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venerdì 31 luglio 2015

VOLLEY Blengini nuovo ct della Nazionale

 http://www.corrieredellosport.it/news/volley/2015/07/31-2859043/la_fipav_sceglie_blengini_ct_azzurro_dopo_berruto/


 Il Consiglio Federale della Fipav che si è riunito oggi a Cervia sta scegliendo Gianlorenzo Blengini come successore di Mauro Berruto sulla panchina della Nazionale. La situazione, secondo i punti di vista, poteva essere definita piuttosto complicata o paradossalmente semplice. Nel senso che l’opzione Blengini che oggi il presidente federale Carlo Magri ha proposto al Consiglio, era anche l’unica praticabile riducendo al minimo traumi e salti nel vuoto. Anche se scegliere Blengini ct ha anche dei risvolti che attireranno ulteriori critiche ad una Federazione che si è sempre professata strenuamente contraria al doppio incarico. Nel femminile ad esempio, anche per questo motivo si concluse il ciclo di Massimo Barbolini, che voleva allenare anche un club.
    La speranza è quella di avere un’Italia in grado di qualificarsi per l’Olimpiade al primo tentativo, sfruttando la partecipazione alla Coppa del Mondo (dall’8 al 23 settembre in Giappone) che per una bizzarria discutibile del calendario deciso dalla Fivb, precederà anche gli Europei (in calendario dal 9 al 18 ottobre). Centrare l’obiettivo in quell’occasione significherebbe poter affrontare la stagione di SuperLega senza il surplus azzurro. Blengini infatti è stato ingaggiato dalla Lube Civitanova Marche, che sapeva del suo incarico biennale come vice ct, ruolo che dà responabilità e impegni diversi rispetto all’essere il commissario tecnicod ella Nazionale.
    Addirittura non è escluso che con Blengini ct  la Lube possa decidere di cessare il rapporto e affidare la squadra ad un altro allenatore. Come nasce la candidatura di Blengini, visto che era il vice di Berruto e che, dicono, sia stato concorde nella decisione di allontanare dal Brasile i quattro azzurri ritardatari nella serata di Rio (il capitano Travica, Zaytsev, Sabbi, Randazzo)? La Fipav e lo stesso Berruto lo stimano. Dopo i Mondiali quando decisero di cambiare lo staff facendo pagare il 13° posto solo a Brogioni e Giani, scelsero lui come vice. Ora è diventato il candidato forte, nonostante non abbia ancora esperienza a livello internazionale, per tutta una serie di ragioni. Si vuole evitare il trauma di un tecnico estraneo all’ambiente che avrebbe pochissimo tempo per conoscere la squadra e darle una fisionomia. E il gruppo azzurro di traumi ne ha già vissuti abbastanza in quest’estate. La maggior parte dei tecnici che avrebbero le qualità per il ruolo, sono già sotto contratto altrove.
    C'era attesa per il nuovo ct ma anche per la lista di convocati. Potrebbero restare fuori tutti e quattro gli espulsi a Rio. Potrebbe essere richiamato solo Ivan Zaytsev. Ciò richiederebbe la convocazione di un terzo palleggiatore, e con Blengini è facile che la scelta cada su Sottile, da lui allenato a Latina.

sabato 25 luglio 2015

VOLLEY Berruto e la Nazionale dopo i fatti di Rio: il popolo del volley vuole sapere



Non è mai semplice affacciarsi su realtà e situazioni vissute dall’esterno e da lontano, in sedi e tempi diversi, per lo più condite da episodi che solo i protagonisti e una ristretta cerchia di persone possono dire di conoscere con esattezza. Quindi pensieri e riflessioni che mi permetto di esternare, non senza imbarazzo, sono naturalmente soltanto personali opinioni e punti di vista, germogliati e sedimentati da immagini televisive, frammenti di discorsi, osservazioni, domande che non è stato possibile formulare, domande ufficiosamente poste, per le quali non c’è stata una risposta ufficiale, talvolta perché non poteva esserci, talvolta poichè rimandata ad un futuro che non è mai diventato presente.
Non è esclusiva della pallavolo, ma finchè si è nel giro, nessuno ama raccontare, col rischio di pregiudicarsi un’occasione. E chi anche se ai margini, è costretto a lavorare ancora nel volley, a vivere magari imprigionato dal passato (perché almeno quello che si è vissuto , come amava ricordare Julio Velasco citando un detto argentino, non ce lo può più togliere nessuno) ma dovendo fare i conti con l’attualità, non può che farsi un’idea. Come ogni opinione può risultare più o meno centrata, condivisibile, più o meno discutibile.
Come ammiccava il capocomico degli spettacolini di paese, a grande richiesta, ecco a voi…
Beh, nonostante ciò che dei giornalisti pensano molti dirigenti della pallavolo, non arrivo a questo livello di cialtronaggine. Ma ci sono state, bontà loro e le ringrazio, persone che hanno chiesto cosa pensavo del tutto, dalla cacciata della “banda dei quattro di Rio” (niente a che vedere con la nomenklatura della Cina) all’operato del ct Berruto, dal comportamento della Fipav alla sostanziale mancanza di trasparenza e chiarezza che ha fatto da sfondo all’ultimo anno di vita della Nazionale di pallavolo.
E visto che in Italia ci sono milioni di ct, di calcio principalmente, ma anche il volley non scherza, mi azzardo ad aggiungermi agli appassionati che con trasporto (e talvolta sconfinando nella cattiveria più persecutoria che stilosa) hanno commentato e preso posizione sulla vicenda che per un giorno ha fatto riscoprire il volley anche a chi non lo tratta mai.
Ok, lo so cosa state pensando. Ma quanto la fai lunga, dicci che pensi e taglia corto. Va bene, obiezione accolta.
Anche io sono tra coloro che pensano che il ritardato rientro in albergo, a Rio de Janeiro, alla vigilia della Final Six della World League, di Travica, Zaytsev, Sabbi e Randazzo all’origine del provvedimento sanzionatorio (deciso ampiamente in differita), sia stato solo il casus belli, l’occasione per far esplodere pubblicamente una situazione evidentemente insostenibile. Un malessere che affonda le sue radici nella stagione 2014, nel lungo ritiro di Cavalese (e in quanto accadde durante quelle settimane di ritiro, i protagonisti sanno a cosa ci si riferisce) e poi nello sciagurato Mondiale in Polonia, che vide gli azzurri allo sbando, finire al tredicesimo posto, il peggior risultato iridato dell’era azzurra del volley dopo il boom.
Un flop annunciato, col senno di poi si può dire, da quella bruttissima sconfitta subita a Firenze contro il Brasile, nella fase finale della World League. La squadra che non gioca, l’Italia che viene presa a pallate senza che nessuno riesca a dare una spiegazione sul perché sia potuta accadere una cosa dle genere. Non perdere, sia chiaro. Ma perdere in quel modo.
Si va in Polonia e le cose si mettono subito male. L’eclettismo di Ivan Zaytsev che per il ct sarebbe stato una splendida opportunità (al punto che portò altri due opposti, Vettori e Sabbi), nonostante quanto annunciato non ha modo di esprimersi in banda. Ma sconfitte e parte, colpiscono le facce degli azzurri, l’incapacità di reagire. Fatti che non corrispondono alle promesse. Vengono alternati in regia Travica e Baranowicz ma quando la riserva si trova a partire titolare, pare sia accaduto un altro degli episodi chiave. Non avendo ascoltato di persona, non entro in dettaglio. Insomma, c’è casino in squadra, non c’è più armonia e non si lotta tutti insieme. Le sconfitte si susseguono, poi si fa male anche Zaytsev, che torna a casa, e l’avventura si conclude mestamente.
Ora, da una Federazione che esonerò un ct nel 2002 in seguito ad un onorevolissimo e dannatamente sfortunato quinto posto Mondiale (ct Anastasi, battuto 15-13 al quinto dal Brasile che poi avrebbe vinto tre mondiali di fila, giocando senza Giani e con un Papi a mezzo servizio per infortunio. E nel 2010 sempre Anastasi non fu confermato dopo un quarto posto), era abbastanza scontato immaginare un cambiamento alla guida della Nazionale. A vedere quell’Italia, in quel Mondiale, era chiaro che la love story tra Berruto (senza nulla togliere al suo valore) e gli azzurri era giunta al capolinea. Una bella storia, ricca di speranza, risultati e medaglie (non sono tra coloro che sostengono che se non si vince l’oro le medaglie non contano). Ma anche le belle storie ad un certo punto finiscono. E resta il ricordo.
Ma il tempo passa, il ct non accetta di offrire al pubblico la sua analisi del risultato mondiale, preferisce tacere. Resta il mistero. La Fipav, il presidente Carlo Magri, prendono tempo. Elogiano il ct per il suo grande lavoro svolto nell’organizzazione della struttura di cui si è occupato e cominciano a confessare dubbi. Solo sul fatto che quel tredicesimo posto sia stato un fallimento si dichiarano concordi. Ma da qui a pensare di cambiare ct e ricominciare da capo, ce ne passa. E poi i soldi del contratto in essere…L’Olimpiade di Rio così vicina…
Nel frattempo nessuno parla, il mondiale è in archivio, non c’è stata una relazione tecnica né politica che sia stata portata all’attenzione del popolo della pallavolo. Tutto è rimasto nei colloqui riservati tra ct e Fipav.
E la Fipav conferma il ct Berruto.Un atto per qualcuno coraggioso, per altri scriteriato, per altri ancora entrambe le cose. Di solito, nelle nazionali, i vice sono condannati a seguire il destino dell’head coach che li ha scelti. Nel volley invece pagano il flop mondiale Brogioni e Giani. Per la Fipav sono solo loro i responsabili? Un aspetto che si è fatto fatica a digerire come modalità esplicativa del tredicesimo posto.
E contestualmente viene scelto come vice ct il tecnico Blengini, torinese come Berruto, ambizioso allenatore approdato sulla panchina della Lube dopo un’ottima stagione a Latina.
Ci si aspetta che dopo la conferma la Fipav e il ct si decidano finalmente a parlare del Mondiale polacco. Invano. L’argomento resta tabù. Il ct inizia un giro d’orizzonte tra i vari club e in ogni piazza accetta di parlare, ma non dello specifico argomento. Si riserva di spiegare solo dopo che avrà parlato con i giocatori. Ma spiegazioni pubbliche non ne sono mai arrivate. Qualche paginata sui giornali è uscita, ma era fuffa, come la chiamiamo in gergo. Nulla di quanto sarebbe stato opportuno leggere e sapere. Dichiarazioni che non regalavano titoli adeguati. Non si parlava a fondo e chiaramente dell’unico argomento che interessava. Non ne ha parlato il ct, non ne ha parlato la Federazione.
Insomma, nulla lasciava presagire un’estate facile. Lo si sperava, come sempre fa chi vuole bene alla sua squadra, ma erano più le ansie e i timori che le certezze.
L’estate azzurra non viene presentata a Roma ma all’Expo di Milano, così scarseggiano gli specialisti che possono fare domande scomode. Comincia la World League, si promuove capitano Travica al posto di Birarelli ma non viene comunicato ufficialmente. L’Italia a volte piace, a volte sembra la fotocopia orripilante di quella dei mondiali polacchi. Accade nella partita persa con l’Australia, che riapre ferite e ripropone interrogativi inquietanti. Perché? Come è possibile?
Domande destinate a non avere risposta. Poi c’è la magica serata del Foro Italico, il pienone allo Stadio del tennis, l’Italia che gioca con rabbia e cuore, Zaytsev che randella con entusiasmo e cattiveria agonistica. L’Italia che abbiamo nel cuore e che vorremmo sempre ammirare ed applaudire.
Ma allora perché poi quegli stessi giocatori rimediano figuracce contro la Serbia, in Brasile nell’ultimo week end di World League? Perché la voglia di vincere va e viene? Se l’Italia vuole, l’Italia fa. E’ questo il succo del monologo a brutto muso che Mauro Berruto rivolge alla squadra tra le due gare brasiliane. Un improvvido video postato e poi tolto scatena caos, dubbi e ulteriori malumori. Poi si arriverà alla squalifica dei quattro giocatori tra i quali ci sono il nuovo capitano e l’uomo immagine.
Nella World League con Nelli, Massari e Botto convocati d’urgenza al posto di Travica, Sabbi, Randazzo e Zaytsev, l’Italia batte la Serbia e perde con la Polonia, uscendo per minor numero di punti. Anche il Brasile è eliminato come noi, per cui il torneo lo vince la Francia, neopromossa dalla seconda fascia di World League. Ha ragione chi pensa, e io sono tra questi, che per l’Italia sia stata una grandissima occasione perduta. Lo so, è da tifosi, ma io penso che giocando come l’ho vista fare al Foro Italico, la Nazionale avrebbe potuto vincere il milione di dollari del primo posto, darsi una bella rilucidata al blasone e far lievitare la propria autostima sgretolatasi in Polonia e poi contro l’Australia.
Non sono il ct e posso permettermi di dire che non avrei esposto il volley a quella figuraccia mediatica per dare una prova di forza e la dimostrazione di chi fosse a comandare. Meglio dare una multa salata, magari tenerli fuori dalla formazione titolare nella prima partita o in tutte e due. Ma evidentemente il ct aveva bisogno di dare un segnale forte, all’interno della sua squadra e all’esterno, a chi lo criticava sostenendo che non avesse in pugno la Nazionale
Come si fa a non pensare che la ragione dei cartellini rossi nasca altrove? Del resto è stato lo stesso ct ad ammettere che in passato si era provato con provvedimenti diversi ma evidentemente non era bastato. Purtroppo all’esterno del volley si continua a pensare che i quattro chissà cosa hanno combinato.. “Non è possibile che li abbiano cacciati solo per un ritardo”, ripete chi è abituato ad altri mondi sportivi.
L’ultimo capitolo, provvisoriamente, riguarda i messaggi con cui i quattro giocatori si sono scusati al rientro in Italia. Ognuno lo ha fatto a modo suo. Diciamo che se dei bookmakers mi costringessero a scommettere, ammetterei che leggendo i testi di Ivan e Dragan e dando retta a sensazioni generali, spenderei l’ultimo euro sul rientro in azzurro di Zaytsev, più che su quello di Travica. E non perché alle spalle del palleggiatore sia spuntata la stella del giovanissimo Giannelli, che meriterebbe di poter crescere con minori stress, anche insieme con Dragan.
L’aspetto più brutto di questo episodio, desidero sottolinearlo, è l’astio non trattenuto con cui sui social si sono scatenati i commentatori contro quel giocatore o contro il ct. Berruto ha invece raccolto consensi da chi, non sapendo nulla della storia, ha voluto solo leggere l’atto di forza di chi mette in riga gli indisciplinati.

I giocatori squalificati sono stati bravi, dopo, a non lasciarsi scappar nulla (nemmeno Travica, le dichiarazioni che ho ascoltato in un video, non chiariscono nulla e rimandano ogni spiegazione), lunedi il ct Mauro Berruto parlerà con il presidente federale Carlo Magri, che ora si ritrova quella stessa palla bollente che pensava di aver raffreddato quando confermò il ct sulla panchina azzurra. Deve aver dimenticato che i nodi vengono sempre al pettine. Ma nel frattempo è cresciuta la pressione, perché Diego Mosna presidente di Trento ha attaccato il ct e Magri sponsorizzando in maniera grossolana il suo Stoytchev (grandissimo tecnico, ma nessun allenatore dà certezze di vittoria. Nessuno…). Perché anche Franco Bertoli, non so se in modo propedeutico ad un impegno futuro che al momento nega, ha squarciato il velo dicendo la sua con vigore e incentivando il dibattito.
L’arrivo in azzurro di Osmany Juantorena (altro argomento che un paio d’anni fa spaccò l’ambiente azzurro reduce da medaglie) avrebbe meritato una Nazionale più tranquilla e proiettata verso un’Olimpiade difficile, peraltro tutta da conquistare.
Purtroppo la Nazionale (gestita in maniera discutibile dalla Federazione per quanto riguarda alcuni aspetti che non è il caso di rendere pubblici ma che hanno la loro importanza: cose tecnico-mediatiche, per carità, nulla di illecito) attualmente è una polveriera di tensioni, tutt’altro che trasparente.
E’ recuperabile, tra le parti e dinanzi al popolo del volley, il rapporto tra il ct Mauro Berruto e la Nazionale nella sua totalità? E’ vero che i panni sporchi si lavano nello spogliatoio, ma qualche straccio rischia di finire fuori dalla finestra. E se ciò avverrà, ci rimetteranno tutti. A cominciare dalla pallavolo italiana. Forse è il caso di cambiare marcia in fretta, guardare i problemi in faccia, dirsi le cose anche a brutto muso prima di ripartire.
Troppi perché attendono risposte non più differibili.



mercoledì 22 luglio 2015

VOLLEY Alessia Gennari operata a Villa Stuart per un recupero lampo in azzurro

 La schiacciatrice azzurra Alessia Gennari, 23 anni, nativa di Parma. si è operata al menisco. L'atleta scudettata con Casalmaggiore e neo acquisto della Foppapedretti Bergamo aveva dovuto rinunciare alla Final Six del Grand Prix, ad Omaha, con la Nazionale a causa dei dolori al ginocchio sinistro. Visitata martedì dal professor Mariani a Villa Stuart, si è deciso per un intervento immediato perchè la situazione si è rivelata più grave del previsto . Alessia, memore dell'esperienza di Francesca Ferretti (operazione e recupero lampo in tempo per i Mondiali nello scorso agosto), ha voluto seguirne le orme per un recupero veloce, in modo da non perdere il resto della stagione azzurra, con Europei e poi più in là le qualificazioni olimpiche per Rio 2016.
Così nel primo pomeriggio Alessia, seguita dal medico della Fipav Sergio Cameli è stata operata in artroscopia dal professor Mariani in artroscopia per la lesione meniscale evidenziata dai primi controlli. L’artroscopia, già oggi, ha risolto ogni problema

Alessia dopo l'intervento ha parlato tramite la sua nuova società, la Foppapedretti Bergamo:  “L’intervento è andato bene. E’ durato poco più di quindici minuti in anestesia locale. Mi hanno tolto un pezzo del menisco mediale che era rotto ed hanno effettuato una pulizia della cartilagine, in particolare per eliminare un frammento depositato davanti al legamento crociato che mi procurava dolore. Da domani comincerò già a lavorare, quindi tutto tranquillo!"
 

sabato 18 luglio 2015

VOLLEY L'incubo degli integralisti del basket: ore 20,10 tre tv, tre partite di pallavolo

L'invasione dell'ultraVolley 
 Sabato 18 luglio, ore 20,10. L'ora dell'incubo per gli integralisti appassionati solo di basket sintonizzati davanti alla Tv.
Rai Sport 1: Serbia-Usa di World League, pallavolo maschile


RaiSport 2: Italia-Brasile di Grand Prix, pallavolo femminile









 
Canale 59 Gazzetta Tv: Serbia-Germania di Grand Prix, pallavolo femminile

VOLLEY Imperdonabile Fivb: ha sbagliato l'orario della Final Six della World League!

 Sul Corriere dello Sport di oggi

 http://www.corrieredellosport.it/news/volley/2015/07/18-2521364/fivb_che_figuraccia_con_gli_orari_della_world_league_a_rio/

Non è la prima volta che la Fivb incorre in una gaffe del genere, ma a Rio de Janeiro, ad un anno dall’Olimpiade la cosa appare molto grave e dovrebbe costituire fonte di notevole imbarazzo per ogni singolo membro del Board che ha avallato lo scellerato programma orario della Final Six della World League. Come hanno avuto modo di constatare gli appassionati che hanno cercato di seguire le dirette tv dal Brasile, su RaiSport, le due partite giocate dall’Italia non sono affatto iniziate alle ore 22, come da annuncio e da programma.
    La ragione è semplice: la Fivb ha collocato le due gare della giornata con un intervallo di sole due ore. Forse nemmeno se le due partite d’apertura di fossero concluse con rapidi 3-0, e comunque solo in quel caso, con quel punteggio, la seconda gara del programma avrebbe potuto avere inizio all’orario previsto. C’è da sapere che il regolamento della Fivb prevede che la gara successiva non possa iniziare meno di trenta minuti dopo he l’altra si è conclusa, per consentire il riscaldamento in campo. Quella mezzora in cui i giocatori sparano sciacciate senza muro che mettono a repentaglio pc, occhiali, occhi, collo, di tutti coloro che hanno avuto il loro posto a bordo campo, sui due lati corti del campo.
    In campo internazionale, in finali del livello che si presume debba avere una World League, è invece facile che anche un 3-1 possa durare più di due ore e che quando si arriva al tie-break, la durata sfora avvicinando addirittura le due ore e mezza o anche più di gioco. Da quando Ruben Acosta non è più presidente della Federazione Internazionale, sembra che tutti i progressi, a volte anche discussi, tutte le novità regolamentari tese a comprimere la durata del gioco, piano piano si annullino, ripostando la situazione nel punto critico che aveva fremato l’espansione della pallavolo. L’eccessiva durata delle partite, l’impossibilità di avere orari precisi. Problematiche da cui derivavano le difficoltà di avere dirette televisive e ampi spazi mediatici.
     Inizialmente, con il Rally Point System che aveva abolito il cambio palla e portato a da 15 a 25 i punti necessari per vincere un set aveva prodotto benefici. Poi pian piano le partite si sono di nuovo allungate. Per i time out tecnici che si sono aggiunti a quelli discrezionali. Per il Challenge, ovvero la verifica video richiesta dalle squadre per azioni contestate, che gli arbitri incaricati usano impiegando troppo tempo per valutare, creando lunghe attese e spezzettando il ritmo di gioco. L’aspetto negativo è anche anche la prossima settimana, nella fase finale del Grand Prix di volley femminile, ad Omaha negli Usa, è stato compilato un orario con gare alle 15 e alle 17 ora locale del Nebraska. Ma soprattutto che la Fivb non si sia posta il problema.

ROMA Come parcheggiare usando i cassonetti... La Yamaha parte male in via Trionfale


La Yamaha parte male in via Trionfale. Da settimane fervono i lavori per la suppongo imminente inaugurazione di una concessionaria, negli stessi locali anni fa occupati da altre concessionarie di automobili. A giudicare dal marchio, dalle auto (c'era Fiat Sereni) si passerà alle moto. A giudicare da come in coincidenza con i lavori sia cambiata la dislocazione dei cassonetti per la raccolta della carta, della plastica e metallo e della spazzatura, purtroppo si registra uno dei millanta episodi di inciviltà che ogni giorno accadono ormai a Roma.


Ognuno pensa di poter fare e fa come gli pare. Cassonetti dapprima allargati per far si che perpendicolarmente potesse parcheggiare una macchina, con altre auto parcheggiate parallelamente, così da ostacolare o impedire l'accesso agli stessi cassonetti. Del resto è notorio che in questa città i cassonetti servono soprattutto per poter parcheggiare un'auto accanto. Ma evidentemente non soddisfatti ancora degli spostamenti, coloro che si sono arrogati la licenza di cambiare gli spazi predisposti dall'Ama sono andati oltre. Ora i cassonetti, che prima dei lavori nell Salone erano tutti vicini, in fila, si sono allontanati di qualche decina di metri e non stanno più nemmeno come potete vederli in questa foto. Due, macchine in sosta, poi altri due. Insomma, per gettare la spazzatura bisogna farsi una passeggiatina. Ma del resto bisogna capire: giacchè si fa la fatica di spostare i cassonetti per poter parcheggiare, tanto vale spostarli come fa più comodo. E chissenefrega delle regole.





giovedì 16 luglio 2015

VOLLEY Al Maracanazinho è nata la stella Giannelli, l'Italia di scorta fa il "miracolo"

 http://www.corrieredellosport.it/news/volley/2015/07/16-2458506/world_league_-_fenomeno_giannelli_la_vittoria_della_volonta_/
 


Si dice sempre che gli italiani danno il meglio, nello sport, nei momenti di maggiore difficoltà. Ebbene la Nazionale di volley ha dato un orgoglioso colpo di spugna alle ultime convulse e tribolate giornate. Priva dei quattro azzurri rimandati a casa dal ct Berruto per aver tardato un rientro in hotel (Travica, Zaytsev, Sabbi, Randazzo) l'Italia d'amergenza mandata in campo ha saputo andare oltre ogni più ottimisticfa previsione, battendo la Serbia al termine di una gara vibrante e combattuta, conclusasi con un tie-break che il filotto al servizio di Giannelli ha subito tinto d'azzurro.
 Il teen ager del Trento ha confermato le sue eccezionali qualità tecniche e caratteriali. Non era semplice farsi carico di una squadra privata dei suoi abituali punti di riferimento, con Antonov e poi Massari (praticamente dei debuttanti a questi livelli) come schiacciatori aggiunti a Lanza. 
Giannelli ha retto l'urto con le responsabilità, ha dato tranquillità ai suoi attaccanti distribuendo il gioco tra Vettori e Lanza. Non si fanno queli ace a ripetizione del set decisivo se non si ha grande personalità e sicurezza nei propri mezzi, il coraggio di osare. Solo a pensarlo quel magnifico servizio "ad uscire" atterrato sullo spigolo, imprendibile per la ricezione serba, ci vuole talento fantasioso. Un gioiello autentico.
Tornato capitano, Birarelli ha dato la scossa nel terzo set, il momento più difficile per gli azzurri. Con la difesa (il libero Colaci semplicemente strepitoso), il muro, la voglia di vincere e di costruire una notte indimenticabile, la Nazionale ha regalato una soddisfazione enorme al ct Berruto, indipendentemente da quanto accadrà nella seconda partita, contro i campioni del Mondo della Polonia. 
Berruto aveva confessato di sperare che tutto l'accaduto si trasformasse da evento negativo in opportunità. E'quanto è successo al Maracanazinho, ancora una volta Palasport che segna tappe fondamentali del volley italiano. L'Italia è ancora viva, anche se orfana di nomi importanti e preziosi. E si scopre più ricca. Ma per un giorno almeno, può pensare solo a quanto è stata brava, dando ragione al suo ct che vede nella forza di volontà, nella voglia di vincere, le armi con cui la nazionale italiana può affrontare chiunque senza paure. I tifosi dell'Italvolley possono godersi questo trionfo inatteso e per questo ancora più bello. Senza lanciarsi in giudizi definitivi, ma con una rinfrancante iniezione di fiducia che farà bene a tutti. La Francia ha battuto il Brasile, l'Italia dimezzata la Serbia. La Final Six della World League, che ha tenuto a battesimo la rete tecnologica con i led e il campo con la prima linea di colore arancione più scuro, ha preso il via con tante sorprese.


ITALIA-SERBIA 3-2 (25-23, 14-25, 25-23, 20-25, 15-9)

SERBIA: Ivovic 12, Petric 13, Jovovic, Atanasijevic 26, Podrascanin 7, Lisinac 14, Rosic (L). Okolic, Kostic, Stankovic 2, U.Kovacevic 3, N. Kovacevic 1: Ne: Starovic, Majstorovic (L). All. Grbic
ITALIA: Birarelli 15, Mengozzi 10, Vettori 20, Giannelli 7, Lanza 20, Antonov 3, Colaci (L). Massari 5, Saitta, Nelli, Anzani 1. Ne: Botto, Giovi (L) All. Mauro Berruto
Arbitri: Turci (BRA), Zenovich (RUS)

martedì 14 luglio 2015

VOLLEY & MEDIA Zaytsev, Travica, notti brave e titolisti meno bravi...




Uno dei molti esempi quotidiani di cattivo giornalismo, autoreferenziato e che se ne infischia della realtà e dei lettori, è rappresentato dalla titolazione con cui alcuni giornali hanno superficialmente presentato ai loro lettori la vicenda dei quattro azzurri espulsi dalla Nazionale di volley a Rio de Janeiro. 
Parentesi. Come è noto le vittorie generano invidia, anche quando uno sport non riesce a vincere con la stessa frequenza a cui aveva abituato da oltre venticinque anni. Per cui l'episodio fornito dai quattro azzurri e dalla decisione del ct Berruto è stata un'occasione troppo ghiotta per sfogare frustrazioni, lanciarsi in parallelismi con altri sport e alimentando un campionario di superficialità sconcertante. 
Purtroppo ciò è anche il frutto del progressivo e inesorabile isolamento in cui è piombata la pallavolo, che politicamente non ha ritenuto opportuno proteggere i suoi fiori all'occhiello creando i presupposti perchè almeno nei grandi eventi le nazionali fossero seguite adeguatamente, come ad esempio fanno altre federazioni assai meno vincenti. Credo che non si sarebbe arrivati a questo punto, ad esempio, se i Mondiali avessero avuto più...testimoni.

Ma torniamo ai giornali di stamane. Se io (e come me tutti quelli che hanno avuto l’opportunità di visitare Rio de Janeiro) leggo di notte brava, a Rio de Janeiro, ripenso ai Mondiali del 1990 e a tante altre cose, personali e di squadra. Se associo la notte brava agli azzurri espulsi non mi viene da pensare che hanno “solo” tardato un rientro.
Ma per molti la realtà ormai non conta nulla se non è abbastanza urlata e gossippara. E chissenefrega se è tutto falso.
Titoli che non trovano riscontro negli articoli. Insomma, la notte sarà stata brava, la scelta di titolare in quel modo molto meno brava. Non è solo per questo ma indubbiamente anche per questo che i lettori dei giornali cartacei sono in continuo calo: la gente è quotidianamente presa in giro a vari livelli, almeno sul giornale che acquista o legge non vorrebbe essere presa per imbecille. E certi titoli fuorvianti, non sono aggressivi nel modo che consente di vendere più copie, sono soltanto e banalmente titoli sbagliati, frutto di una visione sbagliata del giornalismo. Come certifica il drammatico e pauroso calo delle copie vendute quotidianamente. Ma questa è solo la mia modesta opinione.

VOLLEY Espulsi dalla Nazionale, Zaytsev, Travica, Sabbi e Randazzo chiedono scusa

Zaytsev: Mi dispiace, ho tradito la fiducia di tutti
Vi chiedo scusa e vi spiego perché...
Ho sbagliato, ho infranto una regola, ho scelto di non rispettare l'orario di rientro fissato per 23:30 di sabato sera tornando in camera di fatto alle 2:30. Il conseguente allontanamento è stato duro, crudele da accettare ma assolutamente comprensibile e mi rimetto alla decisione presa da Mauro, lo Staff e la Federazione Italiana Pallavolo.
Ho tradito la loro fiducia, quella di tutti i compagni e non sono stato un esempio da seguire o imitare per voi che mi sostenete, ho da chiedere scusa a tutti e spero di poter ribadire personalmente, come già fatto a Rio, le mie scuse ai ragazzi, Mauro Berruto e il Presidente Carlo Magri. Inutile spiegare che non avevo minimamente immaginato le conseguenze ma non cerco alibi o attenuanti, mi sono fatto il mazzo fino ad ora per rientrare in forma, per dimostrare che potevo reggere l'ennesimo cambio di ruolo, sapete tutti che non ero affatto convinto di riuscire a farlo nei migliori dei modi ma avevo dato questa disponibilità e la possibilità a me stesso di provarci con ogni goccia di sudore in palestra e in campo.. E poi.. Poi mi sono dato la zappa sui piedi da solo.. Tanta fatica per giocare queste finali, mi sentivo bene, ero carico a molla, saltavo la rete, ero concentrato..
Mi dispiace davvero.. Faccio il tifo per i ragazzi che si sono comportati meglio di me e che ora devono ritrovare in poco tempo l'organizzazione degli ingranaggi per cui tanto avevamo lavorato.. Ma sono sicuro che gli Atleti che ci sostituiranno faranno un gran bene e sapranno dare una bella mano e un gran contributo alla squadra..
Ho mille emozioni nel cuore e non potevo non dirvi queste parole, ci metto la faccia, d'altronde sono fermamente convinto che assumersi le proprie responsabilità fosse doveroso come Uomo in primis, Atleta rappresentante dell'Italia, come compagno di squadra, marito e padre di famiglia, figlio e punto di riferimento per molti di voi.

Con estrema sincerità,
Ivan Zaytsev

Travica: Una leggerezza che un capitano non dovrebbe mai fare

"Sono appena rientrato a casa dal Brasile. Il viaggio è stato molto lungo e insonne. Queste parole per ammettere di aver commesso una leggerezza, un'ingenuità che un professionista, per di più capitano di una squadra, non dovrebbe mai fare, soprattutto quando si gira il mondo a rappresentare il proprio paese. Mi dispiace profondamente per la situazione che si sta venendo a creare, ma mi sento abbastanza maturo e forte per sopportare ogni tipo di giudizio. Non servono giustificazioni, prese di posizione, vittimismi, non è nel mio stile. Mi prendo tutto quello che c'è da prendere. Perchè è giusto così. Mi dispiace soprattutto per chi ci sostiene e per chi ci ha sempre seguito con tanto affetto. Voi siete i primi che non meritate tutto ciò.
Forza Azzurri...
Dragan Travica


Sabbi: Ho commesso un errore gravissimo
 

"Nella vita capita a tutti, chi più chi meno, di commettere degli errori!! Ed essendo un atleta professionista in rappresentanza di un Paese, ne ho commesso uno gravissimo.
Accetto giustamente tutte le critiche del caso.
Chiedendo scusa a tutto il movimento pallavolistico, compresa la mia società di appartenenza, per il brutto esempio dato!!"

Giulio Sabbi


 Randazzo: Ho commesso un errore, giusto che paghi
Dopo due notti insonni e sicuramente a mente un po piu lucida, sono qui a scrivere una lettera di scuse a tutto il movimento pallavolo che sicuramente non merita tutta la cattiva pubblicità che è stata fatta finora...dalla Federazione Italiana Pallavolo a tutta la gente che ci segue e ci sostiene sempre con passione.
Ho sicuramente commesso un errore ed è giusto che io paghi per quanto accaduto. Siamo giocatori professionisti e questi errori non sono tollerabili in alcun modo sopratutto indossando una maglia che rappresenta un paese intero. Sono molto dispiaciuto e rammaricato per aver tradito la fiducia di persone che hanno creduto in me e di essere stato un cattivo esempio per le persone che ci seguono.

Luigi Randazzo

sabato 11 luglio 2015

SOCIETA' La lezione della mamma di Federico Aldrovandi

http://www.federicoaldrovandi.it/io-ci-sto-male-per-loro-e-un-mestiere/


Non aggiungo commenti, segnalare queste dolorose, coraggiose parole che nascono dalla sofferenza di una mamma (che idealmente abbraccio), di una persona, è un dovere. Leggerle per imparare. Leggere condividendo il disgusto di chi può solo sottrarsi alla condivisione forzata di momenti imposti, avendo appreso che la Giustizia non è di questo Paese, quando un normale cittadino si scontra con il Potere e le sue mille forme, siano politiche, siano in divisa. Una vergogna per tutti i cittadini onesti e per tutti coloro che invece indossano uniformi credendo nella loro missione, senza distorsioni illegali.

Io ci sto male, per loro è un mestiere.


Perché rimetto le querele contro Paolo Forlani, Franco Maccari e Carlo Giovanardi
Ho perso Federico che aveva 18 anni la notte del 25 settembre di dieci anni fa per l’azione scellerata di quattro poliziotti che vestivano una divisa dello stato, e forti di quella divisa hanno infierito su mio figlio fino a farlo morire. Non avrebbero mai più dovuto indossarla.
I giudici hanno riconosciuto l’estrema violenza, l’assurda esigenza di “vincere” Federico, e una mancanza di valutazione – da parte di quei quattro agenti – al di fuori da ogni criterio di senso comune, logico, giuridico e umanitario.
Non dovevano più indossare quella divisa: nessuno può indossare una divisa dello stato se pensa che sia giusto o lecito uccidere.  O se pensa che magari non si dovrebbe, ma ogni tanto può succedere, e allora fa lo stesso, il tutto verrà ben coperto. Con la speranza che il sospetto di una morte insensata, inutile e violenta scivoli via fra la rassicurante verità di carte col timbro dello Stato, di fronte alle quali tutti si dovrebbero rassegnare. E poi con quella stessa divisa si continuerà a chiedere il rispetto di quello stesso Stato: che però sarà inevitabilmente più debole e colpevole. Come un padre ubriaco che ha picchiato e ucciso i suoi figli.
Il delitto è stato accertato, le sentenze per omicidio emesse. Invece le divise restano sulle spalle dei condannati fino alla pensione. Fine del discorso.
L’orrore e gli errori, con la morte e dopo la morte di Federico. La mancanza di provvedimenti non guarda al futuro, non protegge i diritti e la vita: non tutela nemmeno l’onestà delle forze dell’ordine.
Alla fine del percorso giudiziario che ha condannato gli agenti tutto ciò ora mi è ben chiaro: ed è il messaggio che voglio continuare a consegnare alla politica e all’amministrazione del mio Paese.
Dopo la morte di Federico, abbiamo dovuto difendere la sua vita vissuta e la sua dignità assurdamente minacciate. Era pazzesco, sembrava il processo contro Federico.
Ho chiesto risposte alla giustizia e la giustizia ha riconosciuto che Federico non doveva morire così.
Il processo è stato per me, mio marito Lino e mio figlio Stefano una fatica atroce, ma era necessario prendervi parte e lottare ad ogni udienza: ci ha sostenuti l’amore per Federico.
Su quel processo e da quel processo in tanti hanno espresso un’opinione. E’ stato un modo per crescere.
Alcuni hanno colto l’occasione per offendere me, Federico e la nostra famiglia. Qualcuno l’ha fatto per quella che ritengo gratuita sciatteria e volgarità, altri per disegni politici volti a negare o a sminuire la responsabilità per la morte di Federico.
Avevo chiesto alla giustizia di tutelarci ancora. In quel momento era l’unica strada, e non me ne pento.
Sono passati due anni dai fatti per cui ho sporto querela. Ci sono state le reazioni pubbliche e anche quelle politiche. Però poi non è cambiato niente.
Ho riflettuto a lungo e ho maturato la decisione di dismettere questa richiesta alle Procure e ai Tribunali: non perché non mi ritenga offesa da chi ha stoltamente proclamato la falsità delle foto di mio figlio sul lettino di obitorio, di chi ha definito mio figlio un “cucciolo di maiale”, o da chi mi ha insultata, diffamata e definita faccia da culo falsa e avvoltoio.
Non dimenticherò mai le offese che mi ha rivolto Paolo Forlani dopo la sentenza della Cassazione: è stati lui, sconosciuto e violento, ad appropriarsi degli ultimi istanti di vita di mio figlio. Le sue offese pubbliche, arroganti e spavalde le ho vissute come lo sputo sprezzante sul corpo di mio figlio. E lo stesso sapore ha ogni applauso dedicato a quei quattro poliziotti. Applausi compiaciuti, applausi alla morte, applausi di morte. Per me non sono nulla di diverso.
Rappresentano un modo di pensare molto diverso dal mio.
Non sarà una sentenza di condanna per diffamazione a fare la differenza nel loro atteggiamento.
Rifiuto di mantenere questo livello basato su bugie e provocazioni per ferirmi ancora e costringermi a rapportarmi con loro. Io ci sto male, per loro – credo di capire – è un mestiere.
Forlani e i suoi colleghi li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.
Un onore che avrebbero minimamente potuto rivendicare se da uomini, cittadini, pubblici ufficiali e servitori dello Stato, coloro che hanno ucciso mio figlio e coloro che li hanno sostenuti avessero raccontato la verità su cosa era successo quella notte, e non invece le menzogne accertate dietro alle quali si sono nascosti prima, durante e dopo il processo, cercando di negare anche l’esistenza di quella mezzora in cui erano stati a contatto con Federico prima dei suoi ultimi respiri.
Da Forlani e dai suoi colleghi avrei voluto in quest’ultimo processo solo la semplice verità, tutta.
Chi ha ucciso Federico sa perfettamente quale strazio sta dando ad una madre, un padre e un fratello privandoli della piena verità dopo avergli strappato il loro figlio e fratello. Nessun onore di indossare la divisa dello stato, nessun onore.
E nessun onore neanche a chi da dieci anni cerca nella morte di mio figlio l’occasione per dire che in fondo andava bene così: i poliziotti non possono aver sbagliato, in fondo deve essere stata colpa di Federico se è morto in quel modo a 18 anni.
Costruite pure su questo le vostre carriere e la vostra visibilità. Dite pure, da oggi in poi, che il mio silenzio è la vostra vittoria. Muscoli, volantini, telecamere, libri, convegni e applausi. Per dire che non c’è stato nessun problema il 25 settembre 2005. E per convincere voi stessi e il vostro pubblico che il problema l’hanno creato solo Federico Aldrovandi e sua madre Patrizia Moretti.
Vi esorto soltanto, da bravi cattolici quali vi dichiarate, a ricordare il quinto comandamento: non uccidere.
Non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Mi voglio sottrarre a questo stillicidio: una fatica soltanto mia che nulla aggiungerebbe utilmente e concretamente a nessuno se non alla loro ansia di visibilità. Trovo stancante anche pronunciare i loro nomi. Inutile commentare le loro dichiarazioni pubbliche.
A dieci anni dalla morte di Federico per il mio ruolo di madre, ma anche per le mie aspirazioni e per la mia attuale visione del mondo, penso che il dedicare anche solo alcuni minuti a persone che disprezzo sia un’imperdonabile perdita di tempo. Non voglio più doverli vedere né ascoltare o parlare di loro.
Perciò ritirerò le querele ancora in corso.
Non lo faccio perché mi è venuta meno la fiducia nella giustizia, ma dieci anni sono troppi, ed è il momento di dire basta.
Non è il perdono, d’altra parte nessuno mi ha mai chiesto scusa, ma prendere atto che per me andare avanti nelle azioni giudiziarie rappresenta soltanto un doloroso e inutile accanimento.
Ritiro le querele perché sono convinta che una sentenza di condanna non potrebbe cambiare persone che  – da quanto capisco – costruiscono la loro carriera sull’aggressività e sul rancore.
Non ci potrà mai essere un dialogo costruttivo, perciò addio.
Questo non significa che verrà meno il mio impegno di cittadina per contribuire a rendere questo paese un po’ più civile, e questo impegno mi vedrà come sempre a fianco dell’associazione degli amici di Federico per l’introduzione del reato di tortura e ogni altra forma di trasparenza e giustizia.
C’è molta strada da fare: confronti, discussioni, leggi giuste. Bisogna affrontare il problema degli abusi in divisa in modo costruttivo.
Le parole e le espressioni contro Federico, contro me e la nostra famiglia le lascio alla valutazione in coscienza di chi ha avuto il coraggio di dirle. E soprattutto alla valutazione di chi se le ricorda. Io ne conservo solo il disprezzo.
Per me l’onore è un’altra cosa.
L’onore appartiene a chi ha cercato di capire, a chi ha ascoltato la coscienza e a chi ha fatto professionalmente il proprio dovere, a chi ha messo il cuore e l’arte oltre quel muro di gomma costruito attorno all’omicidio di Federico, a tutti coloro che gli dedicano un pensiero, un rimpianto, gli mandano un bacio.
Sono queste le persone che ringrazierò sempre, è grazie a loro che Federico è stato restituito al suo onore di figlio, fratello, amico, ragazzo che voleva vivere, e tornare a casa.
Patrizia Moretti

ATLETICA La Procura Antidoping non ha creduto a Schwazer: niente sconto di pena

 http://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/atletica/2015/07/11-2339972/atletica_non_ci_sara_lo_sconto_per_schwazer/

Sul Corriere dello Sport


La Procura Antidoping del Coni non ha ritenuto Alex Schwazer meritevole di uno sconto di pena, minimo o congruo che fosse. Nel trasmettere le sue valutazioni alla Wada (l'agenzia mondiale dell'antidoping) e alla Iaaf (la Federazione internazionale di atletica leggera) la Procura ha negato ogni minimo sconto, assicurando che se anche Wada e Iaaf dovessero invece accogliere la richiesta dell'atleta, il periodo di sconto non potrà essere superiore ai tre mesi. Ma per ragioni varie è assai improbabile che Wada e Iaaf decidano di applicare una riduzione della sanzione, contraddicendo la linea dettata dalla Procura del Coni. La squalifica del marciatore altoatesino si concluderà il 29 aprile del 2016, i tempi previsti dalla Fidal per conquistare un posto tra i marciatori che disputeranno l'Olimpiade di Rio de Janeiro 2016, prevedono che il tempo limite e competitivo sia realizzato entro la fine del 2015. 
Partecipare ai Giochi di Rio era una speranza che Alex coltivava, pur con la consapevolezza che sarebbe stato difficile scalfire il muro che si è trovato dinanzi anche quando ha deciso di prendere una strada diversa, raccontando i fatti di cui era stato protagonista prima che fosse scoperta la sua positività all'Epo. E riprendendo ad allenarsi in modo trasparente, seguito da Sandro Donati (con la collaborazione di Mario De Benedictis) e da un'equipe medico-scientifica che lo segue senza vincoli nè restrizioni. 
La Procura Antidoping ha registrato il suo memoriale, ha ascoltato i fatti che ha raccontato, spiegando le modalità degli incontri con il medico inibito dal Coni, Michele Ferrari, illustrando le posizioni e i comportamenti dei medici della Fidal Pierluigi Fiorella e Giuseppe Fischetto. Dichiarazioni che il Tribunale Penale di Bolzano ha giudicato in maniera opposta alla Procura Antidoping del Coni: se ne riparlerà da martedì, quando si riaprirà il processo ai medici.
 
Una cosa è certa, l'aver deciso di raccontare tutto, portando alla luce il sistema vigente all'epoca, la condotta di alcuni medici, attraverso fatti, incongruenze, episodi vissuti personalmente da Schwazer non ha avuto alcun valore per il tribunale sportivo, che ha dimostrato di non credergli (come invece ha fatto il Tribunale di Bolzano). 

Il messaggio che passa è che il pentitismo nello sport italiano non è considerato come un passo importante per far luce sul doping e punire i corresponsabili. Riconoscere a Schwazer uno sconto di pena, anche minimo, poteva aprire una strada importante per il futuro, evitando che come al solito fossero solo gli atleti a pagare. Il mancato riconoscimento della Procura Antidoping si può interpretare invece come un'occasione mancata, un segnale che scoraggia gli atleti dopati a pentirsi ed a far luce sulla rete di rapporti e situazioni che alimentano il fenomeno doping.

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L'avvocato di Alex Schwazer, Gerhard Brandstaetter, ha precisato quanto segue.
«L'istanza di riduzione della sospensione all'attività agonistica non è stata respinta e a decidere sarà il Tribunale Antidoping presso il Coni; la Procura ha semplicemente formulato una proposta contro tale richiesta dichiarando peraltro in subordine che non si opporrebbe ad una riduzione di mesi 3. Si attendono ora i pareri di Wada e Iaaf e la decisione del Tribunale che tengano conto del comportamento e della collaborazione costruttiva di Alex Schwazer».
Avvocato Gerhard Brandstaetter


Legittima l'intenzione di non arrendersi e di sperare ancora in Wada, Iaaf e nel Tribunale Antidoping presso il Coni, ma la valenza della presa di posizione della Procura non è semplicemente una proposta ma qualcosa di più. Come il lunghissimo tempo, ben oltre i suggerimenti previsti dai regolamenti in materia, che si è atteso prima di formulare la proposta negativa. Visto che la Procura non ha creduto a Schwazer, tanto valeva dirlo in fretta... Le sintesi giornalistiche sono state non a caso concordi nel valutare e considerare ciò che ha caratterizzato questa proposta e quanto con ogni probabilità avverrà in sede sportiva. Poi c'è il Tribunale di Bolzano, se il processo contro i medici Fiorella e Fischetto ripartirà martedì. E sarà imbarazzante se le valutazioni degli stessi fatti risulteranno ancora opposte.

mercoledì 8 luglio 2015

SOCIETA' & COMUNICAZIONE La banda larga si guasta come quella...stretta

http://www.primaonline.it/2015/07/07/207944/larretratezza-dellitalia-rispetto-allue-nella-banda-ultralarga-il-crollo-delleditoria-tra-i-media-e-della-pubblicita-la-necessita-di-una-riforma-rai-complessiva-con-un-canone-piu-equo-l/?utm_source=Primaonline+Report&utm_campaign=0c4d33703b-Prima_Pagina10_22_2014&utm_medium=email&utm_term=0_971801ff87-0c4d33703b-266498513


 (ANSA) Gli indicatori della banda ultralarga in Italia “presentano un grado di arretratezza preoccupante rispetto all’Europa”. Lo afferma il presidente dell’Agcom, Angelo Marcello Cardani, nella Relazione al Parlamento. L’Italia registra infatti un livello di copertura del 36% contro il 68% dell’Ue-28; in alcune zone c’è “totale assenza” di queste reti.

Non c'è da stupirsi del dato reso noto ieri nella relazione annuale dell'Agcom. Piuttosto cìè da chiedersi cosa faccia lo stato per rendere più trasparente i servizi legati al web e alla telefonia, notoriamente i più cari e meno efficienti. 
Parto dalla mia esperienza personale, contratto Telecom wi fi adsl.
In dodici mesi annuali, nel 2014, per circa due mesi a più riprese, a tranche da settimane, decine di giorni, la linea non ha proprio funzionato. Lavoro che salta, stress, incertezza sulla natura dei guasti e sui tempi di ripristino. Presunti rimborsi per il disservizio che non si riesce nemmeno a sapere se sono stati effettuati o meno. Call center che in media per ogni operatore competente, che sa di cosa parla, ce ne sono cinque di altre tipologie: zitella acida, strafottente che non capisce niente, che non capisce l'italiano, che chiama dall'Albania con una linea che sembra provenire dal mare in tempesta, nel senso che si sente il rumore del vento e dell'acqua.
Come si fa ad accettare una proposta di fibra ottica in queste condizioni? Si paga per una velocità e al primo guasto o alla prima verifica si scopre che ce  ne viene in realtà garantita un'altra, più lenta ovviamente.
Mesi fa, esasperato per i continui e lunghi guasti, chiesi: ma con la fibra ottica, ovviamente molto più costosa, risolverei queste problematiche?
 "In verità, assolutamente no signore. Se c'è un guasto c'è un guasto, anche sulla fibra ottica". Fu la risposta.
Ecco perchè, lo dico anche all'Agcom e alla Telecom, io non ho ancora ceduto alla tentazione costosa della fibra ottica, indubbiamente molto efficace se funziona. Ma spendere ancora di più per una linea che mi lascia ugualmente senza connessione è una sciocchezza che non faccio. Resto ancora utente NONLACOM(pro).
Poi ci fanno credere che tutto si deve usare con la connessione: ascoltare musica, vedere i film, navigare on line. Ne riparliamo se e quando gli operatori e le linee saranno più affidabili...


sabato 4 luglio 2015

VOLLEY Fivb sveglia! I divieti della Turchia vanno vietati


Andare in Turchia per seguire giornalisticamente una manifestazione sportiva, significa non poter lavorare come di consueto, come le nuove tecnologie e i new media hanno ormai costretto la stampa di tutto il mondo. Le problematiche accese dall'attuale governo turco sono ben note e vanno ben oltre questo sopruso. Ma va ugualmente segnalato: nel Palasport che ospita il Grand Prix di pallavolo, assegnato a Istanbul dalla Fivb, non si possono vedere i filmati di you tube nè usare il motore di ricerca Google. Gli stessi canali che il volley utilizza per promuoversi e per far parlare di volley tutto il mondo e i suoi appassionati. Cara Fivb, cara Cev, finchè questa è la situazione, alla Turchia (e a tutti i Paesi che si comportano così o peggio) non va data alcuna organizzazione di eventi internazionali ed europei. 
Non si può sempre far finta di nulla, legittimare con il silenzio assenso, queste restrizioni. La Turchia vuole oscurare? Lo faccia, ma allora ne paghi anche le conseguenze: non organizzi nulla perchè il mondo, in questo caso sportivo, non deve assoggettarsi a queste dittature mediatiche.
Chi si riempie la bocca con i valori dello sport, dovrebbe fare qualcosa di concreto laddove vengono calpestati ed ignorati. Ma del resto cosa ci si può attendere? Se il Cio ha dato un'Olimpiade alla Cina... Visto quante cose sono cambiate in Cina dopo Pechino 2008? Se non lo sapete, andate a chiedere a tutti coloro che sono ancora in galera per aver scritto articoli, libri, diretto film.

giovedì 2 luglio 2015

SPORT Le divise per Rio 2016 con un...7 troppo invadente. E dove è finito l'azzurro?

Nel nome dello sponsor... Sono state presentate le divise della Nazionale dello sport italiano che andrà a Rio 2016 per l'Olimpiade. Divise realizzate dallo stilista Giorgio Armani, che si era già occupato di quelle, belle, per Londra 2012.

Anche a Rio l'Italia sfoggerà semplicità ed eleganza in quasi tutte le sue tenute sportive. 
Ma pure stavolta si tradisce il nostro colore portante, l'azzurro. Ad Armani l'azzurro non deve proprio piacere. Lo si era capito guardando le divise per London 2012, lo si conferma dinanzi a queste per Rio 2016. Armani preferisce il blu, che nelle maglie delle varie squadre è una delle tre abituali opzioni: azzurro, bianco, blu. Ma evidentemente lo stilista ha avuto carta bianca e nessun input protettivo da parte del Coni sulla salvaguardia del colore azzurro che dà il nome ai nostri atleti.

Quella che invece trovo insopportabile è l'invadenza del marchio EA7 di Armani, che già campeggia orribilmente (ma questo è solo il mio gusto personale, aborrivo anche le scritte giganti nodello FIAT lanciate da Lapo Elkann...) sulle divise rosse della sua squadra milanese di basket. Nei panni del Coni non avrei permesso che quel 7 campeggiasse in quel modo sulla tuta olimpica. Un conto un piccolo logo, ben altro un numero gigantesco mascherato dalla geometria orizzontale che sposa la verticale. Brutte, semplicemente brutte e inopportune. Almeno quanto sono invece belle e di classe le altre magliette disegnate da Armani. Ma per rivedere l'azzurro sulle divise dovremo attendere... Roma 2024?

VOLLEY La Fipav e le Nazionali poco...EXPOste


Le diverse problematiche e i crescenti problemi che hanno investito e messo in forte discussione il rapporto tra la pallavolo italiana e la sua visibilità sui media tradizionali, hanno evidenziato la sostanziale incapacità di una Fipav spostatasi politicamente sempre più a Nord, di comprendere e fronteggiare la nuova realtà. Senza allargare troppo il discorso, per ora, non si può non evidenziare le lacune della politica stagionale riguardante le due Nazionali, quella maschile del ct Mauro Berruto e quella femminile del ct Marco Bonitta.
Nessuna delle due ha avuto la classica ribalta per propiziare il tradizionale incontro programmatico di avvio stagione, illustrare finalità e azioni future, un dialogo. Si è deciso di accomunarle in  una sede come l'Expo milanese, un calderone fine a se stesso che ha avuto un riscontro minimo sugli organi di informazioni.
Ormai lo sanno anche gli analfabeti della comunicazione che sommando due avvenimenti nello stesso momento lo spazio si divide e non si raddoppia. 
Forse in quell'occasione anche la decisione del ct di cambiare capitano, da Birarelli a Travica, avrebbe potuto essere portata a conoscenza del mondo del volley, e spiegata, come accaduto in passato in occasioni analoghe. 
Ma questa ignoranza sul fronte della comunicazione non stupisce più di tanto. I segnali al riguardo non sono certo mancati negli ultimi tempi, da quando chi riveste ruoli importanti ha pensato (a torto) di avere anche le qualità per i media e il marketing, o comunque di potersene e doversene occupare. Del resto cosa ci si può aspettare da una Federazione che affossa la sua migliore idea di comunicazione tra vertice e base, solo per assecondare logiche conflittuali interne?
Ma a pensarci bene c'è da credere che di marketing non si occupi nessuno, altrimenti non si spiegherebbe, ad esempio, il silenzio assoluto sulla nuova maglia della Nazionale. In altri tempi si sarebbe celebrata in pompa magna la nuova divisa, peraltro realmente nuova in quanto per la prima volta a canotta e senza maniche, scelta che altre nazionali avevano operato da tempo. Ha esordito al Foro Italico, nella partita col Brasile, senza essere stata annunciata e pubblicizzata. Un'occasione persa. Per la Nazionale, per la Federazione, per gli sponsor. Basta pensare al rilievo che poche stagioni orsono ebbe la nuova maglia degli arbitri o la stessa maglia azzurra all'ingresso del nuovo sponsor CRAI.
Insomma, quest'estate le Nazionali di volley in presentazione sono state decisamente poco...EXPOste.

CINEMA Se Dio vuole



Per ridere si ride anche, se Dio vuole o chi per Lui, Una commedia che regge sui protagonisti per imbastire una storia improbabile per far ridere magari pensandoci un po' su. Commedia buonista, sicuramente ma non basta il finale per regalarle un ruolo diverso, per farla restare nella mente, elevandola dal clichè dei film carini, simpatici, divertenti anche entro certi limiti, ma penalizzati da situazioni e trame al di fuori dalla realtà.
Ecco, il difetto che resta appiccicato anche a Se Dio vuole. Piegare la verosimiglianza e il realismo della storia, alle esigenze della risata, della commedia a tutti i costi Far fare ai personaggi cose che nella realtà non si fanno, non esistono o non sono possibili.
E poi i clichè. Quanti clichè. Marco Giallini chirurgo scontroso e sarcastico passa dal ruolo di un papà all'altro: se in Tutta colpa di Freud era psicanalista e gli toccava comprendere tre figlie femmine, stavolta ha un figlio che crede in un modo ma poi si rivela altro, più d'una volta, e che accende il motore della bizzarra storia del film.
Laura Morante, indovinate un po', esplora con una perizia affinata in almeno una decina di film, l'ormai abituale ruolo di moglie insoddisfatta, frustrata, lievemente isterica tra uno sfogo e un sorso d'alcool. Quindi Alessandro Gassman, che anche quando veste i panni ecclesiastici è sempre lui, un prete dinamico, alternativo, affabulatore sopra le righe ancorchè con simpatia. Il film lì per lì diverte, risate le conquista. Però...
Però quando in sala le luci si accendono rimane una commediola italiana ambiziosa nei temi che sfiora, abbozza senza approfondire troppo. Un'occasione mancata? Per ciò che poteva essere una storia del genere, un po' si. Certo, centomila volte meglio dei cinepanettoni, ma se solo si cercasse di osare un po' di più...