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martedì 29 luglio 2014

VOLLEY L'Italvolley sul podio mondiale del ranking Fivb

Dopo la Final Six della World League vinta dagli Usa - foto  - sul Brasile, con l'Italia terza) il ranking della Fivb (Federazione Internazionale Volleyball) ha collocato l'Italia al terzo posto, stabile, della graduatoria mondiale. Insomma, in teoria l'Italia si presenta ai Mondiali polacchi col terzo...tempo, potremmo dire mutuando il linguaggio di altre discipline sportive. Mi sembra l'occasione giusta per chiarire meglio un concetto. Come diceva lo zio di Spiderman al cinema: "da grandi poteri derivano grandi responsabilità". Ebbene questa Nazionale, proprio con le pecche evidenziate nella World League fiorentina e delle semifinali del passato, ha dimostrato anche il suo valore e di poter conseguire risultati ancor più brillanti. 
I Mondiali da un lato saranno difficilissimi, dall'altro, con Brasile e Russia che in questo momento hanno i loro problemi, Poland 2014 può costituire una ghiotta occasione per gli azzurri.
Il ct Berruto, Ivan Zaytsev e tutti quanti dovranno cercare di capire cosa e dove migliorare, quali varianti tattiche adottare in caso di necessità, come non dipendere solo dal servizio. 
Voglio credere che Ivan Zaytsev preferisca vincere una medaglia d'oro sacrificandosi anche in banda, piuttosto che restare escluso dal podio giocando solo da opposto. E' solo un esempio per dire che ora più che mai la Nazionale deve essere un vero gruppo granitico e disposto al sacrificio personale nel nome dell'interesse superiore del team. Ogni generazione che passa, si teme sempre possa essere l'ultima vincente per il volley azzurro, alla luce della crisi strutturale ed economica del movimento di club. Non sciupiamo le occasioni!

* P.S. tengo a ribadire che a mio avviso restare per anni ad alto livello, salendo sul podio, non ha minor valore rispetto al vincere un oro una volta e poi nient'altro.

domenica 27 luglio 2014

CALCIO Mangiando banane mi dichiaro NO-TAV(ecchio)

http://dartortorromeo.com/2014/07/26/tre-casi-tavecchio-il-calcio-i-giornali/


Utilizzo il bel post di Dario Torromeo per saltare i preamboli e la penosa ricostruzione della colossale figuraccia fatta da Tavecchio (quando si dice il nome...) e da tutti coloro che l'hanno difeso. E' vergognoso e imbarazzante che una persona di questo livello debba guidare il calcio in uno dei momenti più complicati della sua storia. La storia delle banane qualifica chi ha pronunciato quelle parole e quel concetto, imbarazza gli sportivi e chiunque sia scevro da condizionamenti politici.
Non è accettabile che il presidente della più importante federazione dello sport italiano si esprima in quel modo, dunque l'ultima cosa che dovrebbe accadere è che Tavecchio diventi il numero 1 della FIGC, espressione della vecchia e deleteria logica del potere, delle sparitzioni, dei compromessi. Può essere vicepresidente federale il presidente di club che ha avuto probabilmente il maggior numero di contenziosi con i suoi giocatori? Una persona che quando un giocatore non accetta le sue regole lo mette fuori squadra compromettendone la carriera. 
Non vale nemmeno il discorso delle scuse, cavalcato da politici della stessa risma, che non a caso minimizzano. Del resto non è stata la strategia dell'ultimo ventennio sparare cazzate e chiedere scusa il giorno dopo ("Era solo una battuta", si purtroppo non una battuta di caccia per eliminare chi le pronuncia certe frasi senza cervello, o meglio figlie di cervelli bacati e irrimediabilmente corrotti intellettualmente).
Per una volta mi trovo d'accordo con Andrea Agnelli, presidente della Juventus, e con la sua provocazione di far votare i milioni di appassionati che con la loro fede e la loro passione (quando non sconfina o diventa delinquenza pura e ingiustificabile) alimentano quello che una volta era il gioco più bello del mondo. Anche senza le tv.
Quindi anche io mi dichiaro NO-TAV, consapevole della sconfitta.

VOLLEY Italy 2014, l'offerta di Mastrangelo caduta nel vuoto

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2013/07/volley-mastrangelo-caduto-e-dimenticato.html

…: http://youtu.be/PGeIKfcytUk



Gigi Mastrangelo è stato un grande protagonista della pallavolo italiana. All'Olimpiade di Londra ha vinto con la Nazionale di Berruto la medaglia di bronzo. Non immaginava, allora, che la sua carriera di giocatore si sarebbe conclusa a causa della squadra della sua città adottiva, Cuneo. Un allenatore, divergenze, una società che non sa capire e dello scomodo Gigi ci si libera in fretta, con qualche bugia e senza troppe accortezze, nè umana riconoscenza per ciò che Mastrangelo ha dato nei molti anni in cui ha indossato la maglia di Cuneo, con varie proprietà. Mastrangelo ha finito di giocare a pallavolo, la pallavolo ha finito di esistere a Cuneo. 
Nel frattempo Gigi ha dovuto consolarsi con una esperienza televisiva che ha movimentato la scorsa stagione. A Ballando con le stelle ha fatto la sua figura, mediaticamente capace di bucare il video e di attirare interesse su di sè ma anche sulla pallavolo. Questo almeno credeva il buon Gigi, che nella pallavolo non ha mai smesso di credere e che aveva molte idee valide che però nessuno ha voluto ascoltare seriamente. 
Ma a meno di due mesi dai Mondiali femminili di volley, che il 23 settembre si apriranno a Roma, mi piace puntare il dito su una buona occasione perduta. L'ennesima dite? Beh, io non lo scrivo ma siete liberi di pensare ciò che volete. 
In breve.
Gigi Mastrangelo intervenendo ad una trasmissione televisiva su RaiSport, si offrì di ballare al PalaLottomatica nella giornata inaugurale del mondiale, insieme con Sara Di Vaira, la sua partner nel programma. Pensate che qualcuno abbia valutato quell'offerta? Ora, io non guardo la televisione e non guardo quel tipo di tv, ma i gusti personali contano poco se si vuole far arrivare il volley ad una platea più ampia possibile e che (come ha più volte ricordato l'attuale star azzurra Ivan Zaytsev) vuole attirare un pubblico diverso, non solo chi già ama la pallavolo. E Mastrangelo è stato un personaggio anche in Tv. Insomma, credo che una decina di minuti  per un paio di pezzi ballati dalla coppia, nella giornata d'apertura, con le inevitabili attenzioni mediatiche che ne sarebbero seguite, non avrebbero fatto altro che promuovere di più i Mondiali.
Non penso che sia un problema di costi, non voglio pensarlo. E' menefreghismo? E'incapacità di valutare la valenza televisiva e non della cosa? Ci sono dietro altre motivazioni? 
Non so se ci siano ancora margini per metter su qualcosa, se il presidente del Comitato locale romano, Andrea Scozzese, è stato portato a conoscenza della possibile iniziativa. Si fa ancora in tempo ad allestire un siparietto e soprattutto a promuoverlo? Quali iniziative sono in atto per lanciare Italy2014?

La foto particolare di Gigi l'ho scelta per ricordare come Mastrangelo sia diventato popolare anche presso un pubblico non strettamente legato al volley, uomini o donne che siano, per la sua disponibilità a prestarsi, anima e...corpo, ad attività glamour. Sopra il Mastrangelo guerriero nel bel disegno di Eleonora Lisi.  

Gigi è pugliese, ha giocato a Roma. Il Mondiale dell'Italia inizierà a Roma, proseguirà a Bari (Puglia) e poi, si spera, epilogo a Milano. Serve aggiungere altro o fare un disegno per illustrare il nesso?






sabato 26 luglio 2014

CINEMA Mai così vicini

MAI COSI' VICINI (orig. And so it goes). Regia: Rob Reiner. Interpreti: Michael Douglas, Diane Keaton, Sterling Jerins, Yaya Alafia. Rob Reiner. Cameo di Frankie Valli

Visto in edizione doppiata in italiano.

Non so perchè Mai così vicini alla fine sia risultato una copia sbiadita di analoghe commedie sentimentali sull'amore e il sesso in età avanzata. Forse perchè in fondo se ne sono già viste tante di storie costruite con questi ingredienti. Anche se la firma di Rob Reiner è in genere una garanzia (e stavolta il regista appare anche in un piccolo ruolo, il tastierista che accompagna la "cantante" Diane Keaton), la pur piacevole commedia resta distante, ad esempio, da Tutto può succedere, (là c'era la coppia Keaton-Nicholson) perchè sembra mancare di mordente, di una sceneggiatura più accurata (eppure la mano è la stessa), scoppiettante, capace di andare in profondità. 
Insomma tutto resta in superficie e la versione ravveduta dell'orco inavvicinabile che poi strada facendo si intenerisce è la milionesima che lo schermo propone.
Se ormai si è fatta l'abitudine a vedere una Diane Keaton musa ammaliatrice con il fascino dell'età, quasi sorprende un Michael Douglas versione nonno, con l'attore tornato sul set dopo la battaglia col male, con i suoi completi color azzurro, le sue cravatte ed un cinismo sgretolabile da un paio d'occhi di bimba che inteneriscono.
Da segnalare, specialmente a chi ha visto il recente Jersey Boys di Clint Eastwood, il cameo di Frankie Valli, il celebre cantante (anche dei Four Seasons) che era pure nella colonna sonora di Grease. Qui è il proprietario del locale dove andrà a cantare la protagonista, che almeno in una scena ci ricorda in modo evidente e gradevole la sua formazione WoodyAlleniana.
Qualche battuta efficace c'è, il film nel complesso è gradevole come un sorso di aranciata ghiacciata in estate. Ma nulla di irresistibile. Da Rob Reiner era lecito attendersi di più e di meglio.


* Ringrazio l'amico Dario che mi ha segnalato un lapsus in cui ero incorso nella fretta della pubblicazione

venerdì 25 luglio 2014

VOLLEY Fivb e World League: le accuse di un pentito

Un rapporto stretto tanti anni anni fa, mi ha consentito di raccogliere le confessioni di un giornalista pentito di aver dedicato tanti anni della sua vita e della sua carriera a seguire uno sport come la pallavolo.
Probabilmente uno sfogo senza importanza, dato che lui non è un giornalista di volley, è un giornalista e basta. Non vive la pallavolo 24 ore su 24, anche perchè non può frequentare le grandi manifestazioni tipo Europei o Mondiali, al massimo riuscendo a guardarle in televisione, e non è stato mai avvezzo a farsi invitare. Insomma, sui campi non lo si vede mai, e quindi nessuno, tanto meno i giocatori delle ultime generazioni, lo conosce più.
Insomma, nulla più di un nome, una specie di fantasma costretto a vagare senza meta in un mondo che non gli appartiene più ma da cui è costretto a non poter evadere.
Per sua fortuna in passato maturò anche altrove le sue esperienze professionali, quando pure il giornalismo sportivo aveva un senso ed era svolto nell'ottica di offrire un prodotto interessante, curioso, godibile, al lettore.
Forse per questo lui riesce a vedere le cose da un punto di vista diverso e non riesce a far finta di niente, anche se sa che niente si può fare contro la gerontocrazia cerebrale di chi gestisce e comanda, spesso con fare mafioso, con un'autoritarismo non giustificato dalle qualità, tutto il carrozzone. In realtà una carrozzina, un passeggino. L'urlo del mediocre. 
Pare che l'occasione che ha scatenato il suo punto a capo, la sua depressione pallavolistica, sia stata la Final Six della World League svoltasi a Firenze.

Fivb: chissenefregadeigiornalisti

Chi segue questo modesto blog amatoriale forse ha già visto le foto e letto le righe dedicate al modo in cui la Fivb ha organizzato le postazioni per la stampa al Mandela Forum. 
Anche questo collega pentito è tornato sull'argomento nel suo sfogo-denuncia.
Non una tribuna stampa, come avviene in molte altre situazioni sportive, nemmeno le postazioni a bordo campo, dietro ai cartelloni pubblicitari che negli anni sono diventati sempre più alti. Tra i cartelloni e le sedie oltre dieci metri. Fatto sta che chi era seduto in prima fila, vedeva dalla rete in poi. Ovvero non vedeva metà del campo, non vedeva i palloni toccare terra. E le file dietro erano ancora più lontane dal campo.

  http://leandrodesanctis.blogspot.it/2014/07/volley-la-final-six-di-firenze-non.html

Non è tutto. Davanti c'era anche la torretta di un cameraman, che impallava la visione del tabellone con il punteggio a circa un terzo delle postazioni stampa.
Inevitabile chiedersi: è possibile recarsi a seguire un avvenimento di volley e dover rimpiangere lo schermo della Tv? E si perchè il volley non prevede i monitor nelle postazioni della stampa. Costano? Certo, hanno un costo. Ma questo pentito è convinto che un qualsiasi revisore dei conti troverebbe il modo di risparmiare, potando rami secchi e snellendo i viaggiatori affetti da insostenibile inutilità dell'essere (e del fare, nulla).

Guido senza patente

Nella Fivb, ma non solo, sostiene il pentito, proliferano, vivono e ingrassano personaggi di dubbie qualità e di assodata inadeguatezza. Gente che percepisce lauti stipendi (in relazione a ciò che fanno, se fanno qualcosa). Fin dai tempi in cui regnava Ruben Acosta, le commissioni in seno alla Fivb non sono mai mancate. Il pentito assicura di aver partecipato anche lui, nell'ormai lontano 1990, ad una importante riunione della commissione media, con due colleghi del Centro e Sud America forse in vacanza premio a Rio de Janeiro, visto che le loro nazionali non partecipavano al Mondiale.
 Ora, le commissioni d'inchiesta almeno alla fine fanno ciò per cui sono allestite (insabbiano), le commissioni del volley, la commissione media ad esempio, non lascia traccia del suo operato ed anzi pare che uno di quelli che potrebbe fare qualcosa, di recente si sia distinto per un eloquente: "E chissenefrega dei giornalisti". 
Il pentito sostiene che non c'era bisogno che esplicitasse il concetto a parole, in quanto si vede benissimo che alla Fivb interessa solo delle tv e di mantenere l'agenzia turistica per i suoi arzilli componenti.

I senza diritti: ovvero (il mondo) alla rovescia

Il pentito non sa chi ha partorito la nuova legge sulle priorità nella mixed zone, che sarebbe quel corridoio dove in teoria dovrebbero sfilare gli atleti restando per pochi minuti a disposizione della stampa. Dalle Olimpiadi in giù, nella zona mista prima vengono le postazioni televisive, poi quelle della stampa. La Fivb a Firenze, ma non solo, ha coniato la definizione di "senza diritti", che sarebbe come definire i giornalisti dei giornali cartacei senza tetto, visto che sono stati collocati all'ultimo posto nella catena alimentare delle interviste lampo, a fine partita.

Ora, a parte il fatto che la zona mista consente ai giocatori di saltarla a piedi pari dileguandosi negli spogliatoi, magari dopo essersi generosamente concessi alle telecamere (beh, certo, vuoi mettere la tv...?), il concetto di senza diritti stranamente a Firenze ha escluso dalla parte calda della zona mista anche testate che comparivano con il loro marchio sul tabellone della pubblicità, insomma quelli i diritti ce li avrebbero dovuti avere eccome.
Ora, rileva il pentito, il confine tra senza diritti di carta e senza diritti dei new media (siti, blog, giornali on line con gli stessi marchi di quelli cartacei) è quanto mai labile se non inesistente e i senza diritti televisivi che lavorano per i giornali, fanno sia i video che gli articoli sulla carta (straccia, per la Fivb e non solo). Allora? Come si fa a mettere i giornali in coda, a non farli accedere all'area comune dove si fanno video e si potrebbero ascoltare in condivisione parole (se il frastuono di quella manciata di metri quadrati lo consentisse), cercando di portare a termine uno straccio di lavoro.
Il disgusto del pentito, a cui do inevitabilmente la mia solidarietà e la mia comprensione, sta nel vedere che se due boy scout della Val Deretana o due groupies della Conca d'argento si presentano con un microfono, una telecamerina e gli abiti giusti, possano scavalcare tutti e giocare al gioco del giornalismo, senza diritti certo, ma sempre davanti a molti professionisti. 

Il pentito pensa che il problema sia stato affrontato con una buona dose di cialtronaggine, e che se solo se ne parlasse in Fivb, alla presenza delle badanti per le traduzioni, in futuro si potrebbe disincagliare il meccanismo che si è arenato (con la a minuscola).
Se è vero come sostiene Pif nel suo recente film, che la mafia uccide solo d'estate, c'è comunque da aver timori per i Mondiali.

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2014/07/volley-la-final-six-di-firenze-non.html 

Le esigenze dei new media o media rinnovati
New media nel senso di un modo diverso di proporre argomenti e servizi. Sostiene il pentito che se si riesce a seguire sul posto un avvenimento, bisogna avere la possibilità, anche solo per 15-20 minuti al massimo, di poter parlare con i protagonisti. All'ora che viene proposta nel luogo che viene indicato, in ossequio alle esigenze ed al programma delle Nazionali, per carità. In questo caso si parla di Italia visto che il pentito è italiano. Piccole curiosità, semplici domande che esulino dallo svolgimento della partita (già vista e letta tra tv e siti) non si fanno in zona mista tra decine di microfoni, magliette sudate, docce incombenti e inquinamento acustico super. E tutti devono fare la loro parte: federazioni, ct, giocatori.

Quando si parla di far crescere la popolarità della pallavolo anche attraverso la Nazionale, si dimentica questo: come si fa a creare e far conoscere personaggi, giocatori, se non si riesce a parlarci mai con tranquillità (cosa non possibile in zona mista) se non quando non si gioca? Chiedete a 100 persone del mondo del volley e tutte e cento si lamenteranno che i giornali parlano poco di volley. Ma dimenticano che è il volley a non tenere in minima considerazione le esigenze dei giornali che vorrebbero/dovrebbero cercare di offrire un prodotto meno superficiale, più approfondito.
Perchè se esserci non consente nemmeno di vedere meglio la partita e di lavorare meglio, allora tanto vale che davvero si resti davanti alla tv e si ceda spazio (di carta e sul web) a chi dimostra maggior sensibilità e rispetto per il lavoro dei giornalisti.
Mi dispiace per il pentito, ma la sua amara constatazione mi pare giustificata e legittima. Resta da chiedersi come fa certa gente ad occupare certi posti. 
Ma al pentito l'ho detto: non è solo la Fivb, è tutto il mondo che va così. E non sentirti vecchio, gli ho detto, solo perchè dalla giusta distanza metti a fuoco le cose meglio di chi ci è immerso e vive ancora il volley come se fosse una cosa importante. Auguragli di non aprire mai gli occhi, sarebbe troppo triste per lui rendersi conto che la pallavolo non è diventata ciò in molti avevano sognato diventasse.
Lo so, è vero, ho dovuto ammettere col pentito: si è tornati indietro di decenni invece di andare avanti, questo è il ballo dei quaquaraqua...


ATLETICA Libania Grenot, sarà l'estate giusta?

Trentuno anni appena compiuti e ancora tanti sogni da realizzare, anche in pista. Libania Grenot sta vivendo un’altra estate italiana, preparandosi con cura e sperando che la malasorte che troppo spesso l’ha accompagnata come un’ombra maligna nelle grandi occasioni, si decida a lasciarla finalmente in pace.
A Rovereto, nel corso degli Assoluti, la cubana azzurra ha corso i 400 metri i 50”55, appena 25 centesimi sopra il suo primato italiano che firmò a Pescara nel 2009. Tempo che è il suo quarto migliore di sempre e che la colloca in vetta alla graduatoria europea di questo 2014. Un dato che a meno di tre settimane dalla rassegna continentale di Zurigo (12-17 agosto) ha il sapore della speranza e l’onere della responsabilità. L’ucraina Zemlyak è lontana 55 centesimi e la voglia di salire finalmente su quel podio stregato prende forma giorno dopo giorno. Per Libania potrebbe essere l’occasione giusta per dimostrare che tutti gli episodi che l’hanno frenata, spesso in maniera beffarda, possono essere chiusi a chiave nell’armadio degli incubi passati, lasciando posto ai sorrisi del presente.
La serata di Rovereto dà forza alle sue ambizioni da podio per Zurigo?
«A Rovereto ho volato. Sono sincera: ho quasi paura di me stessa».
Ecco, appunto. Come si presenterà all’appuntamento con l’Europa?
«Sto lavorando tanto, e mancano ancora alcune settimane prima di Zurigo. Ora andrò a Vienna, dove con il mio allenatore, Loren Seagrave (il coach statunitense che la segue da tre anni, ndr), rifinirò la preparazione in vista degli Europei. Con me ci saranno Lashawn Merrit, Tianna Bartoletta, Darya Klishina, poi da lì farò direttamente rotta sugli Europei. A Rovereto mi sono piaciuta, ma il bello deve ancora venire».
 

Ci parli del suo rapporto con Seagrave?
«E’ un rapporto bellissimo. Vivo a casa sua, lui e sua moglie mi trattano quasi come una figlia. L’esperienza negli Stati Uniti era qualcosa che sognavo fin da bambina, ho trovato mezzi d’allenamento eccezionali e colleghi e colleghe di lavoro stimolanti. Ma soprattutto il clima giusto per crescere. Diciamo che adesso sono un’atleta internazionale, mi sento bene ovunque vada»
E l’Italia?
«E’ il Paese che amo, dove mi trovo più a mio agio, dove ho comprato la mia casa!»
Nel periodo in cui si allena in Italia, chi la segue tecnicamente?
«Annamaria Pisani (sorella di Riccardo, il suo ex tecnico, ndr), ovviamente con il programma di Seagrave. Con lei abbiamo un ottimo rapporto, mi dà tranquillità, ovvero la cosa che più mi serve. Io sono fatta così: non ho voglia di mettermi in mostra, sono come un fiore nascosto. Sì, un fiore nascosto: quando esce il sole, vengo fuori, ma prima, adoro starmene lontano dagli sguardi»
Gli Europei di Zurigo possono essere una tappa importante per lei, pe ciò che vale la manifestazione ed anche in prospettiva Olimpiade di Rio 2016

«Non penso, all’Olimpiade, almeno per il momento. Vivo alla giornata, anzi, stagione per stagione, senza guardare oltre. L’atletica è la mia vita, il mio lavoro, e mi ritengo una persona molta fortunata a poter vivere questa esperienza. Credo di essere diversa rispetto a due o tre anni fa, quando ho cominciato ad allenarmi negli Stati Uniti. Ora sono più matura, vado in campo sapendo cosa fare, e come farlo; in altre parole, le esperienze mi hanno segnato, mi hanno fatto diventare quello che sono, come donna e come atleta. La mia testa è “diversa”, adesso. E la testa è fondamentale nel nostro sport»
Pensa di essere cambiata anche sul piano squisitamente tecnico?
«Non so, sicuramente sono più veloce, ho lavorato  molto su questo aspetto della mia preparazione, e credo che i frutti adesso si vedano. Non correrò a breve i 200 metri, probabilmente lo farò a fine stagione, ma so già di valere adesso meno di 23 secondi sul mezzo giro di pista».
Le capita di sognare... la gara perfetta, il giro di pista senza errori?
«Certo, mi succede spesso. Ma devo dire che la gara di Rovereto ci si è avvicinata molto. Ho gestito senza sbavature tutta la corsa, dall’inizio alla fine. Sono stata determinata, decisa. Mi sono piaciuta molto. Il sogno è di scendere sotto i 50 secondi, perché penso di dover ripagare una sorta di debito che sento di avere con l’atletica. Devo riuscire a sfruttare fino in fondo il mio potenziale, la mia corsa elegante, le mie gambe lunghe…Ecco, non uscirò dall’atletica fin quando non avrà fatto qualcosa di veramente significativo, come vincere una medaglia. E a Barcellona 2010 (fu quarta sia nell’individuale che con la staffetta, ndr) ci sono già andata molto vicina».
Agli Europei quale sarà il suo obiettivo?
«Quello di andare forte, più forte possibile, migliorarmi. Non temo nessuna, delle avversarie, devo solo pensare a me stessa, ai particolari. Sia da sola che con la staffetta. Siamo un bel gruppo. Possiamo arrivare lontano»

http://www.corrieredellosport.it/altri_sport/atletica/2014/07/25-370795/Libania+Grenot+chiede+strada+in+Europa 

mercoledì 23 luglio 2014

VOLLEY Verso i Mondiali il ct Berruto rifletterà, tra Brasile e Vettori



Può la pallavolo italiana snobbare un podio di World League? Pensando alle difficoltà di altri sport di squadra a stare in lizza fino all’ultimo giorno delle grandi manifestazioni, pur masticando amaro per l’ennesima semifinale andata male, occorre saper apprezzare la quinta medaglia consecutiva che gli azzurri si sono messi al collo al Mandela Forum di Firenze. Perchè i numeri hanno sempre il loro valore e  lo scorrere del tempo contribuisce a far sbadire gli  ingredienti che hanno determinato un risultato. Resta il colore e il valore del podio. Detto questo e riconosciuta l’importanza di una continuità ad alto livello, che è il vero obiettivo di ogni squadra che deve anche rinnovarsi e ringiovanirsi strada facendo, è innegabile che da Firenze la Nazionale è partita con la sensazione di aver sciupato una grande occasione. Il Brasile che ha spazzato via l’Italia, infliggendole il tormento di un primo set da record negativo (25-11! Un parziale  che raramente si registra quando si affrontano due grandi squadre) non era una versione deluxe della Selecao. Lo hanno dimostrato gli Usa, sconfitti nettamente dagli azzurri, che hanno vinto il trofeo.
        Non è corretto dire che il Brasile sia la bestia nera degli azzurri, che in una semifinale non battono la Selecao dal lontano 1998 (Mondiali in Giappone poi vinti),  ma ogni volta che la Nazionale di Berruto affronta quella di Bernardinho, riaffiora una specie di complesso. C’è sempre un esagerato nervosismo, si percepisce una tensione che non riesce a trasformarsi in energia positiva divenendo anzi pesante zavorra.
        Ora se ne sono resi conto tutti, a cominciare dal ct, e c’è da augurarsi che il mese abbondante che manca ai Mondiali (31 agosto esordio con l’Iran) sia speso anche per far luce su questo aspetto. Poi c’è la questione tecnica, la necessità di approntare qualche piano di riserva quando ad esempio il bomber Zaytsev stenta, come appunto è accaduto contro il Brasile.
        Viene spontaneo chiedersi che fine abbia fatto Vettori, in teoria l’opposto di riserva di Ivan ma in pratica la possibile alternativa su cui costruire varianti tattiche importanti per raddrizzare partite storte. Insomma, oltre a rilevare Ivan quando fatica, Vettori potrebbe rivelarsi prezioso subentrando anche ad uno schiacciatore, specie quando non c’è Kovar, come è successo a Firenze. Possibile che la rivelazione degli Europei sia finita così ai margini e non riesca a dare un contributo nemmeno in una situazione di notevoli difficoltà?
        Bene ha fatto il ct Berruto a programmare tre amichevoli con il Brasile. Serviranno a prendere maggior confidenza, a capire come stare in campo con loro. Anche se, essendo l’aspetto mentale il focus della sindrome verdeoro, bisognerà imparare a lavorare soprattutto su se stessi. Ma questo Berruto e i suoi azzurri dovrebbero averlo ormai imparato.


http://www.corrieredellosport.it/volley/2014/07/23-370536/La+sindrome+Brasile+e+Vettori+da+rilanciare 

martedì 22 luglio 2014

VOLLEY Allenatori uniti nel nome della passione per il volley, ecco l'AIAPAV

 http://www.corrieredellosport.it/volley/2014/07/20-370083/E%27+nata+l%27Associazione+Allenatori%3A+fa+sul+serio


FIRENZE - Nasce l'Associazione degli allenatori italiani di pallavolo (AIAPAV) e stavolta sembra una cosa seria, partorita con le migliori intenzioni nella convinzione di fare una cosa giusta. Il battesimo avviene a Firenze, a poche centinaia di metri dal Mandela Forum che ha ospitato la World League ma trovando ospitalità in un teatro privato. Mai visti tanti allenatori nella stessa sala, fior di nomi molti dei quali hanno scritto la storia della pallavolo italiana e non solo degli ultimi 30 anni. Il presidente è Daniele Bagnoli, i vicepresidenti sono Andrea Anastasi e Marco Bonitta, i consiglierii: Barbolini, Bernardi, Bruno Bagnoli, Giuseppe Bosetti, Della Rosa, Caprara, De Giorgi, Gardini, Giuliani, Mencarelli, Monti, Zanini.
"Ci rendiamo conto di partire tra scetticismo e perplessità - ha detto Daniele Bagnoli - Abbiamo avuto l'adesione delle persone più importanti della pallavolo degli ultimi decenni. Dobbiamo essere bravi noi a coinvolgere. L'Associazione non ha scopo di lucro, vorremmo dimostrare di meritare il riconoscimento come figure centrali della pallavolo, allargando la base di partecipanti, che potranno beneficiare dell competenze che verranno messe a disposizione e condivise. Oggi il volley è cambiato ed è importante poterci confontare. Dobbiamo fare lo sforzo di aprirci, senza gelosie. Ci accomuna il sacro fuoco che abbiamo per questo sport, la passione smisurata, siamo malati, in senso sportivo, di volley. Vogliamo portare avanti l'Associazione come forma di tutela, senza essere usati per speculazioni economiche. La qualità farà la differenza"
Hanno parlato anche Alberto Giuliani, Angelo Lorenzetti emozionatissimo, Roberto Piazza. Naturale ipotizzare il riconoscimento da parte di Federazione e Leghe, e una volta consolidata e costruita l'immagine con i fatti, poter esprimere anche una forza in qualche modo "politica" oltre che tecnica. Ci sarà un sito (www.aiapav.it) strutturato come punto d'incontro e di scambio a vari livelli ma anche dei tecnici che nelle varie aree geografiche fungeranno da punti di riferimenti fisicamente raggiungibili. 
La qualità e la bontà intellettuale del tentativo sono evidenti e questa iniziativa, proprio perchè c'è grande crisi nel mondo dello sport e quindi anche del volley, può nel tempo rivelarsi preziosa.

sabato 19 luglio 2014

VOLLEY Le bugie della Fivb sul pubblico di Firenze



Al giorno d’oggi, si sa, manovrare le cifre e i bilanci è diventata una costante in molti rami d’attività. La Fivb non si sottrae all’andazzo.
   Venerdi ad esempio, al Mandela Forum per la terza giornata della Final Six di World League, c’erano seimila spettatori (6.000).
   Ebbene nel comunicato diramato in serata i seimila e rotti sono miracolosamente aumentati di mille unita.
   Per la Fivb spettatori al Mandela Forum: 7.100. Che la presenza del Premier Matteo Renzi sia stata moltiplicata per 1000? 
Bisognerebbe chiedere l’autorizzazione agli eredi di Collodi e aggiungere un Pinocchio stilizzato accanto al logo della Federazione Internazionale Volleyball, che poche ne fa e molte ne sbaglia, almeno delle cose che poi sono sotto gli occhi di tutti. *
   
* continua

venerdì 18 luglio 2014

VOLLEY Zaytsev, rockstar azzurra Una notte da fenomeno facendo a strisce le stelle


FIRENZE Final Six di World League 2014
Una giornata di riposo quanto mai opportuna per la Nazionale di volley impegnata nella Final Six della World League. Il tempo per appurare l’entità del preoccupante infortunio al ginocchio di Kovar, il tempo per rivivere e celebrare l’exploit con cui Ivan Zaytsev ha chiuso la partita vinta con gli Stati Uniti mercoledì sera. 
   Quattro ace, quattro punti siglati direttamente con il servizio, l’abbraccio dei compagni, l’ovazione del pubblico, il supplemento da rockstar vissuto con entusiasmo dal futuro papà nato a spoleto, romano d’adozione, russo di origini.
   “Solo grandi campioni possono fare quello che ha fatto Ivan - ha detto il ct Mauro Berruto - E’ andato in battuta pensando di voler farci vincere in quel momento la partita e l’ha fatto”.
    Ivan sorride ed apprezza: “Mi ha fatto davvero un bel complimento. Diciamo che ho avuto...fortuna. Sono stato bravo a non dare punti di riferimento alla ricezione americana, ho battuto in quattro posti differenti con la mano de’ porco. Certe volte più la colpisci male la palla e più male fai. Magari c’è stato anche un po’ di talento. Ma le cose difficili mi vengono solo quanto non conta...Forse era meglio tenersele per una finale“
    In realtà il filotto è stato entusiasmante per tutti. “Beh, la cosa che ho gradito tanto è stato l’abbraccio di tutti i compagni alla fine. E’ stato bello, sincero”
    Non è retorica allora parlare di questa Italia come di un bel gruppo di ragazzi che condividono sogni, lavorano per realizzarli senza gelosie per chi magari va più in copertina.
    “Se è per questo non c’è problema, in copertina non ci va nessuno. In inverno ci scanniamo con i club, come è successo nella finale tra Macerata e Perugia con Buti e Giovi. Poi ci si vede in nazionale, ci si prende in giro, si fanno due risate e si lotta tutti insieme per le medaglie. Andiamo d’accordo perchè comunichiamo e condividiamo, parliamo.”
    Già, le medaglie. Dopo bronzi e argenti, l’oro è diventata quasi un’ossessione. L’anello mancante alla consacrazione massima.
   “Siamo cresciuti, stiamo raggiungendo un livello di gioco per cui l’Italia deve essere temuta. Ci manca il giusto equilibrio nel rendimento, dobbiamo evitare i cali di tensione, come abbiamo avuto anche contro gli Stati Uniti nel secondo e nel terzo set. Limare piccoli dettagli. Di finale ne abbiamo già giocate tante, ma per il terzo posto. Ora vorremmo una medaglia d’oro”
    Ivan approfondisce il concetto dell’oro, estendendolo ben oltre il rettangolo di gioco.
   “Aspettiamo un oro per poter avere più voce in capitolo, pensiamo che la pallavolo e la Nazionale debbano avere più visibilità, uscire dai confini. Siamo una squadra vincente e attraverso la maglia azzurra possiamo dare tanto alla pallavolo. Anche facendo pubblicità.“
    Ivan, che nella prossima stagione giocherà a Mosca, sta per concludere un accordo con un marchio d’abbigliamento e sarebbe, con la sua crestona, il testimonial idale per il gel dei capelli. L’altra sera ha calato il suo poker di ace mentre Ligabue stava per concludere il suo concerto al Franchi: “Da ragazzo lo ascoltavo, conosco il suo repertorio, E’ giusto concedersi al pubblico dopo le partite, è la giusta riconoscenza per quanto la gente ci dà”. Zaytsev è l’addetto alla musica della Nazionale, quella che si ascolta in sala pesi o sul pullman. “Ora tra noi va la deep house, in particolare Faded, un pezzo di Zhu. Potrebbe essere la colonna sonora del nostro mondiale”

* Corriere dello Sport 18-7-2014
   

giovedì 17 luglio 2014

VOLLEY World League: la Final Six di Firenze (non) vista dal basso


 Una gallery fotografica dedicata alla particolare cura ed attenzione che la Fivb (Federazione Internazionale Volleyball) riserva ai cari "amici" della stampa (cartacea e on line). Sono lontanissimi i tempi in cui nello sport, a chi doveva assistere agli eventi per poi parlarne o scriverne, venivano concessi posti con adeguata qualità di visione. 
Nel volley il rapporto è capovolto e quasi ovunque, lo spettatore può godersi lo spettacolo della partita in condizioni migliori rispetto a chi è al Palasport, in questo caso il Mandela Forum di Firenze dove da mercoledì a domenica è in programma la Final Six della World League. Pensate che ancora c'è chi si lamenta, nel mondo della pallavolo, italiana e mondiale, della scarsa e inadeguata attenzione che la stampa riserva al volley. Si potrebbe rispondere che l'attenzione, e la pazienza, che sono riservate al volley sono di gran lunga superiori al rispetto del lavoro giornalistico che la Fivb (ma anche la Cev e poi a scendere) riservano agli operatori della stampa, siano professionisti di lungo corso che giovani entusiasti di siti e social network che assicurano visibilità e creano interesse attorno al mondo della pallavolo.
E così, mentre gli ineffabili dirigenti della FIVB si preoccupano della disposizione delle bandiere, dei centimetri delle scrivanie e di assicurarsi che i giornalisti NON possano vedere bene ciò che accade in campo e magari nemmeno riuscire a pubblicare in tempo, per via di una calendarizzazione delle partite che non tiene conto dell'ormai abituale eccessiva durata (prima gara: Russia-Iran due ore e mezza, Italia-Usa è iniziata in cospicuo ritardo), chi lavora deve arrrangiarsi.
Il Volley (non) visto dal basso, in omaggio a questo umile blog amatoriale, si potrebbe definire il volley imposto dalla Fivb alla stampa internazionale.
Nelle fotografie che potete vedere c'è già se non tutto, molto. Le postazioni della stampa sono state allontanate dal campo, distanziate con una specie di ampio spazio che preclude la visuale addirittura di metà campo. La palla che cade a terra non si vede, potete vedere come nemmeno le gambe dei giocatori siano visibili. La rete in compenso si riesce ad ammirarla, andrebbe anche bene se fosse tennis e non volley.
Tra le postazioni stampa, nemmeno rialzate con una pedana per attenuare i disagi e aumentare la visibilità e il campo c'è anche la postazione sopra elevata del cameraman televisivo, tra le cui gambe potete scorgere il tabellone che consente al pubblico di vedere il punteggio e le statistiche in tempo reale. Al pubblico, non alla stampa. 
Se non fosse per tutto il resto che serve a cercare di fare un lavoro dignitoso, ovvero vivere le situazioni dal vivo, non c'è dubbio che una partita di volley si vede ormai meglio solo stando davanti alla tv. Ma se è questo che la Fivb vuole, lo dica chiaramente e ci si risparmia tutti il mal di fegato e la frustrazione che deriva da questa manifestazione reiterata di cialtronaggine.
Vorrei invitare il presidente della Fivb, il brasiliano Ary Graca, a sedersi al posto riservato dalla sua federazione ai giornalisti. E poi chiedergli se vede bene la partita e se si diverte. Certo, lui non deve scrivere tra una partita e l'altra badando più a schivare le pallonate che nessuna rete intercetta prima che colpiscano facce, computer, cellulari, bottigliette varie.
Purtroppo da 25 anni so già la risposta: questo è il volley. E finchè questi saranno i dirigenti, non crescerà mai.

PS: se mi lasciate un posticino davanti alla tv, mi accomodo e forse riesco anche io a vedere la partita...

















martedì 8 luglio 2014

VOLLEY Tai Aguero: Il volley è il passato, largo alla mamma

La Pomì Casalmaggiore ha comunicato l'addio al volley di Tai Aguero, che pochi giorni fa aveva lasciato il ritiro della Nazionale. La storia pallavolistica di Tai si conclude così, con una maglia rosa che è stata la sua ultima di club, con una maglia azzurra che è diventata la sua seconda pelle dopo aver chiuso il libro della sua prima vita, vissuta a Cuba. Una grandissima giocatrice che è riuscita ad essere originale anche nel momento in cui ha deciso di abbandonare la carriera, all'età di 37 anni anni. Perché a lei le cose piace farle bene. Ed in queste settimane deve essersi resa conto che far bene la pallavolista, la mamma e la compagna di vita, stava diventando assai complicato, per non dire impossibile. E così ha scelto di uscire di scena, di defilarsi per continuare ad essere una regina anche fuori dal campo, tra le mura domestiche, con in braccio suo figlio Pietro.
Non è da tutti saper cambiare idea quando ci si rende conto di aver commesso un errore di valutazione. Tai, anche coraggiosamente, lo ha saputo fare, pensando al bene suo e della sua famiglia. A ciò che era più funzionale per la sua pace interiore e familiare. Sia pure a malincuore, perché sia per la Nazionale che per Casalmaggiore la sua assenza sarà anche un problema. Ma con il cuore in pace e la consapevolezza di chi è convinto di aver fatto la cosa giusta.
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“E’ stata una scelta difficile – spiega Tai – ma alla quale non ho potuto sottrarmi. Amo la pallavolo, è stata la mia passione, ma la famiglia viene prima di tutto e gli impegni in nazionale e in campionato con la Pomì sarebbero stati eccessivi”. E poi a ribadire il concetto l’italo-cubana aggiunge: “La famiglia rimane, la pallavolo no”. Lasci un ambiente, quello rosa, che ti aveva accolta a braccia aperte e che già non vedeva l’ora di apprezzarti nella nuova veste di regista. “Nei pochi mesi in cui sono stata a Casalmaggiore, mi sono sentita a casa, la disponibilità della società e di tutta la dirigenza mi hanno regalato un’esperienza splendida che non dimenticherò. Ringrazio il Presidente Boselli per avermi voluta in questa avventura ed avermi permesso di rimettermi in gioco sul massimo palcoscenico nazionale e sono dispiaciuta di non aver potuto mantenere fede all’impegno preso con lui e con la società”. Alla domanda se si tratti di un addio al volley Tai non ha dubbi. “Chiudo qui con il volley giocato – spiega – sono felice di averlo fatto in una squadra come la Pomì e dopo alcune splendide settimane in nazionale. Le auguro il meglio, sta nascendo una grande squadra, la seguirò da spettatrice, non escludo di venire di tanto in tanto alle partite. Rivolgo l’ultimo pensiero ai tifosi rosa, sono stati semplicemente fantastici, hanno capito di dovermi aspettare e mi hanno veramente regalato splendide emozioni”. “Siamo dispiaciuti per la decisione di Tai – commenta il Presidente della VBC-Pomì Massimo Boselli Botturi – ma la rispettiamo. Se la nazionale era diventata incompatibile con gli impegni famigliari dell’atleta lo stesso sarebbe stato durante la stagione nel suo club di appartenenza. Dimostrando grande onestà e professionalità Tai ha preferito defilarsi e rinunciare alla ribalta per dedicarsi anima e corpo alla propria famiglia. Siamo onorati di aver avuto nella nostra squadra una giocatrice che ha fatto la storia della pallavolo e che ha confermato, anche in maglia rosa, che i successi si costruiscono oltre che sulla classe e le doti tecniche, sulla correttezza, l’umiltà e l’abnegazione”. Gioco forza, cambiano i programmi societari sul fronte della palleggiatrice, a giorni si attende l’ufficializzazione della giocatrice a cui sarà affidata la cabina di regia. 

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2014/07/volley-tai-aguero-stavolta-la-mamma-non.html

sabato 5 luglio 2014

CINEMA Jersey boys

JERSEY BOYS (2014) Regia: Clint Eastwood. Interpreti: John Lloyd Young, Erich Bergen, Vincent Piazza, Michael Lomenda, Christopher Walken, Freya Tingley, Kathrine Narducci, Francesca Eastwood.

* Visto in edizione originale inglese con sottotitoli in italiano

Clint Eastwood regista è sempre pronto a spiazzare, saltando da un genere all'altro ma sempre centrando il bersaglio. Stavolta tocca alla musica, ai Jersey boys che già a teatro riscossero grande successo raccontando la storia di Frankie Valli, vocalist dei The Four Seasons e apprezzato solista a partire dagli anni '60. Cantò lui la title track del film Grease, solo per agganciarlo ad un'altra pellicola e colonna sonora di enorme successo. C'è molta musica ma non solo. C'è la storia di un gruppo di ragazzi in cerca di riscatto da una vita anonima, difficoltosa, nel quartiere di nascita. Una scalata verso la gloria che premia il talento dei ragazzi musicisti, a differenza del film dei fratelli Cohen A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis).
 


E' vero che il cinema ne ha già raccontate molte di queste storie, ma Clint alla musica abbina altro. Condisce il racconto con personaggi straordinari, come il Christopher Walken- De Carlo mafioso con stile e gran cuore, e un taglio preso in prestito da Martin Scorsese. Dipinge tutto sommato con indulgenza gli italoamericani, seminando qua e là qualche battuta in "italiano di broccolino". E' un film godibile, con almeno due scene che non si dimenticano: il provino fatto a Bob Gaudio, con gli altri membri della band che rapiti dalla sua musica ad uno ad uno si aggiungono alla session, fotografando cosa significa la vera passione per la musica. E poi lo sfogo di Nick Massi per la sua decennale vita condivisa nelle tournée con Tommy De Vito, il personaggio chiave della vicenda.
Film anche drammatico, perchè conciliare la vita d'artista, o comunque lavorativa, con le esigenze familiari è impresa spesso titanica. E frequentemente non ci si riesce. Una storia d'amicizia,  di solidarietà, "fratelli" di musica che litigano, discutono, s'innamorano, ridono e piangono. Arrivando a vendere circa 175 milioni di dischi.


http://www.frankievallifourseasons.com/

VOLLEY Tai Aguero, stavolta la mamma non ce l'ha fatta


«Mi spiace molto. Lo siento mucho». E l’emoticon di una faccina triste. Tai Aguero sulla sua pagina Facebook ha commentato così la sua rinuncia alla maglia azzurra ed al Mondiale. L’operazione Italia 2014 si complica non poco per il ct Bonitta e per la Nazionale italiana, dopo l’abbandono deciso dalla giocatrice che era stata ripescata dal tecnico romagnolo dopo la recente maternità. E’ proprio la difficoltà a far convivere la vita quotidiana dell’atleta con quella della mamma di un bimbo di pochi mesi, alla radice della decisione della campionessa che ha vinto con la maglia di Cuba e con quella dell’Italia, nella sua lunga carriera pallavolistica. Per una Vezzali che scodella figli senza lasciare le medaglie, per una Cainero che ha vinto due titoli d'Europa nel tiro a volo col bimbo in pancia e poi in culla (con l'aiuto del prezioso marito e dei preziosi nonni) c'è la pallavolista che getta la spugna, per non sacrificare gli affetti sull'altare della maglia azzurra. Una scelta che poteva essere solo sua e che non si può certo criticare. Anche se la tempistica lascia nei guai la Nazionale e procura un danno anche d'immagine, sia al ct che aveva puntato su di lei (dopo averci parlato) che alla stessa nazionale, proprio nella stagione più delicata.
Eppure la stessa giocatrice aveva aderito con entusiasmo al progetto di tornare a giocare in nazionale nel ruolo di regista, il suo ruolo d’origine (poi si era trasformata in opposto). Ma tra l’ipotizzare e il vivere, qualcosa è cambiato. Probabilmente strada facendo le è venuto a mancare qualche ingrediente che era invece indispensabile per sopportare tre mesi di lavoro in Nazionale.
 Nel commentare l’addio ha lasciato trasparire comprensibile malinconia.
«Ci sono dei momenti in cui devi fare delle scelte e non puoi tirarti indietro - ha spiegato Tai Aguero - Ho provato a portare avanti la mia situazione familiare di pari passo con la preparazione, ma il risultato non è stato quello che mi ero aspettata. Mi dispiace lasciare questo gruppo con cui mi sono trovata benissimo e con cui stavamo lavorando in maniera positiva. Le mie compagne hanno capito pienamente le mie ragioni e io nel salutarle ho cercato di spronarle a continuare a lavorare con la stessa intensità e gli ho detto che le voglio vedere in campo nelle finali. Voglio ringraziare Marco Bonitta per la fiducia che mi ha accordato: lo conoscevo come un tecnico di valore, lavorandoci insieme ho trovato una persona di grosso spessore umano. Ringrazio anche la Federazione che ancora una volta ha creduto in me e che non potrò ripagare con le prestazioni in campo. Questa è una squadra che sento mia e che cercherò di sostenere come tifosa»
     Fatto sta che per la Nazionale si apre un fronte inatteso, imprevedibile e sgradito, in un ruolo chiave come quello dell’alzatrice, che già aveva visto andare in fuori gioco Eleonora Lo Bianco, afflitta da problemi fisici negli ultimi mesi e rimasta fuori dal gruppo dopo i colloqui con il ct.
    Ora Bonitta non ha praticamente scelta: le due palleggiatrici saranno Ferretti (la titolare) e Signorile, che adesso sono tranquille sul loro futuro iridato. Marco Bonitta ha salutato Tai stringendola in un affettuoso abbraccio. Le azzurre hanno capito, ci sono stati momenti emotivamente intensi nel gruppo azzurro.
«Tai ci poteva dare aiuto in termini di personalità, qualità - spiega il tecnico azzurro, che non ha ancora pensato concretamente alle alternative da mettere in atto senza la Aguero. «Ho sicuramente una giocatrice in meno in termini di opzioni durante la partita. Tai garantiva una grande qualità in seconda linea, sia in palleggio che in battuta e difesa, garantiva personalità. Ora cercheremo di pensare a qualcosa di diverso, da mettere in atto nel momento in cui la partita prende una certa piega, quando c’è o da rimontare o da piazzare un break».


http://www.corrieredellosport.it/volley/2014/07/05-368069/Ai+Mondiali+con+Ferretti+e+Signorile

mercoledì 2 luglio 2014

VOLLEY Nadia Centoni, la regina della Costa Azzurra


Nadia Centoni, 33 anni e una storia d’amore con la maglia azzurra che il ct Bonitta ha riannodato in vista del Mondiale italiano di settembre. Quest’estate 2014 sarà dedicata al sogno mondiale da vivere nei palazzetti italiani, da Roma a Milano. L’opposta di Barga, provincia di Lucca, ha due Olimpiadi nel curriculum, e sei anni dopo Pechino, complici le vittorie e i premi personali conseguiti a Cannes, torna alla ribalta.
«Non ci pensavo più alla Nazionale. Ma Bonitta non ha certo avuto bisogno di convincermi. La maglia azzurra ha sempre la priorità e l’obiettivo è quello di giocare un grande Mondiale. Da diversi anni ormai passavo l’estate in modo diverso, gestendomi da sola tra un campionato e l’altro, pensando a ripresentarmi al meglio nella stagione successiva».

Lei fu una delle prime a scegliere di andare a giocare all’estero
«Sì. In Francia, a Cannes, ho trovato la mia identità. In una squadra forte che mi ha dato la possibilità di sbocciare, di dare tutto quel che avevo dentro. In Italia non era stato così. Ora sono più esperta e molto più consapevole dei miei mezzi. Feci la scelta giusta al momento giusto; mi ha aiutato a crescere, ad uscire dal bozzolo. Se fino a quel momento non ero riuscita a mostrare tutto il mio valore, essere scelta come straniera e dunque per fare la differenza, mi ha reso più consapevole. Dovevo dimostrare quel che potevo essere. In quel primo anno mi dissi, o la va o la spacca. E chi mi ha rivisto negli ultimi tempi, mi diceva: Sei cresciuta tanto andando a Cannes! Forse mi vedevamo con occhi diversi»


Schivò le difficoltà economiche della Romanelli Firenze ma poi visse i tormenti finanziari di Vicenza. Nadia è un prodotto del Club Italia ed ora a distanza di anni, ne parla ancora in termini entusiastici.
«Il Club Italia è stato fondamentale per la mia formazione di atleta. Mi ha dato le basi. Allora c’era Frigoni, siamo state un anno senza giocare mai: eravamo sei juniores e sei seniores. Io lo reputo un anno importantissimo, uno dei mattoncini fondamentali per crescere sotto il profilo tecnicom fisico e dell’atteggiamento. Penso che quella formula fosse giusta, un mix tra giovani ed esperte ed un alto livello. Non posso che parlarne bene»

Italia 2014, un mondiale casalingo è una grande responsabilità?
«Il mondiale in casa deve darci quel qualcosa in più di positivo. La pressione? Certo che c’è. E’ importente riuscire a gestirla. Ma la pressione dà energia, un mondiale così è il sogno di ogni atleta, come partecipare a una Olimpiade. Nessuna paura, solo entusiasmo ed energia»


Come sta crescendo questo gruppo messo insieme dal ct Marco Bonitta?
«Ho avuto un’impressione molto positiva. Mi pare si lavori molto e si lavori bene. Il gruppo è nuovo per chi rientra in Nazionale, ci sono tante cose da sistemare, il bello di un qualcosa che va costruito. Siamo motivate a fare sempre meglio, a fare qualcosa di propositivo»

In questi anni senza maglia azzurra, ha seguito la Nazionale?
«Certo, tutte le grandi manifestazioni, l’ho seguita da tifosa. Avevo tante compagne di club che giocavano nelle nazionali, guardavo loro e facevo il tifo per l’Italia»

Le capita mai di ripensare alle sue Olimpiadi? Atene 2004 e Pechino 2008, fuori nei quarti di finale.
«Ogni esperienza deve servire e rimanere confinata tra i ricordi. Sia quelle belle che quelle negative. Le devi mettere da parte perchè le cose brutte ti deprimono, quelle belle possono farti correre il rischio di alimentare false illusioni. Io guardo avanti per natura, prendo le partite una dopo l’altra, perchè il passato è passato e non deve diventare un fardello»

E il futuro è sempre tutto da scrivere
«Ci sono le occasioni future da sfruttare, per fare il meglio possibile. Il mio atteggiamento è cambiato da quando sono andata a Cannes. Prima ero più riflessiva, nel senso che stavo troppo a rimuginare su ogni cosa che accadeva. Saranno gli anni trascorsi ma a forza di fare esperienze, ora cerco di fare tesoro di ogni cosa».


Come è cambiata la pallavolo?
«Il volley è uno sport molto psicologico, basta vedere certi recuperi nel punteggio, i punti che scottano nei finali di set. La testa fa tantissimo, ci vuole fisico per giocare ma forse ancor più ci vuole la testa. Nel volley femminilie poi...Ecco perchè non ci penso proprio a fare l’allenatrice, quandò avrò finito di giocare. Sicuramente la prima cosa che ho in mente, a breve, è avere un bambino. Quello è sicuro. Il resto vedremo...»

Ma prima o dopo l’Olimpiade di Rio 2016?
«Vivo il momento, una cosa alla volta. Ora c’è il Mondiale, cerchiamo intanto di entrare in squadra e di fare un bel Mondiale. Ho imparato a non programmare la mia vita troppo in avanti. Ero sicura che avrei concluso la mia carriera al Cannes ed invece ecco che giochero col Galatasaray Istanbul, con Caterina Bosetti» 
E delle tre S dello slogan iridato lanciato dal ct, Nadia cosa dice?
«Il sogno è la parola chiave, tutte le altre (sacrificio e sofferenza, ndr) vengono di conseguenza. Il sogno mi scalda il cuore»

* Corriere dello Sport, 2 luglio 2014
http://www.corrieredellosport.it/volley/2014/07/02-367717/La+Centoni+insegue+il+sogno+Mondiale 

martedì 1 luglio 2014

TIRO A VOLO Chiara Cainero:" Noi mamme siamo più forti"

Edoardo è nato il 10 gennaio. Nel pancione della mamma, Chiara Cainero, aveva già vinto l’Europeo 2013 nello skeet. La scorsa settimana in Ungheria la campionessa olimpica di Pechino 2008 ha concesso il bis, senza pancione ma ancora con l’oro al collo.


«Ho gareggiato nella prima prova di coppa a maggio. Avevo allattato fino al 20 aprile, svezzandolo molto in fretta perchè Edoardo è di buona forchetta e quando ha iniziato a mangiare si è regolarizzato anche nel sonno. All’inizio però è stata molto dura, ho avuto un parto complicato, ho dovuto prendere ferro»
Lei è diventata campionessa europea quando era al quinto mese di gravidanza. Ora si è confermata dopo essere diventata mamma. Sono stati due particolari momenti?
«Sono due cose completamente diverse. L’anno scorso agli Europei di Suhl ero incinta, lo avevo nella pancia e lo sentivo muoversi mentre sparavo. Dopo la sua nascita è stata dura ripartire con il tiro a volo. Pativo il distacco, anche se mio marito Filippo è eccezionale e tutti i nonni sono in prima linea: insomma, è sempre stato circondato d’affetto. Me lo avevano detto le mie compagne di squadra che avevano vissuto la maternità: devi crearti un mondo tuo, devi cercare di concentrarti...»
Poi la vittoria, un’altra medaglia d’oro da dedicare alla sua famiglia
«Quando vinci sei ripagata di tutto. Dei sacrifici che fai. E’ stato il mio quarto europeo vinto ed ho realizzato che anche la gioia per la vittoria è stata differente, ha avuto un sapore nuovo. La lontananza è la cosa che pesa di più, a giugno mi sono persa venti giorni della sua crescita. Per fortuna ci sono le nuove tecnologie ad aiutare, anche mia mamma ha dovuto imparare ad usare lo smartphone e Whats app...Ma il difficile è passato, ora mi aspettano due mesi pieni pieni per fare la mamma e stare in famiglia»
L’esperienza della maternità l’ha resa una atleta più forte? E’ stato difficile lasciare i pannolini e tornare ad imbracciare il fucile sulla piazzola di tiro?
«Il parto è un momento decisamente particolare. Avevo parlato con altre atlete e tutte mi dicevano: Vedrai, ti verrà una forza incredibile. Volevo fare assolutamente un parto naturale, perchè sapevo che dal cesareo ci si riprende più lentamente e con difficoltà. Ora dico che il parto è una delle più belle esperienze che si possano fare. Hai un gran dolore, partorisci e svanisce tutto all’istante, non hai più male e ti vedi tra le braccia quella creatura che sognavi... I primi tempi è stato difficile: notti insonni, perchè si dorme pochissimo e ti senti prosciugata. Quando il ferro è risalito e mi sono pian piano sentita meglio, ho ripreso il fucile ed ho ricominciato. Era l’1 marzo. Ma solo da un mese ho ripreso a correre un po’ di più, grazie al supporto di chi mi sta vicino, da mio marito ai nonni»
Le nuove regole hanno stravolto il tiro a volo proprio nel momento in cui lei viveva la grande esperienza della maternità. E’ cambiato il suo modo di gareggiare?
«Non lo so se e in che misura le cose sono cambiate. Sicuramente in certi momenti si. Nella terza serie devi dare il massimo, per un piattello ti giochi la finale e se anche entri come sesta, poi può arrivare prima. Ora che sono mamma penso di avere più grinta e motivazione, piu cattiveria. Già ne avevo prima, adesso mi sento ancor più determinata. Molte dicono: ora che hai partorito puoi fare tutto, sarà più impegnativo far nascere un bambino che fare una serie di 25 piattelli...»
E’ stato complicato tornare ad essere competitiva?
«Credo molto nei sacrifici dell’allenamento, se il risultato non viene subito, arriva dopo, perchè il lavoro poi paga»
Più difficile recuperare fisicamente o mentalmente?
«Forse un po’ più difficile recuperare a livello fisico. Avevo perso tanto sangue, avevo preso 14 chili e fatto molta ginnastica posturale. Come dicevo volevo assolutamente un parto naturale»
Gareggiare aspettando un bambino sembra non essere più un tabù. Ha letto della mezzofondista statunitense Alysia Montano, che ha corso gli 800 col pancione, incinta di otto mesi e mezzo?
«Se una sta bene, dico: perchè no? Però non bisogna rischiare. Io ho fatto controlli ogni 20 giorni. Ero di tre mesi, la mia ginecologa venne sul campo mi vide e i fece continuare: «Si vede che ti piace tanto, puoi farlo. Però ti monitorerò ogni 20 giorni per verificare come stai». Il mondiale era in Perù e non era possibile affrontare quel viaggio in aereo. Per cui ho gareggiato fino a quando ero incinta di cinque mesi e mezzo»
Ora il tiro a volo ha tante mamme azzurre...
«Sì, siamo una bella squadra di mamme. Ora le capisco molto di più, c’è chi ha un figlio di due anni, chi di cinque. Mi raccontavano le cose, adesso abbiamo qualcosa in più in comune. Ci troviamo a parlare di pannolini e di bimbi, basta uno sguardo...»
Una volta non era così, adesso è diventato normale che una mamma prosegua la sua carriera di sportiva.
«Ed è molto bello. La mamma atleta può dare di più Prima chi faceva i figli doveva smettere, Adesso i mariti sono più attivi, danno anche da mamme: la figura del papà è importante.E poi ci sono le nonne. Insomma, si fa squadra in famiglia. Penso alla Idem, alla Vezzali...”
Allora continuerà a sparare a lungo?
«Beh, punto all’Olimpiade di Rio 2016. Finiamo questo ciclo, attraversiamo quest’anno e vediamo come va. Ho la voglia e la forza, fino a che lui, Edoardo, me lo permetterà, mi sento di continuare. Mi diverto ancora tanto anche se soffro come un cane: ogni volta ripensi subito a cosa puoi migliorare nella gara successiva. E’ molto stimolante e la maternità mi ha rivoluzionato la vita, ma in positivo. Devo ringraziare la Forestale che ci supporta e ci permette di andare avanti con forte passione e motivazione. Ormai sappiamo come funziona e non è un problema se si parla poco di noi. Ma siamo un’Italia che vince»
Le nuove regole rendono le gare massacranti.
«Almeno fino a Rio si andrà avanti così. Specie a livello maschile sono gare micidiali. Ci sono finali al cardiopalma, spareggi su spareggi, una lunghezza che pesa anche se tutto è considerato spettacolare»

VOLLEY Partite all'aperto: ora rimettiamo un tetto (a Milano)

Ciò che va di moda non è detto che sia per forza bello. E talvolta può capitare che per seguire la moda, per cavalcare l'onda, si finisca per sfiorare il ridicolo. Italia-Polonia al Foro Italico è stato uno strepitoso evento di successo, con il suo clima, il suo calore e i suoi 11.000 spettatori.
Per definizione, un evento è tale se non è inflazionato. Ma dopo quella sera non sono mancate le proposte per far giocare all'aperto il volley. Prima a Verona, poi a Milano. E' stata soprattutto quest'ultima idea, e addirittura i consensi che avrebbe raccolto, a far scattare l'incredula molla dello stupore. 
La proposta è della Power Volley Milano, che avendo assunto il diritto sportivo dalla Callipo Vibo Valentia, Calabria, ha forse pensato di averne acquisito anche le caratteristiche meteo.
La cosa più folle mi sembra anche solo ipotizzare di programmare una partita all'aperto in data 15 ottobre, non in Sicilia dove notoriamente si fa il bagno in mare fino a Natale, ma a Milano, in Piazza Duomo. Nemmeno Roma, ormai divenuta climaticamente una metropoli in stile asiatico, con frequenti acquazzoni e bombe d'acqua che cadono anche in estate, potrebbe permettersi l'ardire di programmare un evento così fallace, così a rischio. 
Poi magari anche a Milano, anche il 15 ottobre, ci può essere un sole che spacca le pietre, una luna che illumina e zero pioggia. Ma chi può garantirlo? Nemmeno il colonnello Bernacca, il primo celebre personaggio meteo del secolo scorso, potrebbe dare l'imprimatur. E con il largo anticipo necessario.
Ma non è tutto. La Power Milano indica anche il suo avversario: la Lube Treia campione d'Italia. L'ingenuità e l'entusiasmo dei debuttanti vanno bene, ma qui sembra di essere alla Corrida di Corrado: dilettanti allo sbaraglio.
Pensate che splendido avvio di SuperLega, con una partita all'aperto magari non disputata per maltempo. Perchè poi? Per far gonfiare il petto d'orgoglio a chi ha avuto la brillante idea? La Lega non ha già abbastanza difficoltà a far decollare seriamente un campionato popolato ancora da troppa gente poco seria?
Insomma, mettiamo un tetto al volley all'aperto ed alla esagerata fantasia. Va bene che il ct Berruto ha dimostrato che si può giocare, e bene, in Nazionale senza essere mai stati ingaggiati da club di Serie A1, ma la Power Milano non crederà mica di essere già diventata la Nazionale di pallavolo?