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domenica 28 giugno 2015

CINEMA Youth - La giovinezza

YOUTH - La giovinezza . Regia: Paolo Sorrentino. Interpreti: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda

La nuova dimensione raggiunta da Sorrentino dopo "La grande bellezza" ha penalizzato il pubblico italiano, costretto a vedere Youth in edizione non originale ma doppiata. Risibile la motivazione: finchè non esce negli Usa, per evitare (sic...) la pirateria, non circolerà in sala l'edizione originle. Doppio delitto, perchè i protagonisti, da Michael Caine a Harvey Keitel, sono la forza di un film particolare e intrigante. Le scene pensate e girate da Sorrentino sono dei quadri, opere compiute, tessere di un puzzle collocate per esprimersi autonomamente, al di là del tutto. All'interno della storia, ci sono frammenti che viaggiano tra passato e presente, brandelli di conversazioni filosofeggianti, che offrono spunti universali. Le immagini, le parole, i volti, le acconciature, le chiacchiere durante le passeggiate, i personaggi che frequentano quest'Hotel di lusso tra le montagne svizzere. Figure di un teatrino sospeso tra realtà e filosofia, con il tempo che rallenta il suo scorrere, volgendo lo sguardo e permeando le riflessioni di nostalgia. Molti i concetti che arrivano al cuore (e gli articoli, i titoli, dei giornali nelle settimane successive all'uscita hanno già decretato l'attualità e il successo di Youth, riproponendone e citandone contenuti, interrogativi, risposte) fissandosi inesorabilmente nella memoria. Un film  sulla... grande vecchiezza che suscita tenerezza ed ammalia. Per definire straordinarie, come meritano, le interpretazioni di Caine e Keitel, attendo di vedere la versione originale in dvd.

venerdì 19 giugno 2015

VOLLEY Zaytsev allo Stadio del Tennis: dalle tribune al campo

 http://www.corrieredellosport.it/news/volley/2015/06/19-1812274/volley_roma_riabbraccia_zaytsev_al_foro_italico/

Ivan Zaytsev non è ancora al meglio, ma se ci sarà bisogno di lui contro il Brasile, stasera (ore 20) allo Stadio del tennis andrà in campo, per la gioia del pubblico di Roma che l’ha sempre considerato una stella, fin da quando giocava palleggiatore nella M.Roma. che poi l’avrebbe poi trasformato in attaccante, opposto o schiacciatore che sia.
A che punto è il suo recupero? I suoi problemi fisici le hanno pregiudicato la stagione con la Dinamo Mosca.
«Mi sono infortunato alla caviglia in Nazionale durante il Mondiale e quando poi sono stato in Russia il recupero è stato affrettato. Ora sto migliorando, ma ancora non sono al meglio. Dipende dalle giornate: alcune volte il dolore è praticamente scomparso, altre invece dà ancora fastidio»
La Nazionale in questo primo scorcio di World League ha mostrato problematiche varie, che l’hanno ad esempio portata a perdere contro una squadra nettamente almeno in teoria più modesta di lei come l’Australia. Che spiegazione si è dato? In questo momento i problemi sono più tecnici o emotivo/mentali?
«La squadra è molto cambiata, non abbiamo ancora un sistema di gioco consolidato, lo dobbiamo ancora provare prima di trovare i giusti automatismi. Senza di questi non sempre si riesce a risolvere le difficoltà che si incontrano in una partita».
Opposto, schiacciatore. Sul suo utilizzo in azzurro si parla sempre, anche in relazione al ruolo. Fino  che punto soffre questo spostamento dal suo ormai abituale ruolo di club (cambiamento che molti campioni erano soliti fare per esigenze di squadra, non solo nell’Italia)? 
«Quando ti abitui a giocare in un ruolo, acquisisci certi automatismi. Quando cambi, anche se ritorni a fare ciò che hai fatto in passato, devi ritrovarli. Il cambiamento ti porta a fare un qualcosa di cui non sei sicuro, non è facile, ci vuole tempo».
L’anno scorso al Foro fu una notte indimenticabile: il pienone l’entusiasmo, la vittoria sui polacchi e lei che parla con il microfono al pubblico. Ora con il Brasile sembra difficile ripetere quel risultato e quell’atmosfera.  
«Devo essere sincero le emozioni e le sensazioni di quella sera, dentro il centrale, circondato dalla nostra gente, sotto le stelle di Roma sono state uniche, mai provate prima. L’evento è stato bellissimo, forse il più bello di cui sono stato protagonista. Una cosa davvero particolare che avrebbe meritato di avere un maggior risalto. Stasera lo replichiamo contro il Brasile. Sembra che il Foro Italico sarà stracolmo, sono certo che sarà altrettanto bello»”.
Il Foro Italico che l’ha vista in campo, ma anche spesso spettatore del tennis. Per chi tifa?
«Mia moglie Ashling adora Federer, un campione che è bello da vedere per come gioca».
Ritorna a giocare a Roma e lo fa per la prima volta da papà. L’arrivo di Alexander l’ha cambiato?
«Quando ti nasce un figlio, capisci molte cose della vita, comprendi il valore dei sacrifici che ogni genitore fa»
Nonostante le sue origini russe pare non si sia ambientato troppo a Mosca. Come mai? C’è qualcosa che può dire per far capire quali sono le maggiori differenze (a parte il clima) tra il vivere nel cuore di Roma e a Mosca?
«Avevo già vissuto in Russia, avevo anche frequentato per quattro anni la scuola. Mi sono trovato così, così. Si lavora di più, ci sono trasferte più lunghe, si ha meno tempo a disposizione. Sicuramente mi è pesato molto il fatto che ero divenuto padre e che ho dovuto vivere lontano dal “piccolo” e dalla moglie». 

Per le foto ringrazio Fiorenzo Galbiati, Marika Torcivia e Carlo Giuliani

MUSICA & SPORT L'omaggio di James Taylor al baseball e ai Boston Red Sox


https://www.youtube.com/watch?v=3K1qZi6Z0e4&index=2&list=RDTfwf14gIsNk

E' appena uscito il nuovo album di James Taylor, Before this world, a tredici anni da October road che era stato il suo ultimo lavoro di brani inediti, seguito poi da un paio di cd di cover, un album di brani natalizi, il live con Carole King dal Troubador e il lavoro dal vivo One man band.
In Before this world c'è una canzone dedicata al baseball, o meglio ai Red Sox di Boston. Il brano si intitola gli Angeli di Fenway, Angels of Fenway, ed è un inno alla squadra di baseball di Boston, che  rimase per la bellezza di 86 anni senza vincere le World Series. Sortilegio che si infranse nel 2004. E proprio rivivendo la sua esperienza di tifoso, James Taylor ha deciso di comporre la sua ode alla squadra. Ha confessato di aver impiegato un'eternità a scriverne il testo, dieci anni addirittura, ma alla fine il brano è andato in porto e fa parte del nuovo cd. 
As Taylor explained in a press box interview conducted alongside the song’s debut, which took place at Boston’s Fenway Park prior to the Sox’s game against the New York Yankees yesterday, he was inspired to write “Angels of Fenway” after the team won the World Series in 2004, snapping an 86-year title drought.
Joyous as that occasion may have been for Taylor, the song didn’t come together quickly; in fact, he admits that it took him a decade to finish the lyrics, and he was only able to complete the verses after deciding to “sequester” himself on a series of week-long retreats. As he puts it, “It took me a long time to get back into the saddle of writing lyrics again.”
“Angels of Fenway” will doubtless come as a soothing dose of Taylor cheer for Red Sox fans, but as Deadspin notes, those painstakingly compiled lyrics present a rather inaccurate picture of the team’s rivalry with the Yankees, including a line about how the “Damn Yankees … outspending everybody two-to-one” that neglects to mention the Sox outspent everyone but the Yankees.
Quibbles aside, “Angels of Fenway” is very much a James Taylor song, which augurs well for fans who’ve been patiently waiting more than a dozen years for an album of new material. Check out Before This World‘s first single, “Today Today Today,” below.


Read More: James Taylor Debuts New Red Sox-Inspired Song, 'Angels of Fenway' | http://ultimateclassicrock.com/james-taylor-angels-of-fenway/?trackback=tsmclip
 


“Nel 2004 quella stagione miracolosa fu una cosa davvero incredibile. So cosa ha significato per i tifosi dei Red Sox, per la città di Boston e per tutto il New England. Mi colpì profondamente e mi sono reso conto che avevo voglia di scriverne", ha raccontato James Taylor. Il pezzo è anche un video, che ripropone alcuni tra i momenti storici della squadra, incluso il calzettone insaguinato di Curt Schilling. Il 6 agosto James Taylor terrà un concerto, con Bonnie Ratt, proprio al Fenway Park.


All'incredibile successo nelle World Serie del 2004 è dedicato anche il film dei fratelli Farrelly, Fever pitch (Amore in gioco), partito come remake (molto liberamente ispirato in realtà) del film Febbre a 90°, tratto dal romanzo di Nick Nornby tifoso dell'Arsenal. Il finale del film, che ha avuto lo stesso scrittore inglese come sceneggiatore e che aveva tra gli interpreti Drew Barrymore (anche produttrice) e Jimmy Fallom, è stato girato il 27 ottobre del 2004 allo stadio di St.Louis, alla fine della partita delle finali di World Series tra i St.Louis Cardinal e i Boston Red Sox  La rimonta dei Red Sox nella finale di American League fu assolutamente inaspettata e indusse gli sceneggiatori a cambiare il finale del film, che divenne una celebrazione in tempo reale di un risultato sportivo sorprendente 

La maledizione del Bambino

La Maledizione di Bambino («The Curse of the Bambino» in lingua inglese) fu una superstizione addotta come motivazione per il fallimento della squadra di baseball dei Boston Red Sox, che non vinse la World Series per un periodo di 86 anni e cioè dal 1918 fino al 2004. Alcuni tifosi presero seriamente la "maledizione", ma i più ne parlarono in modo ironico.
La superstizione nacque quando la squadra dei Red Sox vendette Babe Ruth (chiamato appunto "il Bambino", in italiano) ai New York Yankees. Prima di questo quella dei Red Sox era stata una squadra che aveva collezionato varie vittorie tra le quali il primo campionato annuale del baseball professionista nel 1903 (World Series) e cinque titoli mondiali. Dopo la cessione del campione la squadra non vinse un titolo per decenni mentre quella dei New York Yankees divenne una delle più forti e vincenti degli USA. Questa maledizione divenne, quindi, il punto focale della storica rivalità fra gli Yankees e i Red Sox negli anni a venire.
La maledizione si alimentò di anno in anno fino al 2004, quando i Red Sox riuscirono a rimontare da uno svantaggio di 3 partite nelle American League Championship Series del 2004 proprio contro gli Yankees, per poi andare a vincere le World Series contro i St. Louis Cardinals.

https://it.wikipedia.org/wiki/Maledizione_del_Bambino 


IL TESTO di James Taylor

Angels Of Fenway 

86 summers gone by
Bambino put a hex on the Bean
We were living on a tear and a sigh
In the shadow of the Bronx machine

Man, you could feel it smoulder
The whole town had an attitude
Then you'd get a little chip on your shoulder
Say something that's downright rude

Oh, damn them Yankees
Outspending everybody two to one
Picking up on the cream of the crop
Stealing everyone's favorite son

Angels of Fenway
Hear our prayer
We have been chastened
We have been patient

Grandmama was a Fenway fan
Even after Grandad died
I still remember her holding my hand
Taking me along for the ride

She was born in 1918
Last year that the Red Sox won
Back then when they sold the Babe
Something that they never should've ever have done

Hey Nanna can I have another Coke?
Here comes the hot dog man
Look at that, his bat just broke
Gee, that's got to kill his hand

Riding home on the Green Line
Watching the town go by
Nanna made another Red Sox fan
'Til the day I die

That was back in '65
It doesn't seem like a long time ago
Grandmama keeping hope alive
Watched them win in '004

Oh my God, it was beyond belief
Down three, needing four in a row
Holding on by the skin of our teeth
Like a hungry dog on a bone

Angels of Fenway
Give them peace
They have been patient
Red Sox Nation


The whole world held its breath
People got down on their knees
Ready for the sudden death
Praying to heaven for hell to freeze

Nanna watched from her hospital bed
She was there 'til the end of the race
I couldn't hear the last words she said
But she was lying there with a smile on her face
Just a little smile on her face

It doesn't feel like a long time ago...

La discografia di James Taylor

Studio

Live

Raccolte

James Taylor continues the slow buildup to the June 16 release of his new Before This World LP with the debut of the album track “Angels of Fenway.”
As Taylor explained in a press box interview conducted alongside the song’s debut, which took place at Boston’s Fenway Park prior to the Sox’s game against the New York Yankees yesterday, he was inspired to write “Angels of Fenway” after the team won the World Series in 2004, snapping an 86-year title drought.
Joyous as that occasion may have been for Taylor, the song didn’t come together quickly; in fact, he admits that it took him a decade to finish the lyrics, and he was only able to complete the verses after deciding to “sequester” himself on a series of week-long retreats. As he puts it, “It took me a long time to get back into the saddle of writing lyrics again.”
“Angels of Fenway” will doubtless come as a soothing dose of Taylor cheer for Red Sox fans, but as Deadspin notes, those painstakingly compiled lyrics present a rather inaccurate picture of the team’s rivalry with the Yankees, including a line about how the “Damn Yankees … outspending everybody two-to-one” that neglects to mention the Sox outspent everyone but the Yankees.
Quibbles aside, “Angels of Fenway” is very much a James Taylor song, which augurs well for fans who’ve been patiently waiting more than a dozen years for an album of new material. Check out Before This World‘s first single, “Today Today Today,” below.


Read More: James Taylor Debuts New Red Sox-Inspired Song, 'Angels of Fenway' | http://ultimateclassicrock.com/james-taylor-angels-of-fenway/?trackback=tsmclip

giovedì 18 giugno 2015

ATLETICA Mai così male Usain Bolt: rimonterà in tempo per i Mondiali?


 http://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/atletica/2015/06/18-1779086/atletica_la_falsa_partenza_di_bolt_mai_cosi_lento/

 La sofferta volata di New York, sabato scorso, ha mostrato un’immagine di Usain Bolt lontanissima da quella che il mondo ha imparato a conoscere sette anni fa, all’Olimpiade di Pechino 2008. Il primatista mondiale dei 100 e dei 200 metri non sembra più lui.
    Vedere il cronometro fermarsi sul 20”29, osservare Usain sforzarsi per evitare di farsi precedere da Zharnel Hughes, 19enne sprinter di Anguilla che ha chiuso in 20”32, ha lasciato sbigottiti. Ma quando mai Usain a questo punto della stagione è stato così lento? Beh, mai, appunto. Almeno da quando è diventato il re dello sprint.
    E’ vero che nel caldo pomeriggio newyorchese ha corso contro un vento che viaggiava a quasi tre metri al secondo (2,8 per la precisione), ma ciò non basta a rendere normale un tempo e una prestazione per lui decisamente anomali. Corsia 5, maglietta gialla, il gesto che l’ha reso famoso ripetuto a beneficio della telecamera che lo inquadrava. Ma il film di quel 200 non ha seguito il copione dei giorni migliori. Anzi, è rimasto in linea con quanto mostrato dal giamaicano in questo primo scorcio di stagione.
   

Così che il 20”13 ottenuto a Ostrava, in una serata fredda e con la pista bagnata dall’abbondante pioggia, resta alla fine il suo miglior tempo stagionale sul mezzo giro di pista, che non l’ha ancora visto scendere sotto i 20 secondi (aveva esordito a Kingston in 20”20 l’11 aprile).
    Nell’infografico a fianco, sono riassunti i tempi realizzati da Bolt alla data di metà giugno nelle ultime nove stagioni. Riscontri che magari non saranno oro colato ma che indubbiamente fotografano il momento più difficile del re dello sprint, almeno da Pechino 2008 in poi.
    Non era mai successo che Bolt non riuscisse a correre un 200 in meno di 20 secondi. A volte ha tardato l’esordio sulla distanza ma quando li ha corsi anche in fase iniziale di stagione, era sempre andato forte. A parte l’anno scorso, un 2014 che praticamente ha quasi saltato interamente e che alla data di metà giugno non l’aveva ancora visto debuttare, il punto di riferimento più vicino diventa allora il 2013. 
    Bolt aveva nello score il 9”95 con cui vinse al Golden Gala e il 19”79 siglato nel mitico stadio Bislett di Oslo. Il confronto basta e avanza per far scattare un serio allarme: cosa è successo a Bolt? Usain sta andando piano proprio quando il suo grande rivale statunitense, Justin Gatlin, sta vivendo una specie di seconda giovinezza, in barba ai 33 anni ed ai quattro anni di stop per doping. Gatlin è stato lo sprint più veloce di quest’anno, ma lo era stato anche nel 2014. E se a livello di record e di vittorie, fino a poche settimane fa sembrava sempre Gatlin l’inseguitore, adesso le parti sembrano invertite.
    A poco più di due mesi dai Mondiali di Pechino, Gatlin è una sicurezza, Bolt una grande ingognita. Basteranno sessanta giorni di lavoro per colmare un gap che al momento sembra davvero consistente, forse irrecuperabile? Sul fatto che Justin si presenti in Cina al meglio ci sono pochi dubbi. Ma il suo rivale numero uno sarà ancora Bolt o l’altro statunitense Tyson Gay? Il giamaicano Asafa Powell crescerà abbastanza da insidiare il trono degli americani e di Usain?
    Bolt da parte sua ha abituato a dare il meglio nelle manifestazioni più importanti: lo ricordano le sei medaglie d’oro olimpiche e gli otto titoli mondiali. Ma quello era un Bolt diverso da questo balbettante del 2015. Pechino rappresenta una tappa sentimentalmente particolare per Bolt, che lì iniziò la sua favola. Ma nel caso il giamaicano dovesse rendersi conto di non aver risolto i problemi che lo frenano, non stupirebbe vederlo rinunciare in extremis ai Mondiali, per puntare tutto sull’Olimpiade di Rio 2016 nella quale sogna la terza accoppiata olimpica, a cui ha sempre dichiarato di puntare.


Usain a metà giugno, anno per anno

2015   100 10.12 Rio de Janeiro 19 aprile
           200  20.13  Ostrava 26 maggio

2014    100  non aveva ancora corso (poi il 23 agosto a Varsavia 9.98)
          200   non ha corso

2013   100   9.95 Roma 6 giugno
           200  19.79  Oslo 13 giugno

2012   100 9.76 Roma 31 maggio
           200  non aveva corso

2011   100  9.91  Roma 26 maggio
          200   19.86  Oslo  9 giugno

2010    100  9.86  Daegu  19 maggio
            200  19.56  Kingston  1 maggio



2009  100  10.00 Toronto  11 giugno
         200   non aveva corso (poi il 28 giugno a Kingston 20.25)

2008  100  9.72  New York  31 maggio
          200   19.83  Ostrava  12 giugno

2007  100 non aveva corso (poi il 18 luglio a Rethymno 10.03)
   200   19.89  New York 2 giugno

Le graduatorie del 2015 nello sprint
200
19.68 +0.9   Gatlin (Usa)  Eugene 30-5
19.99  +0.6  Dukes (Usa)  Starkville 16-5
20.02  +1,5  Webb  (Usa) Norwalk   6-6
20.03  -0.1   De Grasse (Can)  Los Angeles 16-5
20.03 +2.0 Bromell    (Usa) Eugene 10-6
20.04 +0.9 Jobodwana (Saf) Eugene  30-5
20.09  +0.8 Tsakonas (Gre)  Roma 4-6
20.12  +1.5 McClaine (Usa) Norwalk  6-6
20.13 +0.6 Bolt (Jam)  Ostrava  26-5
20.14 +1.9 Nkanata (Ken) Clermont 18-4
20.14 +1.0 Takase (Jpn) Kumagaya 17–5
20.14 +2.0 Hester (Usa)  Eugene 10-6

100
9.74 +0,9 Gatlin (Usa) Doha 15-5
9.84  +1.8 Powell (Jam) Kingston  9-5
9.88 +1.5  Gay (Usa) Eugene 30-5
9.90  +1.5 Rodgers (Usa) Eugene 30-5
9.90 +1.7 Bromell (Usa) Eugene 10-6
9.91  +1.8 Ogunode (Qat) Wuhan 4.6
9.93 +1.8 Bailey (Usa) Kingston 9-5
9.93 +1.7 Vaughn (Usa) Mobile 10-5
9.93 +2.0 Bracy (Usa) Birmingham 7-6
9.97  +0.6 De Grasse (Saf) Los Angeles  17-5
9.97  +2.0  Gemili (Gbr) Birmingham  7-6
……….
10.12   -1.3 Bolt (Jam) Rio de Janeiro 19-4
48ª prestazione, 96° tempo

venerdì 12 giugno 2015

VOLLEY Santilli alla scoperta della terra dei canguri

Aspettando il doppio confronto con il Brasile previsto la prossima settimana a Roma e Firenze, al Foro Italico (all’aperto) e al Nelson Mandela Forum, la Nazionale di Berruto affronta di nuovo l’Australia, contro la quale debuttò a fine maggio. Stasera a Jesolo e domenica a Verona, gli azzurri dovranno dimostrare di essere in crescita e soprattutto di riuscire a giocare con maggior continuità, rispetto a quanto mostrato nella doppia sfida con Serbia.
Avversaria in Veneto la giovanissima squadra australiana, che da quattro partite è guidata in panchina dal tecnico romano Roberto Santilli, uno degli allenatori che ad un certo punto della sua carriera, ha saputo fare scelte scomode, andando a vivere esperienze all’estero, nel campionato polacco ed in quello russo. 
Ora che è andato a lavorare all’altro capo del mondo, ha modo di scoprire realtà molto diverse da quella pallavolistica italiana e di raccontare un ambiente mosso da logiche differenti rispetto a quelle che siamo abituati a conoscere nella nostra realtà pallavolistica italiana.
Dopo l’allenamento pomeridiano e la vana caccia ad una libreria, due chiacchiere sul suo nuovo mondo australiano. 
«La prima riflessione che mi viene in mente - dice Roberto - è che l’Australia è un mondo molto interessante sotto vari punti di vista. Anche a livello culturale, è diverso il modo in cui si affrontano i problemi, lo stile di vita. E questo rende gli australiani liberi e indipendenti, non sono soggetti come noi a tante infrastrutture, diciamo così, hanno meno gabbie e un senso di libertà più diffuso. rende liberi e indipendenti, su infrastrutture, meno gabbie senso di libertà più diffuso»
Un esempio pratico è riscontrabile anche nella stasse faderazione australiana di volley.
«Se ne fregano degli status, da noi molti lavorano come volontari. E facile trovare l’amministratore delegato che raccoglie palloni, vedere il vicepresidente che smonta il campo e lo trasporta da una sede all’altra. Ci sono aspetti positivi e negativi, certo. Si vive di passioni ma naturalmente mancano le professionalità di chi invece vive il volley da professionista»  
Roberto Santilli racconta un particolare che colpisce l’attenzione, specialmente in un momento di grave crisi economica per l’Italia e di riflesso per tutto lo sport italiano.
«Come scelgo i nuovi giocatori in proiezione nazionale? C’è un programma ad hoc, attraverso manifestazioni scolastiche vengono selezionati dei ragazzi che vengono a vivere a Canberra. Una specie di Club Italia ma con una differenza: i ragazzi devono pagarsi il soggiorno. Infatti quando arrivano poi a 18 anni, o sono bravi e trovano contratti, oppure finisce che smettono. Ma questo non capita solo nella pallavolo, è un po’ tutto lo sport australiano che funziona così»
La sua Australia è una specie di nazionale under 23, con giovani lanciati nei varchi lasciati liberi da Zingel e White. L’obiettivo è il solito: qualificarsi per l’Olimpiade. Chi ha più possibilità di andare a Rio 2016, l’Italia o la sua Australia?
«Beh direi l’Italia. Ha tre occasioni, noi in pratica solo una perchè nella World Cup non saremo abbastanza competitivi. Credo che per gli azzurri con l’innesto di Juantorena, cambino proprio le prospettive. E’ vero però che ci sono molte squadre competitive e comunque non sarà facile per nessuno conquistare la partecipazione olimpica»

lunedì 8 giugno 2015

CALCIO Champions League: Juventus e la maledizione dei gol lampo in finale

 Dal Corriere dello Sport 8 giugno 2015
 
Sei sconfitte in otto finali di Coppa Campioni-Champions League: un primato di cui la Juventus avrebbe fatto volentieri a meno. Dopo Berlino ha...staccato Bayern Monaco e Benfica, cinque volte finaliste sconfitte. Come si fa a non definirla la dannata coppa? Tre delle sei amarezze in finale sono maturate nei primissimi minuti di gioco. Fin dalla prima occasione, a Belgrado nel 1973 contro l’Ajax: dopo nemmeno 4 minuti di gioco il colpo di testa vincente di Johnny Rep, che spedisce beffardamente alle spalle di Zoff un cross di Blankenburg su cui Longobucco non arriva. 
Dieci anni dopo la Juve arriva alla finale con l’Amburgo da favorita, dopo aver eliminato i campioni uscenti dell’Aston Villa. Pare che una maga avesse predetto: «Se la Juve non prende gol nei primi dieci minuti, vincerà la Coppa dei Campioni». Magath realizzò la rete decisiva all’ottavo minuto. Un tiro da fuori area, una traiettoria su cui Zoff non riuscì ad intervenire, un incubo da cui la super Juve dei campioni del mondo dell’82, più Platini e Boniek, non seppe uscire. Ecco perchè quando l’altra sera Rakitic ha battuto Buffon dopo tre minuti e mezzo di gioco, a conclusione di una serie di 16 passaggi tra nove giocatori del Barca, si è avuta la sensazione di rivivere una notte stregata, come a Belgrado e ad Atene. Da quando la Coppa Campioni è diventata Champions, solo Maldini e Mendieta hanno impiegato meno tempo a segnare in una finale. E mai il Barcellona aveva segnato così in fretta. 
La storia bianconera del resto è segnata da episodi avversi ed errori, da un destino che non le è mai stato favorevole. E la tragedia dell’Heysel nell’85 è un doloroso capitolo a parte. Si salva la magica notte di Roma nel 1996, quando l’Ajax fu sconfitto solo ai rigori ma dopo che nei tempi regolamentari la squadra di Lippi aveva creato moltissime occasioni meritando ampiamente il successo.
La Juve nel suo migliore ciclo Champions arrivò a giocare tre finali consecutive, ma perse le due successive. Con il Borussia Dortmund imbottito di ex juventini (da Paulo Sousa a Moeller, da Kohler a Reuter) dopo la grande occasione fallita da Vieri, in cinque minuti (al 29’ e al 34’) Peruzzi incassò due gol dall’ex laziale Riedle. Allora Lippi, dopo il palo di Zidane, si decise a mettere in campo Del Piero (al posto di Porrini) che segnò un bellissimo gol di tacco, dando l’illusione di poter riacciuffare i tedeschi. Ma Ricken, appena entrato, vide Peruzzi fuori dai pali e decise di beffarlo con un pallonetto maligno che scavalcò il portiere juventino. 3-1 e partita chiusa.
    Ma almeno in quell’occasione ci fu solo da recitare il mea culpa. Ben altra storia l’anno dopo, quando all’Amsterdam Arena la Juve perse ancora, stavolta contro il Real Madrid, a causa di un gol segnato da Mijatovic in netto fuorigioco. Ancora oggi, a riguardarlo, ci si chiede come abbia potuto non accorgersene l’arbitro tedesco Krug. Fu una brutta finale, avara di bel gioco ed emozioni, decisa da un errore arbitrale, tornato in mente sabato quando il turco Cakir non ha sanzionato con il rigore il fallo di Dani Alves su Pogba. 
Nel derby italiano col Milan all’Old Trafford di Manchester, finale del 2003 persa ai rigori, poca fortuna sul palo colpito da Conte (ma soprattutto pesò l’assenza del poi Pallone d’oro Nedved, ammonito negli ulimi minuti della semifinale col Real Madrid). Va detto che anche Evra non scherza in quanto a sortilegio Champions: ha giocato cinque finali con Monaco, Manchester e Juventus vincendone solo una e perdendone tre contro il Barcellona! Quello di Morata a Berlino è stato il quarto gol juventino (dopo quelli Platini, Ravanelli e Del Piero) nelle finali Champions. Dieci le reti subite.
A proposito di Morata: lo spagnolo bianconero è il secondo giocatore juventino capace di segnare contro Real Madrid e Barcellona nella stessa edizione della Champions League. Impresa riuscita anche a Nedved nella stagione 2002-2003. 

domenica 7 giugno 2015

CALCIO Grazie Juve, una stagione indimenticabile


Niente di nuovo: l'esercito sconfinato di rosiconi per poter calcisticamente esultare ha dovuto appoggiarsi al Barcellona. Gente che sui campi di calcio prende schiaffi da anni, tifosi di squadre lontane anni luce dal livello attuale di questa Juventus e del Gotha del calcio europeo, si è dannata l'anima per tifare Barca ed ha anche la faccia tosta di sortire dai cunicoli maleodoranti, perchè privi di sportività ed intelletto (l'aria non circola, i cervelli - dove ci sono - ammuffiscono) gridando, gioendo, esultando. Ma il ridicolo lo toccano quando pensano di ferire una tifoseria per la sconfitta. Una tifoseria che invece è orgogliosa e fiera della sua squadra, dei suoi giocatori. 
Non solo per i quattro scudetti consecutivi, per questa magnifica e indimenticabile stagione 2015 con l'accoppiata scudetto-Coppa Italia più finale di Champions League, ma anche per il modo in cui hanno tenuto testa ai fenomeni galattici del Barcellona, giocando con coraggio, commettendo errori fatali ma senza mai avere paura, cadere nella soggezione verso il più forte. La Juve se l'è giocata questa finale e ad un certo punto ha creduto anche di poterla vincere. Non è consolarsi per forza, è prendere atto di quanto di buono e straordinario ha saputo fare questo gruppo. Vedere i super assi del Barcellona accentuare ogni caduta anche senza essere colpiti, fare sceneggiate a terra modello Cristiano Ronaldo, insomma, aggrapparsi a comportamenti antisportivi per far passare il tmepo, per indurre l'arbitro ad ammonire.
Beh, si, la Juve ha perso la sesta finale di Champions delle otto giocate. Ma in finale ci è arrivata, alla grande. E la finale se l'è giocata. Poi nello sport si perde anche. Ma c'è modo e modo.
E le lacrime di molti bianconeri alla fine, dal giovanissimo Morata che l'anno scorso aveva partecipato alla conquista della Champions col Real Madrid, ai veterani Pirlo e Barzagli consapevoli di aver perso l'ultima occasione, ce li hanno fatti sentire più vicini a noi tifosi, nonostante le montagne di soldi che guadagnano. E' il fascino dello sport quando è vissuto con emozione e intensità, identificazione e senso di appartenenza positivo. Beh, a questi giocatori, all'allenatore Allegri, il popolo bianconero dice grazie. Grazie per le emozioni e le gioie che ci avete fatto vivere in questa stagione, lunga, bellissima, speriamo non irripetibile. Fieri di voi e della nostra Juve.


P.S. / E per quanto riguarda quei poveracci che sono andati a dormire felici per la nostra sconfitta, basta un bel chissenefrega. La goduta di una sera in mezzo a 364 giorni da rosiconi. Sono dei poveracci, dei dementi che dimostrano di avere così poco cervello, da non curarsi di farlo sapere a tutti, quanto è sconfinata la loro idiozia. E da domani, ricominciate a rosicare. La Juve a Berlino c'era e certe emozioni sono impagabili. E' la bellezza dello sport, chi non sa capirlo...rosica e si rode d'invidia. Peggio per loro.

CALCIO Champions League, le finali Juve (8) 2015: Barcellona-Juventus 3-1

 http://www.dailymotion.com/video/x2syx02

http://www.dailymotion.com/video/x2sytm7_juventus-1-3-barcelona-all-goals-and-full-highlights-06-06-2015-champions-league-final_sport?from_related=related.page.int.gravity-only.4bd63679f544f76c01381913d0b19117143363142


BARCELLONA-JUVENTUS 3-1 (1-0).
Marcatori: Rakitic al 4', Morata al 54', Luis Suarez al 68', Neymar al 96' 

 E' andata come tutti i tifosi non juventini speravano che andasse, ma non nel modo previsto. Il Barcellona ha vinto con merito la sua quinta Champions, ma la Juventus è uscita con onore e perfino rimpianti da una finale che ha avuto il coraggio di giocarsi, senza paura. Otto finali disputate: sei sconfitte e due sole vittorie per la Juventus, che ha concluso tra le lacrime una stagione memorabile.

Non cambia nulla, ma il 3-1 finale estende ingiustamente la punizione, che il 2-1 avrebbe fotografato meglio, perchè durante il quarto d'ora nevralgico del secondo tempo, che ha portato al pareggio di Morata ed al momento migliore dei bianconeri, il Barca si è innervosito e ha capito che anche questa Juve orfana di Chiellini e con qualche uomo chiave sotto tono, avrebbe potuto farle male. Ancora una volta la Juventus incassa un gol in finale entro i primi 10 minuti: dopo Rep e Magath, dopo Ajax 1973 e Amburgo 1983, ecco Rakitic 2015: dopo appena 3 minuti e mezzo di gioco la finale si mette in salita e agevola il compito dei catalani. Senza quel gol fulmineo, forse il Barca avrebbe trovato difficoltà col passare dei minuti. Anche perchè Buffon era in serata e qualche paratona delle sue l'ha fatta anche stavolta a Berlino. La Juve ha sprecato un tempo ma avuto il carattere di non sciogliersi, di riprendersi dal gol a freddo, di evitare la goleada che molti a quel punto ipotizzavano. Poi il pareggio di Morata al termine di una splendida azione, con tanta classe: il tacco di Marchisio, il cross di Lichsteiner, la girata di Tevez nella cosa migliore della sua opaca partita, la puntualità di Morata nel ribadire in rete la respinta del portiere catalano. E l'episodio che il popolo bianconero invocava alla vigilia come agente a sorpresa che talvolta decide le finali, c'è effettivamente stato, al minuto 68, ma ha premiato la squadra più forte, mortificando la sfidante.
Dani Alves commette fallo da rigore su Pogba, trascinandolo giù in piena area. Non solo l'arbitro turco Cakir non condere il rigore. Il Barcellona riparte in contropiede con Messi, il tiro della "pulce" non è trattenuto da Buffon e stavolta è lesto Suarez (con Evra che non si muove per tempo) a firmare il gol partita. In un amen, dal possibile rigore del pareggio al gol della sconfitta. 
Neymar segna con un tocco della mano e l'arbitro addizionale fa annullare. Suarez fa concorrenza a Cristiano Ronaldo con le sceneggiate per i falli (spesso insesistenti) subiti: cronometrato, ha impiegato un minuto intero per uscire dal campo. Alla fine sono 5 i minuti di recupero e la beffa di un esagerato 3-1 arriva all'ultimo soffio di gioco, oltre il 96', dopo l'ultima possibile occasione pasticciata dagli avanti bianconeri. Peccato che la Juventus si sia presentata alla finale con qualche suo big non al massimo della forma. All'assenza di Chiellini si è aggiunto il nervosismo di Vidal (non è stato il Vidal del Bernabeu, tanto per capirci). E la distrazione fatale in occasione del gol lampo di Rakitic Lo stesso Tevez, fondamentale per arrivare in finale, ha confermato l'appannamento dell'ultimo periodo in zona gol: ha avuto almeno due volte la palla buona ma nella prima occasione ha sparato alto, nella seconda tra le braccia del portiere palloni che tante volte nell'anno aveva messo in rete. L'uomo più pericoloso alla fine è stato Marchisio, autore almeno di due tiri insidiosissimi: nel primo tempo di poco alto, parato all'angolino nel secondo tempo. E così è finita con le lacrime di molti bianconeri: da Morata a Pirlo, da Barzagli a Marchisio.
Ma questa finale ha confermato le qualità tattiche del tecnico Allegri, che ha schierato una squadra che tutto sommato ha contenuto l'attacco atomico del Barcellona meglio di molte altre big e che ha avuto le chances di giocarsi alla pari una finale proibitiva. Una Juventus che andrà rinforzata in difesa e nelle seconde linee, per progettare un'altra stagione da protagonista in Champions League, un palcoscenico che ha dimostrato di meritare, a patto di non perdere la sua umiltà e la sua voglia di non arrendersi. 
Sempre che le voci insistenti di mercato e di addii, non comportino cambiamenti troppo profondi e ricchi di incognite).
Postilla su Buffon: Gigi ha detto che intende giocare altri tre anni e sono convinto che farà tre stagioni ancora al massimo. Perchè creare turbative prendendo Neto che non vuole, giustamente fare il secondo?


sabato 6 giugno 2015

CALCIO Champions League, le finali della Juve (7) 2003: Milan-Juventus 0-0 (3-2 ai rigori)

https://www.youtube.com/watch?v=jt36uiJCxZo
  https://www.youtube.com/watch?v=lBluM4X1JUg


Ho sempre avuto la convinzione che la sconfitta con il Milan ai rigori, nel derby italiano abbia le sue radici nella semifinale, in quella sciocca ammonizione rimediata negli ultimi minuti della semifinale di ritorno, vinta con il Real Madrid, da Pavel Nedved, futuro pallone d'oro. Ci fosse stato lui in campo, all'Old Trafford, non si sarebbe arrivati ai rigori. Ma la storia non si fa con i se, quindi la realtà fu diversa. Ricordo una partita con poche emozioni e tanta paura da entrambe le parti. Juve superiore ma incapace di dimostrarlo in campo. Il legno di Conte, E poi i rigori, che nessun bianconero o quasi (a parte Del Piero ovviamente) aveva molta voglia di tirare (stando a quanto si è raccontato in queste ultime ore) e che stavolta fanno piangere Buffon & C., nonostante le prodezze del portiere bianconero. Ancora un'amara finale, la quinta sconfitta. Fu la prima finale bianconera di Champions che vidi accanto a mio figlio, stavolta ero diventato io il genitore tifoso,  E a fine partita dovetti anche telefonare all'amico e collega milanista, per fargli le congratulazioni, come avevamo convenuto alla vigilia.






IL CAMMINO
Nella fase a gironi la Juventus vince il suo con 13 punti, precedendo Newcastle 9, Dinamo Kiev 7, Feyenoord 5. Il Milan anche vince il suo girone con 12 punti, alla pari con il Deportivo La Coruna, dietro Lens 8 e Dinamo Kiev 2.
Nella seconda fase, ancora ai gironi, la Juventus passa per il rotto della cuffia, alle spalle del Manchester United primo con 15 punti, tre squadre a 7 punti: Juventus, Deportivo La Coruna e Basilea.
Il Milan invece con 12 punti vinse il suo precedendo il Real Madrid 11, Borussia Dortmund 10, Lokomotiv Mosca 1.
Quarti di finale: Ajax - Milan 0-0, 2-3. Juventus-Barcellona 1-1, 2-1 dopo i supplementari.
Semifinali: Milan-Inter 0-0, 1-1. Real Madrid-Juventus 2-1, 1-3.
Finale a Manchester, 28 maggio 2003 Old Trafford, 68.215 spettatori. Arbitro: Merk (Germania).

Marcatori
l12 gol Van Nistelrooy (Manchester Utd), 10 gol Inzaghi (Milan), 9 gol Makaay (Deportivo) Crespo (Inter) Raul (Real Madrid)
Juventus (4-4-2)


POR 1 Italia Gianluigi Buffon
DIF 21 Francia Lilian Thuram
DIF 2 Italia Ciro Ferrara
DIF 5 Croazia Igor Tudor
Uscita al 42’ 42’
DIF 4 Uruguay Paolo Montero
CEN 16 Italia Mauro Germán Camoranesi
Uscita al 46’ 46’
CEN 3 Italia Alessio Tacchinardi Ammonizione al 69’ 69’
CEN 26 Paesi Bassi Edgar Davids
Uscita al 65’ 65’
CEN 19 Italia Gianluca Zambrotta
ATT 17 Francia David Trezeguet
ATT 10 Italia Alessandro Del Piero (C) Ammonizione al 111’ 111’
A disposizione:
POR 12 Italia Antonio Chimenti
DIF 7 Italia Gianluca Pessotto
DIF 13 Italia Mark Iuliano
CEN 8 Italia Antonio Conte
Ingresso al 46’ 46’
CEN 15 Italia Alessandro Birindelli
Ingresso al 42’ 42’
ATT 20 Italia Marco Di Vaio
ATT 25 Uruguay Marcelo Zalayeta
Ingresso al 65’ 65’
Allenatore:
Italia Marcello Lippi
Juventus vs Milan 2003-05-28.svg
Milan (4-3-1-2)


POR 12 Brasile Dida
DIF 19 Italia Alessandro Costacurta Ammonizione al 18’ 18’ Uscita al 66’ 66’
DIF 13 Italia Alessandro Nesta
DIF 3 Italia Paolo Maldini (C)
DIF 4 Georgia Kakhaber Kaladze
CEN 8 Italia Gennaro Gattuso
CEN 21 Italia Andrea Pirlo
Uscita al 71’ 71’
CEN 20 Paesi Bassi Clarence Seedorf
CEN 10 Portogallo Rui Costa
Uscita al 87’ 87’
ATT 7 Ucraina Andriy Shevchenko
ATT 9 Italia Filippo Inzaghi
A disposizione:
POR 18 Italia Christian Abbiati
DIF 24 Danimarca Martin Laursen
DIF 25 Brasile Roque Júnior
Ingresso al 66’ 66’
CEN 32 Italia Cristian Brocchi
CEN 23 Italia Massimo Ambrosini
Ingresso al 87’ 87’
CEN 27 Brasile Serginho
Ingresso al 71’ 71’
ATT 11 Brasile Rivaldo
Allenatore:
Italia Carlo Ancelotti

Manchester
28 maggio 2003, ore 20:45
Juventus Flag of Italy.svg 0 – 0
(d.t.s.)
referto
Flag of Italy.svg Milan Old Trafford (63.215 spett.)
Arbitro Germania Markus Merk