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martedì 13 agosto 2013

ATLETICA Bolt & Lewis, miti a confronto


Epoche diverse che abbracciano trent’anni di atletica, dal primo Mondiale di Helsinki nel segno di Carl Lewis, a questo di Mosca, apertosi con l’ennesimo lampo di Bolt. Due grandi campioni, simili per la serietà nel modo di intendere l’atletica, diversi per quasi tutto il resto.
Lewis, statunitense di colore nato nell’Alabama all’alba degli Anni Sessanta, in un periodo ancora caldo della interminabile battaglia per la completa integrazione con i bianchi. Bolt, nero nato (nel 1986, quando Carl era già diventato campione olimpico) in un paesino della Giamaica e cresciuto lontano da certe problematiche politiche.
Carl ha vinto medaglie spaziando dai 100 al salto in lungo, che iniziò a praticare fin da piccolo, con 200 e 4x100 ad irrobustire le sue possibilità di fare incetta di allori. Saltando, si fece notare per la sua velocità e così si catapultò anche nello sprint. Con un difetto che è lo stesso di Usain: la non eccelsa abilità nella fase di partenza, per via delle gambe lunghe (Carl è alto 1,91, solo quattro centimetri meno di Bolt).
Bolt ha illuminato molto spesso le sue medaglie con i record. Carl ne ha firmati quattro sui 100 e chiuse la sua carriera a 3 centesimi da mennea sui 200 e col rammarico di non essere riuscito a succedere al mitico Beamon. In quella magica notte di Tokyo (30 agosto 1991), quel mattacchione di Powell atterrò a 8,95 nel lungo rubandogli il suo sogno prediletto e la medaglia d’oro.
Carl Lewis è stato la stella di un atletica che in quegli anni stava vivendo il periodo di massimo fulgore, sotto la spinta dell’allora presidente Primo Nebiolo. Ma non era l’unico a brillare. Era il campionissimo poliedrico e carismatico, l’asso da mettere in copertina, ma dietro di lui non c’era il deserto. Basta ricordare Sergei Bubka.
A Bolt invece è stato consegnato lo scettro di salvatore mediatico di un’atletica non immune dalla crisi, acuita dal dilagare del fenomeno doping, che esisteva eccome anche ai tempi di Lewis, ma restava spesso nascosto. Lewis si trovò campione del mondo nell’87 a Roma e poi olimpico nell’88 a Seul, dopo la positività di Ben Johnson. Lui stesso però risultò dopato tre volte, ma la sua e altre positività furono coperte dal Comitato Olimpico statunitense. Bolt è stato chiacchierato molto, suo malgrado e si spera ingiustamente, per via delle acclarate positività di molti suoi rivali e connazionali. Fu attaccato dallo stesso Lewis, forse anche per una forma di gelosia.
Lewis, sensibile ai dettami della moda e all’eleganza, fu uno dei primi campioni a cavalcare gli spot: la sua pubblicità in tacchi a spillo per la Pirelli è risultata indimenticabile. Amava la musica e incise un singolo con la sua band, gli Electric Storm. Girava le piste di tutto il mondo come un re con la sua corte, il clan gli atleti del Santa Monica. Dove correva lui, c’erano loro.
Usain è più solitario. Ha però il suo gruppo alle spalle, un entourage di cui si fida ciecamente: tutta gente che lo conosce da quando era ragazzo. Ma ciò che ha reso immensamente popolare Bolt è la sua straordinaria capacità di comunicare. L’aver portato il suo estro da rockstar nei rigidi canoni dell’atletica. E la gente è impazzita per lui. Fuori dalla pista è sintonizzato sulle passioni dei ragazzi della sua età: la musica (si diverte a fare il dj appena può) il ballo, le auto (distrazioni incluse), a volte ha voglia di marinare gli allenamenti. Carl Lewis divenne vegano e smise di mangiare carne, Usain Bolt va ghiotto delle ali di pollo fritte. Anche a tavola (e non solo...) Bolt è lontano da Lewis.


Sul Corriere dello Sport di martedi 11 agosto 2013