà di un Paese particolarmente povero come il Burundi. Andrà a visitare i centri che accolgono le vittime di violenza sessuale e i bimbi che appena nati hanno problemi di salute. Marta tornerà sicuramente con qualcosa di diverso nel cuore, perchè è difficile prendere contatto con certe realtà e non farsene colpire.
Se Marta Bechis ha deciso di avvicinarsi a questa realtà, scoperta grazie alla collaborazione tra la Duck Farm Chieri Torino e il CCM, è perchè ha già dentro di sè sensibilità e qualità umane che l'hanno indirizzata a connettersi con una situazione dolente e scomoda. Saranno dieci giorni che Marta non dimenticherà, c'è da starne certi. Il suo "post" sul Burundi dovrebbe ricordare quotidianamente come si vive certe parti di questo disastrato e sciagurato mondo.

Nel comunicato diffuso anche dalla sua società, la Duck Farm Chieri, si legge tra l'altro:

  In 3 province del Burundi (Bujumbura Mairie, Cibitoke e Muramvya) il CCM ha un progetto pilota contro la violenza sulle donne, in particolare quella sessuale, dove agisce su vari livelli: implementando una campagna di sensibilizzazione rivolta alle comunità locali; rafforzando i servizi sanitari, sociali e giuridici offerti presso il Centro Seruka dall'associazione Initiative Seruka pour les Victimes de Viol partner sul territorio; garantendo accompagnamento tecnico e finanziario agli ospedali distrettuali e ai centri di salute e ai centri socio-assistenziali. In tali zone circa 60.000 donne e 3.000 uomini, di cui 38.000 sono minori, sono vittime di violenza. Il Progetto Kiramama! per la salute neonatale, partito lo scorso giugno, vuole rafforzare le capacità e le competenze del personale sanitario locale, oltre alla consapevolezza delle madri dell'importanza di controlli e cure adeguate. Entrambi gli aspetti giocano un ruolo fondamentale per la sopravvivenza di
neonati problematici o nati con parti complicati. Il CCM è impegnato in attività di formazione e cura, dimostrando come anche personale non altamente qualificato, ma adeguatamente formato e supervisionato, svolga un'azione significativa perridurre la mortalità e la morbilità neonatale. Beneficeranno dell'intervento circa 3.500 neonati, che verranno accolti con tecniche adeguate (e, quando necessario, salva vita) alla nascita e monitorati nei loro primi giorni di vita. Per saperne di più www.ccm-italia.org

CALCIO Razzismo demenziale

Nella foto del Barcellona, Lilian Thuram parla ai bambini del razzismo- L'ex calciatore francese, campione del mondo, ex di Parma e Juventus, è particolarmente impegnato e attivo sull'argomento

Ammenda di trentamila euro con diffida alla Juventus per cori razzisti contro un giocatore del Milan durante il trofeo Tim. Lo ha deciso il giudice sportivo. I sostenitori bianconeri, nel corso dell'esecuzione di un calcio di rigore al termine del tempo regolamentare, hanno rivolto ad un calciatore della squadra avversaria grida e cori espressivi di discriminazione razziale.

Vivendo in Italia ed essendo da anni costretti a leggere gli insulti di gente handicappata per il mancato sviluppo del cervello (penso e suppongo che siano stati eletti in Parlamento per via delle quote marroni) abbiamo dovuto fare l'abitudine a sconcertanti e inammissibili episodi che ci ricordano il razzismo, anche degli italiani.
Il razzismo è sempre demenziale, quello del calcio ancor di più. Perchè credo non ci sia squadra che non abbia un giocatore non bianco nelle sue rose. E allora? Insultare un avversario per via del colore della pelle significa anche insultare la propria squadra. Uno che si definisca tifoso juventino (beh, di certi tifosi farei a meno volentieri, meglio sportivi appassionati) come fa a fischiare e fare i buu ad avversari di colore quando gente come Pogba e Asamoah, solo per restare all'attuale rosa di prima squadra, ogni volta che scende in campo contribuisce a cercare la vittoria per la Juventus? E quando Balotelli spinge l'Italia con i suoi gol e le sue giocate da campione?
Mode, stupidità, mancanza di intelligenza, di cervello, goliardia? Tutto vero, forse, ma tutto ugualmente insopportabile. E guai a sminuire. Purtroppo da tanti anni l'esempio che viene da settori che dovrebbero essere ben più mobili, essendo istituzionali, è pessimo. Perchè a costoro non sono applicate le stesse sanzioni che applicherebbero se io mi comportassi in quel modo. Curve chiuse? Ok. Ma cacciamo anche dal Parlamento chi si macchia della stessa infamia.
Per tutti, tifosi e non, suggerirei  una condanna a base di banane: mangiarne in esclusiva per un mese assumendole per via orale. Poi ne farei ordinare un quantitativo fatto di materiale diversamente consistente (in Giappone e Cina sanno copiare tutto) e senza aspettare Carnevale sanzionerei i rei costrngendoli ad assumerne, non per via orale, per una settimana almeno, tutte le sere dopo i pasti. Naturalmente lontano dagli stadi. E dal Parlamento

giovedì 1 agosto 2013

VOLLEY Cantiere Grand Prix



Martina Guiggi, capitano della Nazionale di Mencarelli (foto dalla pagina Facebook di Martina Guiggi)


Un Grand Prix rinnovato ed ampliato costituirà un importante banco di prova per la nuova Nazionale di Marco Mencarelli, che ha già scoperto gli incerti del mestiere perchè il dito rotto di Lucia Bosetti rischia seriamente di privarlo della giocatrice anche agli Europei di settembre, obiettivo primario di questa stagione. Se l'Argentina e il Kazakhistan non sono avversari da togliere il sonno in questo primo fine settimana, al Palasport Jimmy George di Montichiari (dedicato al pallavolista indiano del Montichiari prematuramente scomparso), la Germania di Guidetti invece, ancorché ringiovanita, costituisce sempre un avversario tosto e combattivo. Per una Nazionale che va formandosi, il Grand Prix con i suoi lunghi spostamenti, le partite ravvicinate e i lunghi momenti di condivisione, anche fuori dalla palestra, è un'opportunità di crescita e un'occasione e per formare il gruppo azzurro. Un cantiere con i lavori in corso: un mese per allestire un team competitivo e andare poi a sfidare l'Europa.
Mencarelli per questo Grand Prix ha affidato la fascia del capitano, o della capitana in questo caso, a Martina Guiggi, pisana, 29 anni, 4 scudetti vinti (tre a Pesaro, l'ultimo con Piacenza) e un futuro in Cina. La numero 7 azzurra ha infatti accettato la corte e la dote del Guangdong Hengda, unendosi al nutrito gruppo di atlete (e atleti) che hanno salutato l'impoverito volley italiano di club.
"Speriamo di avere una crescita graduale e di accumulare esperienza preziosa per una squadra così giovane, non abituata agli spostamenti continui, alle partite ravvicinate, ai lunghi viaggi» ha detto Martina Guiggi.
Le partite del Grand Prix verranno trasmesse dalla Rai, sul canale RaiSport2, domani e sabato alle 20.30, domenica alle 20.45.
Nel ruolo di vice del ct Marco Mencarelli, esordisce nel Grand Prix Paolo Tofoli, uno dei fenomeni del volley azzurro, tornato nell'ambiente della Nazionale con il ruolo di tecnico.



A MONTICHIARI  - Domani venerdi 2 agosto: 17.30 Germania-Kazakhistan, 20.30 Italia-Argentina. Sabato 3 agosto: 17.30 Germania-Argentina, 20.30 Italia-Kazakhistan. Domenica 4 agosto: 17.30 Argentina-Kazakhistan, 20.30 Italia-Germania.
Le altre partite dell’Italia - Ekaterinburg: 9 agosto Russia-Italia, 10 agosto: Cuba-Italia, 11 agosto Italia-Thailandia. Kaohsiung, Cina Taipei: 16 agosto Italia-Algeria, 17 agosto: Italia-Dominicana. 18 agosto: Italia-Turchia.
In questo week end il ct Mencarelli avrà a disposizione queste giocatrici: Camera, 8 Signorile, 13 Arrighetti, 10 Chirichella, 7 Guiggi, 17 Diouf, 1 Sorokaite, 21 Fiorin, 2 Barcellini, 18 Costagrande, 9 C.Bosetti, 6  De Gennaro.
ALBO D’ORO - 1993 Cuba, 1994 Brasile, 1995 Stati Uniti, 1996 Brasile, 1997 Russia, 1998 Brasile, 1999 Russia, 2000 Cuba, 2001 Stati Uniti, 2002 Russia, 2003 Cina, 2004, 2005, 2006 Brasile, 2007 Olanda, 2008, 2009 Brasile, 2010, 2011, 2012 Stati Uniti.
I PIAZZAMENTI - I piazzamenti dell’Italia. 1994 (8°posto); 1997 (7°posto); 1998 (5° posto); 1999 (4°posto); 2000 (7°posto); 2003 (5°posto); 2004 (2°posto); 2005 (2° posto); 2006 (3°posto); 2007 (3°posto); 2008 (3°posto); 2010 (3° posto); 2011 (7° posto); 2012 (10° posto).
LE AZZURRE DEL GRAND PRIX - 1 Sorokaite, 2 Barcellini, 3 Sirressi, 4 Camera, 5 Merlo, 6 De Gennaro, 7 Guiggi, 8 Signorile, 9 Caterina Bosetti, 10 Chirichella, 11 Di Iulio, 12 Zago, 13 Arrighetti, 14 Caracuta, 15 Bertone, 17 Valentina Diouf, 18 Costagrande, 19 Folie, 20 Gennari, 21 Fiorin, 22 Tirozzi
MONTEPREMI - Ammonta a quasi due milioni di dollari il montepremi del Grand Prix 2013, per la precisione 1.975.000$. Nella fase finale il primo posto vale 200.000 $, 100.000$ il secondo, 75.000$ il terzo.