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venerdì 27 febbraio 2015

VOLLEY Dal Mondiale alla periferia: la pallavolo pugliese ha voglia di comunicare

I Mondiali femminili di pallavolo hanno rappresentato un punto d'arrivo e di partenza per il fenomeno volley in Italia. La svolta culturale, per un torneo vissuto come un trionfo a tappe, anche se alla fine non c'è stata quella medaglia che sembra ormai essere diventata l'unica testimonianza del successo di uno sport. Ciò che rende nobile, spesso solo per qualche giorno o qualche ora, anni di sacrifici e fatiche.
I Mondiali di pallavolo femminile hanno toccato varie sedi, l'Italia ha giocato a Roma, Bari e Milano accendendo i cuori e la passione. Ma anche la squadra dei giornalisti, italiani, stranieri, locali, ha avuto modo di vivere il Mondiale in maniera partecipe e viscerale. E se a Milano la politica al risparmio e l'abituale scarsa sensibilità per le condizioni minime di lavoro richieste dalla professione, non ha fatto molto per far transitare ed alimentare questo sentimento speciale che ha caratterizzato le tre settimane di competizione, a Roma e Bari le cose sono andate diversamente. A Roma si è probabilmente più abituati ai grandi eventi, a Bari le azzurre e le varie nazionali che vi hanno giocato e soggiornato, hanno lasciato un'impronta che non è facile dimenticare. E non è casuale che il contatto col mondo abbia acceso una ulteriore scintilla, abbia fatto riflettere sull'importanza del comunicare, anche del comunicare il volley. 

Il comitato della Fipav Lazio ha rotto il ghiaccio proponendo un incontro-lezione con gli addetti stampa e i dirigenti di società per dare un'infarinatura sulle modalità di comunicazione.
Il Comitato della Fipav Puglia e di Bari hanno fatto le cose in grande, allestendo lo scorso fine settimana a Bari, presso l'Istituto Lenoci, un convegno incontro inserito nell'ambito dei corsi di aggiornamento professionale per gli stessi giornalisti, oltre che per gli operatori della stampa appartenenti alle società del territorio (non solo pugliese). Hanno invitato a parlare, a tenere una breve lezione, alcuni dei rappresentanti istituzionali della comunicazione: Federico Ferraro della Cev, Marco Trozzi della Fipav, Fabrizio Rossini della Lega Pallavolo maschile. E un rappresentante della stampa nazionale, con oltre 25 anni di esperienza nel mondo del volley internazionale, decano dei professionisti rimasti a seguire (anche se non con continuità) la pallavolo, ora che sono andate in pensione firme come Carlo Gobbi, Giorgio Barberis, Adriano Torre.



Al di là delle conoscenze trasmesse nell'arco del convegno, che alla fase mattutina ha fatto seguire una specie di talk show, un question time informale predisposto da Fabrizio D'Alessandro con lo scopo di mettere ancora più a stretto contatto relatori e destinatari, colleghi giornalisti o operatori delle società che da poco si sono affacciati in questo mondo. Un'occasione per approfondire la conoscenza delle persone e della materia, anche se il tempo a disposizione non ha consentito naturalmente di parlare di tutti gli argomenti di cui sarebbe stato necessario conversare. L'impressione è che ce ne dovrebbero essere di più di queste occasioni di scambio e confronto, ritenute ormai inutili e superate da un ambiente che non avverte più la necessità di seminare in ogni stagione e nel maggior numero di campi possibili, per cercare di ampliare il raccolto. Un ambiente che ha bisogno di ritrovare umiltà, per far si che l'entusiasmo della gioventù che a vario titolo si è avvicinata al mondo del volley, possa essere incanalato e crescere nel modo migliore, donando a sua volta linfa vitale.
Il contatto umano è sempre stato uno dei requisiti che hanno reso il volley diverso, forse speciale. Almeno così apparve alla fine degli anni'80, all'alba di un boom che poi ha visto trasformarsi i suoi connotati ma che ha conservato un appeal che lo differenzia spesso da altre discipline sportive.
La strada tracciata dalla Fipav Puglia resterà un sentiero isolato ed occasionale? Temo di si, ma spero di no. Le recenti scelte in tema di comunicazione me lo fanno pensare. Quando la politica perde il contatto con la base, con la realtà, non è mai un buon segno. Si disperde entusiasmo, si sciupano occasioni e si dilapidano risorse nelle direzioni sbagliate, improduttive.








mercoledì 25 febbraio 2015

CALCIO Juventus-Borussia, il ciuccio di Tevez e i "ciucci" da cacciare dallo Stadium

http://www.corrieredellosport.it/calcio/champions_league/2015/02/25-398001/Juventus-Borussia%3A+%C3%A8+bufera+sul+web+per+uno+striscione 

Leggo sul Corriere dello Sport.it

"L'amico del mio nemico è mio nemico", recita così lo striscione scritto in tedesco ed esposto dai tifosi bianconeri durante la partita di Champions League giocata contro il Borussia Dortmund. Seguono offese per i "nemici" Napoli e Catania e per la squadra tedesca, "colpevole" di essere gemellata con il club partenopeo e quello siciliano. Una pioggia di polemiche ha investito, sul web, la tifoseria bianconera accusata di razzismo.

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Con al tecnologia esistente ed i posti numerati non dovrebbe esere difficile individuare almeno quegli individui che sorreggono i vergognosi striscioni. Se la società Juventus vuole davvero proporsi come paladina della rivoluzione del nostro povero e bistrattato mondo del calcio, in alternativa al governo attuale, dovrebbe dare l'esempio. Individuare quegli pseudotifosi e non farli entrare allo Juventus Stadium intanto fino alla prossima stagione. E al prossimo cartellino giallo, fuori per tre anni. La violenza verbale e intellettuale (se cosi si può definire anche quando proviene da cervelli bacati) deve pur avere una rilevanza ed essere punita.
Il calcio, la Juventus, non hanno bisogno di sostenitori del genere. Insomma, nella serata in cui Tevez intenerisce festeggiando il gol con il suo ormai proverbiale ciuccio da bimbo, i ciucci, i somari, gli asini che tra il pubblico hanno esposto quegli striscioni, sono ancor più intollerabili.
E se la Juventus non intende fare nulla, che sia lei stessa redarguita e multata. Basta volgere lo sguardo altrove. Servono esempi, dai giocatori e dai club, che per vigliaccheria troppo spesso tacciono, non prendono posizione e restano inerti dinanzi all'inciviltà.


martedì 24 febbraio 2015

VOLLEY Il giramondo Santilli tra i canguri: «Australia, una grande sfida»

 http://www.corrieredellosport.it/volley/2015/02/24-397914/Volley%2C+l%27Australia+ha+scelto+il+romano+Santilli

 

La sua Roma lo sta facendo patire ultimamente ma la pallavolo una volta di più gli solleva il morale calcisticamente abbattuto. Roberto Santilli, 50 anni, romano e romanista («in questo momento è meglio non parlarne...»), è il nuovo ct della nazionale australiana. E’ stato scelto da una commissione di esperti: un medico, uno statistico, un direttore generale, un esperto di volley, oltre al direttore del centro di High Performance del comitato olimpico australiano.
    Dall’altra parte del mondo, o semplicemente fuori dall’Italia, le cose funzionano così. E Santilli ha fatto colpo, stupendo con la sua conoscenza approfondita di molti giocatori australiani, che ha conosciuto, seguito e allenato nel corso della sua ormai lunga carriera in Italia e all’astero, dalla Polonia alla Russia, fino all’esperienza nello staff della Germania che ha vinto la medaglia di bronzo ai Mondiali in Polonia, lo scorso settembre, prima di andare al Bedzin.
    Santilli, che iniziò la sua carriera tecnica con la Federazione Italiana, succede all’argentino Jon Uriarte che ha condotto i “canguri” ai Mondiali e alle Olimpiadi, un traguardo difficile da raggiungere. «Soprattutto per il suo meccanismo di qualificazione - dice Roberto Santilli - ma anche se è difficile, proveremo a centrare questo obiettivo».
    Ironia della sorte il 29 maggio ad Adelaide, il suo debutto sulla panchina australiana avverrà, indovinate, proprio contro l’Italia, nella prima gara della World League. «E’ la prima cosa che ho detto a mamma, la prima partita contro l’Italia, all’inizio della mia grande avventura in Australia, non potrei pensare un esordio più eccitante»
    Polonia, Russia, nazionale tedesca: un lungo trampolino di lancio verso la panchina dell’Australia.
«In Polonia molto bene. Club organizzato, budget nella media ma sempre nelle prime 4, tante finali e una coppa vinta. Grande lavoro, grande sintonia con i polacchi. La Russia è diversa ma affascinante. Giocatori di altissimo livello. A livello di organizzazione difficile ma anche li sempre tra le prime. Ho vissuto tutto come un’opportunità per conoscere mondi nuovi, per imparare le lingue del posto dove lavoravo, e il polacco non era facile. La diversità arricchisce se sei sereno con te stesso. Finisci per scoprire ed apprezzare. Agli australiani ho detto che non avrei portato italiani con me, e loro hanno apprezzato. Noi diciamo diciamo ma poi ci dobbiamo portare sempre la casa dietro. gli amici, la lingua. Non riusciamo a farne a meno. In questo mi sento diverso».
    L’Olimpiade di Rio 2016, un grande sogno collettivo.
«Ognuno deve essere coinvolto nel sogno del volley australiano, tutti i giocatori devono viverlo. E’ una grande sfida, una delle più importanti, non vedo l’ora di iniziare a lavorare»

Dove deve migliorare la nazionale australiana?
 «Nella fase di cambio palla, dobbiamo crescere in ricezione e nel sistema d'attacco possiamo fare meglio. Non si può giocare ad alto livello se non batti forte e se non sei bravo a ricevere».

CALCIO Qatar 2022 e schiavitù, vergogna umana e sportiva

Ora sappiamo tutti, meno che chi avrebbe potuto porre rimedio annullando l'assegnazione, come è potuto accadere che i Mondiali di calcio siano stati dati al Qatar. Dopo ci si è accorti che in estate si sarebbe dovuto giocare a 50 gradi di temperatura e si stanno sconvolgendo i calendari secolari per far disputare i Mondiali in inverno. 
Ma lo scandalo sportivo non è l'unico motivo per vergognarsi di questa scelta della FIFA. La vergogna primaria è un'altra e la potete approfondire leggendo sotto la presentazione di questa petizione. Siamo nel 2015 ma certe parole hanno ancora un significato e purtroppo sono ancora utilizzabili per definire situazioni inimmaginabili. Nell'era in cui le persone vengono considerate sempre meno e solo in funzione di ciò che possono acquistare, quando perfino o i governi della vecchia Europa che un tempo passava per illuminata dalla ragione hanno sposato la causa del potere dei soldi, qualunque colore e odore abbiano, non c'è poi molto da stupirsi. La razza padrona, nelle sue molteplici e talvolta seducenti forme, non sarà mai in estinzione parola che fa rima con rivoluzione (e con informazione). Ma decide sempre chi ha potere e soldi, indissolubilmente connessi. Così le rivoluzioni non nascono o muoiono soffocate, l'informazione diventa disinformazione ed omissione.





Da AVAAZ.org  
 
Fanno turni massacranti sotto al sole del deserto, senza cibo né acqua, senza potersene andare: migliaia di lavoratori in Qatar sono gli schiavi del nostro secolo. E noi abbiamo un’occasione per liberarli.
Lo scorso anno, in uno dei mega-cantieri per i Mondiali di calcio del 2022 è morto un lavoratore ogni due giorni. Gran parte di questo progetto da 1 miliardo di dollari lo gestisce una multinazionale USA la cui direttrice vive in una tranquilla cittadina in Colorado. Se 1 milione di noi chiederà la libertà di queste persone, andremo direttamente da lei e ogni volta che uscirà di casa, ogni volta che andrà al lavoro troverà il nostro messaggio. Finché non farà qualcosa per mettere fine a questo dramma.
Questa stessa tattica, nel giro di pochi giorni, ha spinto Hilton a proteggere le donne dallo sfruttamento sessuale nei suoi hotel. Unisciti all’appello per liberare questi moderni schiavi del Qatar:

https://secure.avaaz.org/it/bloodiest_world_cup_loc/?bsslnib&v=54156

La causa di tutto è la politica del Qatar per i lavoratori stranieri. Li attira con la promessa di un buon lavoro, ma appena mettono piede nel Paese i loro nuovi capi gli sequestrano il passaporto, e cominciano i turni massacranti sotto il sole del deserto a 50 gradi. Senza alcuna possibilità di tornare a casa.
L'azienda statunitense di cui stiamo parlando è la CH2M Hill e dice che la colpa è degli appaltatori e delle leggi locali. Ma il marchio internazionale della costruzione dei Mondiali 2022 è il suo, e la sua direttrice può e deve dare l'esempio e per garantire che non ci saranno altri 7 anni di morti nei cantieri. Potrebbero persino minacciare di andarsene dal Paese fino a ché le cose non verranno cambiate.

Ha il dovere di contribuire a mettere fine a questa moderna schiavitù. Spingiamola a farlo e a coinvolgere altre aziende finché ognuna di queste persone sarà di nuovo libera. Clicca qui sotto per unirti all’appello: appena raggiunto il milione di firme lo consegneremo direttamente all’amministratrice delegata di CH2M Hill, Jacqueline Hinman e non ce ne andremo finché non ci ascolterà:

https://secure.avaaz.org/it/bloodiest_world_cup_loc/?bsslnib&v=54156

Una mobilitazione globale fatta nel momento giusto può salvare migliaia di vite. Hilton non stava facendo abbastanza per proteggere le donne e le ragazze sfruttate sessualmente nei suoi alberghi, così abbiamo portato la protesta direttamente a casa dell’amministratore delegato. La loro politica cambiò nel giro di pochi giorni. Possiamo farcela di nuovo.
Con speranza,

Emma, Nell, Mais, Ricken, Alice e tutto il team di Avaaz

MAGGIORI INFORMAZIONI

Mondiale di calcio Qatar 2022: si scrive mondiale, si legge schiavitù (International Business Times)
http://it.ibtimes.com/articles/67347/20140615/mondiale-calcio-qatar-2022-diritti-lavoratori.htm

Qatar: 1.200 operai morti nei cantieri Mondiali 2022 (Globalist)
http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=66987&typeb=0

Qatar, le promesse non mantenute del governo sui diritti dei lavoratori immigrati trattati da schiavi (Repubblica)
http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/11/18/news/qatar-100840779/

Calcio, Strasburgo: “Viziata decisione su coppa del mondo a Qatar” (Ansa)
http://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2015/01/27/calcio-strasburgo-viziata-decisione-su-coppa...

In altre lingue:
Qatar 2022 supera ogni record di morti per la costruzione di eventi sportivi (Noticia - in spagnolo)
http://www.elconfidencial.com/deportes/futbol/mundial/2014-06-28/qatar-2022-rompe-los-registros-de-m...
Costrendo dei Mondiali migliori (Human Rights Watch - in inglese)
http://www.hrw.org/sites/default/files/reports/qatar0612webwcover_0.pdf

Progetto USA in Qatar: muore quasi un operaio al giorno (Bloomberg, in inglese)
http://www.bloomberg.com/bw/articles/2013-09-26/at-a-qatar-project-overseen-by-americans-workers-die-almost-daily

Rivelato il numero di morti tra i lavoratori del Mondiale 2022 (The Guardian, in inglese)
http://www.theguardian.com/world/2014/dec/23/qatar-nepal-workers-world-cup-2022-death-toll-doha

lunedì 23 febbraio 2015

CINEMA Oscar 2015: tutti i vincitori


 

 

http://www.ibtimes.co.uk/oscars-2015-birdman-grand-budapest-hotel-lead-nine-nominations-1483588 

Candidature e vincitori


Miglior film

Miglior regia

Miglior attore protagonista

Miglior attrice protagonista

Miglior attore non protagonista

Migliore attrice non protagonista

Migliore sceneggiatura originale

Migliore sceneggiatura non originale

Miglior film straniero

Miglior film d'animazione

Migliore fotografia

Miglior scenografia

Miglior montaggio

Migliore colonna sonora

Migliore canzone

Migliori effetti speciali

Miglior sonoro

 Miglior montaggio sonoro.

Migliori costumi

Miglior trucco e acconciatura

Miglior documentario

Miglior cortometraggio documentario

Miglior cortometraggio

Miglior cortometraggio d'animazione

Statistiche vittorie/candidature

Premi vinti/candidature:

Premi speciali

Oscar onorario

Premio umanitario Jean Hersholt

CINEMA Birdman

BIRDMAN - Regia: Alejandro Iñárritu. Interpreti: Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts, Zach Galifianakis

* visto in edizione originale inglese, con sottotitoli in italiano

Da Amores perros a Babel, da 21 grammi a Biutiful, Inarritu non ha mai fatto film banali, unendo la sua cinematografia con un comune denominatore: l'introspezione, il viaggio nei tormenti del vivere e dell'animo umano. Il confronto con se stessi e con gli altri, la difficoltà di relazionarsi e di essere compresi, specialmente quando accade qualcosa che spariglia le carte in tavola, che mette in discussione e sconvolge l'esistente.
Birdman è un altro meraviglioso pezzo unico della sua collezione. Si parte da una crisi che apre ad un cambiamento, un attore da blockbuster precipitato in una deriva esistenziale, affettiva, economica, che tenta la sterzata e la riconquista non solo del successo ma anche di se stesso, attraverso la purificazione del teatro. Dal supereroe Birdman, il suo alter ego che diventa allucinazione ingombrante ed ossessiva, oltre che ossessionante. Il punto di non ritorno, il confine con la follia, alla ricerca di un diverso colto, umano. Dagli effetti speciali del cinema agli affetti speciali di uomini e donne, amiche, mogli, figlie.
La commedia tratta da What We Talk About When We Talk About Love (di cosa parliamo quando parliamo d'amore), di Raymond Carver è una grande sfida, l'ultima ciambella di salvataggio per un'esistenza alla deriva, sull'orlo del precipizio.
 Birdman è il racconto di questo viaggio, con tutte le sue difficoltà tra attori capricciosi, figlie e mogli insoddisfatte, perdute ma non completamente, sempre ancora presenti e vicine, l'amico produttore, la velenosa critica teatrale. 
Si racconta il teatro con le sue dinamiche, le sue isterie, i suoi sogni, la sua magia. E si mette in discussione tutto: la contrapposizione tra cinema e palcoscenico, il potere di una critica che innalza e abbatte idoli spesso pretestuosamente, il ruolo stesso di una critica che oggi forse non ha più ragione di esistere (vale soprattutto per il cinema) se rinuncia al ruolo di guida per lo spettatore, sfogando piuttosto frustrazioni con una scrittura rancorosa e una superiorità che allontana. 
Birdman è una jam session teatrale, con la camera che insegue i personaggi, percorre corridoi, cambia direzione e trasmette i sobbalzi e i tormenti del protagonista, un fantastico Michael Keaton, amplificandone il dramma interiore con una batteria che costituisce la colonna sonora quasi esclusiva e palpitante di tutto il film. Una colonna sonora (Antonio Sanchez) presente: si vede il batterista che nel teatro produce il suo drumming incalzante, a tratti angosciante. 
L'incrocio tra finzione e realtà: l'attore rampante che non sa essere se stesso se non in palcoscenico, il vero che diventa falso, il falso che può essere tragicamente reale. Parrucchini tolti con sollievo, l'anima che si mette a nudo cercando di ritrovarsi, perchè forse ognuno può essere realmente se stesso solo passando attraverso il riconoscimento degli altri. E non si tratta solo del capriccio di una star del cinema dimenticata, condannata ad essere identificata con un supereroe hollywoodiano.
Un film diverso, una lunga e coinvolgente emozione da condividere con attori che danno il meglio, a cominciare da Michael Keaton, che fu un Batman fin troppo statico e che qui si rivela e conferma invece protagonista di notevole spessore. 
E poi quel finale...

giovedì 19 febbraio 2015

ATLETICA Calcaterra, nato per correre: due Maratone in sei ore a Roma

http://www.corrieredellosport.it/altri_sport/atletica/2015/02/19-397283/Maratona+di+Roma%2C+la+%22pazza%22+idea+di+Calcaterra




Non lo fa per entrare nel Guinness dei primati ma è facile che ci finisca ugualmente: Giorgio Calcaterra, 43 anni, romano trasteverino, il prossimo 22 marzo correrà due maratone consecutive nella sua Roma. Sì, avete capito bene: due maratone nello stesso giorno, una di seguito all’altra.
    Sarà al via insieme con gli altri top runners, e una volta conclusa la sua fatica, messa al collo la medaglia, magari rilasciata qualche dichiarazione, cambierà la maglietta sudata e ripartirà all’inseguimento degli ultimi, scortato dal “cordone” di biciclette predisposto dall’organizzatore Enrico Castrucci. 
«Il messaggio che vorrei dare - spiega il campione capitolino che per un anno ha temporaneamento sospeso la sua attività di tassista - è che tutti possono correre la maratona. La corsa è il più bel gioco, rende le persone migliori. Spero di concludere la mia maratona ufficiale tra i primi venti o trenta, tra le 2 ore e mezza e le 2 ore e 40 e poi se tutto va bene di dar corpo a questo progetto. Molto preparato ma anche un po’improvvisato, dipenderà da come starò, dalle situazioni di corsa. Vorrei raggiungere gli ultimi maratoneti e concludere insieme con loro la Maratona di Roma»
  

  Anche per uno specialista delle ultramaratone come lui non sarà comunque una passeggiata percorrere in questo modo gli 84 chilometri del doppio menù: «Nelle 100 chilometri sono abituato a partire piano, stavolta invece dovrò cambiare tattica perchè la prima maratona la farò normalmente. Sento che tanti criticano chi corre andando piano, dicono che non è corsa quella. Io non sono d’accordo invece. E con questa mia idea voglio dimostrarlo praticamente. Se io riesco a correre due maratone consecutive vuol dire che chiunque, munito di certificato medico, può completarne una»
    Il tutto sventolando idealmente la bandiera antidoping, che ha trovato Calcaterra e la Maratona di Roma sulle identiche posizioni, specie dopo l’esplosione dello scandalo dei maratoneti del Kenya.
    «Sarà banale ma il mio doping è la passione - dice Calcaterra - Per definizione uno sportivo dovrebbe essere leale, invece si lascia troppo correre. Per me doparsi è reato, si dovrebbe andare in prigione. Così si rovina la storia, oltre che la salute. Vengono dubbi su tutti: pensate ad Armstrong nel ciclismo: pensavano che se uno non era trovato positivo era pulito, invece...»
    «Il progetto di Calcaterra - aggiunge Castrucci - la sua trasparenza e il suo calore, hanno una valenza anche culturale: il più grande campione romano del podismo sta insieme al mondo della base. Ecco perchè è un mito. Lui è un alfiere della lotta al doping, la Maratona di Roma è in prima fila nella battaglia contro il doping. Aiutarlo a completare la seconda maratona, con le strade riaperte e nel traffico tornato normale, sarà la testimonianza delle nostre capacità organizzative»
La storia di Calcaterra podista ha un curioso intreccio con la Maratona romana. Nel 1982, quando si corse per la prima volta nella Capitale, Giorgio aveva 10 anni e partecipò alla non competitiva, che allora era sulla distanza di 11 km: «Fu quel giorno che mi innamorai della corsa. Mio padre mi vide felice e contento, quando uscivo dalla piscina o dal campo di calcio non era così. Mi dissero che a 18 anni correre tanti chilometri faceva male, e io per puntiglio appena maggiorenne feci la prima maratona della mia vita, era il 1990. Arrivai stanchissimo, andai in macchina per cambiarmi perchè volevo andare incontro a mio padre che stava finendo la sua corsa... Però mi addormentai di colpo. A risvegliarmi il bussare di mio padre sul finestrino dell’auto…»

La Maratona di Roma ha saputo conquistarsi uno status di tutto rispetto nel corso degli anni. «Quando iniziammo - ricorda il presidente del comitato organizzatore, Enrico Castrucci - avevamo contro la maggioranza dei cittadini romani, ora la città vede la Maratona come il fiore all’occhiello di Roma. Ciò è stato possibile con il coinvolgimento di tutte le fasce di cittadini. E’ diventato un evento che travalica il significato sportivo ed ha una valenza onnicomprensiva»
    Roma Capitale si è mossa con tempi che hanno consentito di avere l’approvazione per il percorso a tempo di record, due mesi e mezzo prima della gara. «Anche in una condizione economica difficile - ha sottolineato Castrucci - Roma Capitale ci ha permesso di programmare ad esempio questo progetto di Calcaterra ed avremo la possibilità di passare in via della Conciliazione anche quest’anno». Gli studi economici di settore dicono che la Maratona porta un indotto di 30 milioni di euro, promuoverla è diventata insomma una forma di investimento.


martedì 17 febbraio 2015

CALCIO "Qualcuno corre troppo. Il lato oscuro del calcio". Un libro imperdibile

 http://www.corrieredellosport.it/calcio/2015/02/17-396902/%22Qualcuno+corre+troppo%22%2C+il+libro+sul+lato+oscuro+del+calcio




“Qualcuno corre troppo. Il lato oscuro del calcio”. Il libro scritto da Lamberto Gherpelli (edizioni Gruppo Abele, 20 euro) non è destinato a sucitare polemiche ma riflessioni, nella consapevolezza che forse è anche già troppo tardi. Un libro (con la prefazione lucida e consapevole di Damiano Tommasi, presidente dell’AIC)  scritto per il calcio e non contro il calcio, per stimolare la presa di coscienza soprattutto di calciatori (i primi a pagare sulla propria pelle l’overdose di farmaci utili sul momento ma dannosi e in troppi casi letali a lungo andare).
L’uso e l’abuso di farmaci nel calcio ha radici lontane. I primi controlli si iniziarono a fare negli anni ’60 e allora la necessità di fotografare un fenomeno che si intuiva crescente, indusse la Lega Calcio ad un’iniziativa editoriale, il libro “Doping e calcio professionistico” scritto dal professor Gerardo Ottani, ex calciatore del Bologna, poi divenuto medico sociale del club rossoblu e Primario dell’Ospedale Maggiore. Un’inchiesta medica aveva rivelato che alla fine degli anni ’50 il 22% dei calciatori professsionisti italiani usava anfetamine, il 51% glucosio e simili, il 55%  stimolanti del sistema nervoso (analettici), il 68% ormoni e l’84% stimolanti sulla muscolatura (dinamogeni).
Gherpelli ha definito il suo libro “un viaggio all’interno di una memoria talvolta dimenticata, ci sono numeri, date, un elenco di morti premature, contenuti ricavati da atti processuali. E’ un libro di memoria, con testimonianze dirette soprattutto riferite agli anni ’60. Nasce dal mio amore per il calcio e strada facendo ho trovato anche atteggiamenti omertosi. Nella mia esperienza di calciatore ho vissuto in prima persona certe problematiche Con i medici a volte il rapporto è difficile, si parla a volte di sostanze pesanti. Il calcio può essere meno compromesso di altri sport e in Italia ci sono molti più controlli rispetto ad altre nazioni. Dal 2004 il controllo avrebbe dovuto essere su sangue e urine insieme, ma un esame del sangue costa 400 euro, dell’urine 50. Così si fanno esami delle urine e solo se risultano sospetti poi si va sul sangue. Il fenomeno degli ormoni risale addirittura agli anni’30, iniziarono Wolverhampton e Southampton. Anti infiammatori, stimolanti…La realtà è che il nesso causa-effetto tra doping e le malattie, non è messo fuori discussione”.

“Qualcuno corre troppo” affronta temi dai risvolti drammatici con approfondimento sulla Sla e sull’inchiesta della Procura di Torino, con la pubblicazione di uno studio italiano del 2000, commissionato dal pm Guariniello, che certifica percentuali di insorgenza di alcune patologie tra giocatori, ex e in attività. Leucemia e cancro al fegato-pancreas le più comuni, oltre alla Sla. I decessi per leucemia linfoide sono stati 35 volte più numerosi rispetto al resto della popolazione, 8 volte superiori per il tumore epatico, 24 volte il riferimento alla Sla (tra il 2004 e il 2008 51 casi su 30.000 calciatori). Gherpelli propone le testimonianze di Gabriella Beatrice e Adriana Petrini, vedove dei calciatori, e si propone di creare una consapevolezza, sia tra i giocatori che negli appassionati e tifosi, estendendo il richiamo ad un cambiamento culturale di approccio, anche nella vita di tutti i giorni, all’abuso di farmaci. Non c’è un approccio scandalistico, traspare l’intento primario di fare chiarezza, di rilettura di episodi poco o per nulla noti al grande pubblico. Ci sono nomi, squadre, campioni, eventi, situazioni di oltre cinquant’anni di calcio che meritano la curiosità e l’approfondimento del lettore e degli stessi calciatori, per varie ragioni, anche comprensibili, incapaci di sottrarsi a quelle che ormai sono diventate consuetudini. Dagli effetti devastanti, solo in futuro riscontrabili.