Google+ Badge

lunedì 24 agosto 2015

ATLETICA Bolt re dei re dello sprint, più grande anche di Carl Lewis

Già due anni fa, in occasione dei Mondiali di Mosca, inevitabilmente il paragone tra due miti dello sprint si affacciava inesorabile e tutto sommato abbastanza inutile. Epoche diverse che abbracciano oltre trent’anni di atletica, dal primo Mondiale di Helsinki nel segno di Carl Lewis, a quelli di Mosca e Pechino, apertisi con l’ennesimo lampo di Bolt. Ma se due anni fa in Russia l'oro di Usain era più che atteso, quello strappato con il tutto tempestivo sul traguardo, a beffare Justin Gatlin, è stato accolto come un evento quasi inatteso. Lewis e Bolt, due grandi campioni, simili per la serietà nel modo di intendere l’atletica, diversi per quasi tutto il resto. E nel tutto ci sono un'infinità di cose.
Carl Lewis, statunitense di colore nato nell’Alabama all’alba degli Anni Sessanta, in un periodo ancora caldo della interminabile battaglia per la completa integrazione con i bianchi. Bolt, nero nato (nel 1986, quando Carl era già diventato campione olimpico) in un paesino della Giamaica e cresciuto lontano da certe problematiche politiche.
Carl ha vinto medaglie spaziando dai 100 al salto in lungo, che iniziò a praticare fin da piccolo, con 200 e 4x100 ad irrobustire le sue possibilità di fare incetta di allori. Saltando, si fece notare per la sua velocità e così si catapultò anche nello sprint. Con un difetto che è lo stesso di Usain: la non eccelsa abilità nella fase di partenza, per via delle gambe lunghe (Carl è alto 1,91, solo quattro centimetri meno di Bolt).
Bolt ha illuminato molto spesso le sue medaglie con i record. Dopo la sua prima gara dei Mondiali pechinesi, il suo score è arrivato a 11 medaglie mondiali, 9 d'oro e due d'argento, da aggiungere ai sei ori olimpici. Semplicemente stratosferico.
Carl ne ha firmati quattro (due+due) sui 100 di record e chiuse la sua carriera a 3 centesimi da Mennea sui 200. Col rammarico di non essere riuscito a succedere al mitico Beamon. In quella magica notte di Tokyo (30 agosto 1991), quel mattacchione di Powell atterrò a 8,95 nel lungo rubandogli il suo sogno prediletto e la medaglia d’oro. Dovette accontentarsi, quell'anno in quei fantastici mondiali, dell'oro con record (9.86) davanti a Leroy Burrell, preceduto di soli due centesimi. Oltre all'annuale primato mondiale con la 4x100.
Carl Lewis è stato la stella di un atletica che in quegli anni stava vivendo il periodo di massimo fulgore, sotto la spinta dell’allora presidente Primo Nebiolo. Ma non era l’unico a brillare. Era il campionissimo poliedrico e carismatico, l’asso da mettere in copertina, ma dietro di lui non c’era il deserto. Basta ricordare Sergei Bubka.
A Bolt invece è stato consegnato lo scettro di salvatore mediatico di un’atletica non immune dalla crisi, acuita dal dilagare del fenomeno doping, che esisteva eccome anche ai tempi di Lewis, ma restava spesso nascosto. Lewis si trovò campione del mondo nell’87 a Roma e poi olimpico nell’88 a Seul, dopo la positività di Ben Johnson. Lui stesso però risultò dopato tre volte, ma la sua e altre positività furono coperte dal Comitato Olimpico statunitense. Bolt è stato chiacchierato molto, suo malgrado e si spera ingiustamente, per via delle acclarate positività di molti suoi rivali e connazionali. Fu attaccato dallo stesso Lewis, forse anche per una forma di gelosia. Ma finora è sempre risultato pulito. Pulito e vincente.

Lewis, sensibile ai dettami della moda e all’eleganza, fu uno dei primi campioni a cavalcare gli spot ed a portare il glamour e l'eleganza in pista: la sua pubblicità in tacchi a spillo per la Pirelli è risultata indimenticabile. Amava la musica e incise un singolo con la sua band, gli Electric Storm. Girava le piste di tutto il mondo come un re con la sua corte, il clan gli atleti del Santa Monica. Dove correva lui, c’erano loro. Usain è più solitario. Ha però il suo gruppo alle spalle, un entourage di cui si fida ciecamente: tutta gente che lo conosce da quando era ragazzo. Ma ciò che ha reso immensamente popolare Bolt è la sua straordinaria capacità di comunicare. L’aver portato il suo estro da rockstar nei rigidi canoni dell’atletica. E la gente è impazzita per lui. Fuori dalla pista è sintonizzato sulle passioni dei ragazzi della sua età: la musica (si diverte a fare il dj appena può) il ballo, le auto (distrazioni incluse), a volte ha voglia di marinare gli allenamenti. Carl Lewis divenne vegano e smise di mangiare carne, Usain Bolt va ghiotto delle ali di pollo fritte. Anche a tavola (e non solo...) Bolt è lontano da Lewis. Anche se poi a Pechino, Usain ha confessato di fare attenzione all'alimentazione, indicandola come uno dei modi per mantenersi atleta, magari non quotidianamente ma nella maggior parte del tempo.
Anche Pietro Mennea, sollecitato sull'argomento, si espresse con chiarezza: "Usain Bolt è il più grande sprinter di sempre". E se l'ha detto Pietro...

@vistodalbasso



 


ROMA Discarica e salottino a cielo aperto, incivili questi cittadini

 http://leandrodesanctis.blogspot.it/2015/08/roma-via-sangemini-si-taglia-un-albero.html

Roma è sempre più sporca, Capitale di nuovo decadente e degradata. Il combinato tra malgoverno di ogni colore e inciviltà dei singoli cittadini è un micidiale cocktail dal quale non ci si salva.
Esempi quotidiani si moltiplicano in ogni quartiere. Da qualche giorno, ad esempio, il muretto accanto al cortile della Parrocchia San Francesco (via Sangemini, a pochi metri dalla casetta dove viveva il compianto Giorgio) che in altri decenni era teatro di avvincenti partite di calcio tra i bambini che ebbero la fortuna di poter usare quel campetto di cemento, è spuntato una specie di salottino sui generis. Un mobiletto (un comodino?) una poltrona che subito ha sospitato sacchetti di spazzatura. Altro che salottino, ovviamente, solo l'ennesimo esempio di maleducazione che affligge troppa gente. Basterebbe una telefonata per far portare via gratuitamente i mobili dismessi ma si preferisce lordare la città, la strada, il quartiere. Naturalmente agendo di notte, nella settimana d'agosto meno affollata. Non azzardo ipotesi su quanto tenpo passerà prima che quello schifo venga rimosso, o su quanta altra spazzatura vi troverà posto (comincia uno zozzone, gli altri seguono a ruota...). Al riguardo, una delle foto di questi post testimonia come dopo circa un mese, l'albero tagliato dal Comune e dalla Polizia Munucipale sia ancora al suo posto, via Sangemini angolo via Stresa e via Molveno. Una ventina di giorni fa era arrivata un'auto della Municipale, sono scesi due agenti, hanno guardato. Pensai che finalmente il Comune si era attivato per rimuovere. Mi sbagliavo, l'albero caduto, il cartello stradale divelto, i nastri di colore giallo e di colore biancorosso sono ancora lì.  

@vistodalbasso



domenica 23 agosto 2015

CALCIO Juve, falsa partenza. Ciak, si gioca: ma il regista dov'è?


 Cominciare perdendo in casa dopo 40 risultati utili  al debutto casalingo (33 successi, 7 pareggi) e con la prospettiva di dover esordire in trasferta allo Stadio Olimpico contro la Roma rende davvero complicato il campionato della Juventus. Una partita strana, quella persa contro l'Udinese (0-1), anche senza scomodare il ricordo dell'ultimo 0-1 subito all'esordio (a Bari, dalla Juve di Del Neri). Lo 0-0 sarebbe andato abbastanza stretto, considerando il primo tempo che ha visto i friuliani sempre lontani dall'area bianconera, ma ad un certo punto della ripresa, quando gli attacchi disordinati e non abbastanza decisi, dei campioni d'Italia, non sortivano altro che confusione e... quasi occasioni da rete, l'idea della beffa è balenata. Quindi sorpresa ma fino ad un certo punto il gol di Thereau, nella prima vera azione offensiva, che ha colto colpevolmente impreparata la retroguardia juventina. Un gol figlio della consapevolezza che l'Udinese ha acquisito nel secondo tempo, quando Colantuono ha spedito in campo Zapata e Konè, intuendo che forse poteva perfino scapparci qualcosina più del punto che stava costruendo difendendosi.
Eppure non era stata una Juventus disastrosa, anche se macchiatasi di troppi errori in ogni zona della metà campo avversaria.
La sconfitta dovrebbe far riflettere, ammesso che l'ultima settimana di mercato possa essere utilizzata nel migliore dei modi, prendendo ciò che davvero manca. Penso che l'assenza decisiva di oggi sia stata quella di Marchisio, perchè alla Juve è mancata una regia affidabile, lucida e produttiva. Nè Padoin, nè Pogba sono riusciti a non far rimpiangere un costruttore di gioco reale. Per loro demerito ma non solo, perchè in attacco Mandzukic non ne ha azzeccata una. Colpevolmente ignorato da Evra, nel primo tempo, che da sinistra continuava a spedire palloni rasoterra invece che per la sua testa. Ma poi anche quando ha avuto la palla buona tra i piedi, l'ha ciccata. Insomma, non era giornata e lo si è capito subito. Non si è di conseguenza capito perchè Allegri non l'abbia sostituito con Llorente, lasciando in campo Coman, incompiuto ma rapido nel gioco stretto anche se pure lui mai concreto sotto porta. Pogba non ha avuto il passo del costruttore di gioco e si è perso troppo spesso nei suoi ghirigori, mancando anche un possibile gol per ritardato tentativo di tiro e facendosi scippare quantità industriali di palloni
Stigmatizzata la punizione da fuori area che Bonucci ha tolto a Pogba nella prima metà del primo tempo (con successiva discussione tra i due), mi chiedo perchè sia stato affidato a Pogba il compito di calciare i corner (compito che ha mal eseguito), ricordando alcuni suoi gol nati proprio dalla sua presenza in area su azioni da calcio d'angolo.
Col senno di poi, c'è da chiedersi perchè si sia atteso tanto per far giocare Dybala. Con lui sono nate azioni veloci che hanno messo in difficoltà l'Udinese. Ha dimostrato capacità di dialogo che avrebbero fatto comodo se disponibili dall'inizio. Ora il problema è che in assenza di Marchisio alla Juve manca un regista e non può essere che tocchi a Bonucci, Barzagli e Chiellini impostare.
Detto ciò, è insopportabile dover ascoltare in Tv un Pistocchi affermare che forse la Juve ha difettato di motivazioni dopo 4 scudetti consecutivi. Alla prima giornata!? Dopo una partita dominata per almeno 70 minuti?! Dopo aver subito un solo tiro dalla squadra avversaria.
Serve però una Juve meno leziosa e più decisa, questo sì, che torni a giocare da squadra con maggior cinismo e praticità. E quando Mandzukic non è in giornata, bisogna ricordarsi di avere altri attaccanti in panchina e va sostituito. 
Se è bastata l'Udinese, e per un solo tempo, a imbrigliare una Juve senza regia, cosa accadrà contro squadre di maggior spessore o in Champions? Serve fosforo a centrocampo (ma se si avanza Bonucci si intacca la difesa granitica, la certezza su cui la Juve ha cistruito le sue vittorie negli ultimi quattro anni), non solo il tanto evocato trequartista.

@vistodalbasso


ATLETICA Bolt perde i 100 per gli esperti Tv. Poi però si è corsa la finale...e l'ha vinta

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2015/08/atletica-bolt-resta-re-dei-100-lusain.html

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2015/08/atletica-mondiali-di-pechino-perche.html
Appendice non maliziosa ma di cronaca, inevitabile. Dopo tre giorni di black out mediatico riesco a mettermi davanti alla tv dieci minuti prima della finale dei 100. Ascolto il prefinale ed è un susseguirsi di funerali anticipati del mito Bolt. Mi chiedo cosa sia successo tra batterie e semifinali, se Usain si è infortunato e partecipa per onor di firma, se è successo qualcosa che io ignoro e che indirizza con certezza il pronostico. Il fatto che il favorito d'obbligo stavolta fosse Gatlin era noto e perfino io ne ho scritto. Ascolto con sospetto, curiosità ed un presentimento, anche se sono le voci degli esperti che parlano, che pian piano si fa strada. Rammento un viaggio in treno, di ritorno da una finale scudetto di pallavolo (allora potevo seguirle professionalmente dal vivo) in un certo 5 maggio (indimenticabile) in uno scompartimento affollato da tifosi interisti festanti ed euforici mentre erano convinti di viaggiare verso Roma e verso uno scudetto ormai inevitabile. Quanti insulti ai tifosi juventini hanno ascoltato le mie orecchie in quello scompartimento. E più insultavano e più un pensiero, una certa speranza che pareva folle, si insinuava nella mente. Sarei curioso di rivederli nel viaggio di ritorno, pensai maliziosamente. 
Beh, quel giorno l'Inter non vinse lo scudetto, perchè all'Olimpico perse con la Lazio. 
Lo scudetto lo vinse la Juventus e anche se non vidi quel viaggio di ritorno, posso dire ugualmente che quel giorno si realizzò un sogno.
La telecronaca di ieri, il prima e quel che poi è successo, mi ha fatto venire in mente quella scherzosa presa in giro di Mazzarri dopo un Inter-Juve perso dai nerazzurri piuttosto nettamente.
"Mi spiace perchè eravamo assolutamente in partita - veniva fatto dire nello scherzo al tecnico interista - Poi l'arbitro ha fischiato l'inizio... E la Juve ha stravinto".
Ecco, ieri da Pechino è andata più o meno così. Per i commentatori della Rai la finale l'aveva vinta Gatlin, l'aveva persa Bolt. 
Poi però è iniziata la vera finale. E il campione del mondo dei 100 metri è Usain Bolt. 

@vistodalbasso 




ATLETICA Bolt resta re dei 100, l'Usain sicuro e i pronostici frettolosi

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2015/08/atletica-mondiali-di-pechino-perche.html


E' stata una bella giornata per tutti gli ammiratori di Usain Bolt (sbirciare il link in alto). A Pechino ha rivinto l'Usain sicuro, una fuoriserie che nemmeno tutti i problemi degli ultimi due anni e gli acciacchi che ne hanno condizionato pesantemente la preparazione sono riusciti ad imballare. Certo, non poteva essere il Bolt ammazzafinali. Non il fulmine che annienta gli avversari a tempo di record, ma non siamo lontani dal vero se proviamo ad azzardare che questa sarà considerata dal giamaicano la sua vittoria più bella. Sicuramente la più sofferta, coraggiosa, voluta. La meno certa di tutte le finali che ha corso trasformandole in oro. Ma nell'atletica conta andar forte nel momento giusto e a Pechino oggi si è avuta la conferma che l'atletica e lo sport non sono solo tempi, misure, pronostici. Tutt'altro. Il valore umano, con le sue variabili, l'imponderabilità delle emozioni che arrivano ad intaccare la forza delle gambe, la lucidità del cervello che si riflette sulla tattica di gara. Bolt si è ritrovato nel giorno che contava, nell'ora più importante, nell'attimo presente in cui Justin Gatlin si è di nuovo rimpiccolito nella sua ombra, risucchiato dalla sua rimonta, riassorbito dal suo sogno dorato scolorito nell'argento. Ha ragione Gatlin, che a dispetto di ciò che la maggior parte della gente pensa di lui ha sempre sostenuto con simpatia e rispetto il suo ruolo di nuovo monarca temporaneo dello sprint, nelle ultime due stagioni. Gatlin ha detto di essere comunque contento di esserci stato, della sua medaglia d'argento undici anni dopo il trionfo olimpico di Atene. Ed ha ragione, la sua longevità agonistica, macchiata o dovuta anche al doping, lo rende comunque ancora un vincente a 33 anni. Ma è innegabile che stavolta, mai come stavolta, il mondo avrebbe potuto essere suo.
Una medaglia d'oro che Bolt ha vinto con merito, coraggio e tenacia. Una medaglia d'oro che Gatlin ha perso mettendoci del suo, smarrendosi negli ultimi metri, materializzando incredibilmente il centesimo di distacco, il misero ma lunghissimo centesimo di secondo che ha irrobustito, se possibile, il mito di Bolt. Credo che Usain abbia iniziato a vincere la sua medaglia d'oro nel momento in cui ha accettato la sfida iridata di Pechino, ha rimesso in gioco tutto di fronte ad un rivale che pareva invincibile, pur non avendo la certezza di spuntarla.

mercoledì 19 agosto 2015

ATLETICA Mondiali di Pechino, perchè l'atletica tifa Bolt

Da quando Bolt è diventato...Bolt, è la prima volta che ci si avvicina ad un Mondiale non avendo Usain come grande e quasi unico favorito. I suoi infortuni e l'assenza di continuità su grandissime prestazioni da una parte, l'esplosione del trentatreenne statunitense Justin Gatlin dall'altra, imbattuto da un paio d'anni e stabilmente su tempi strabilianti, hanno scombussolato le abitudini. Stavolta arriva il Mondiale, si torna a Pechino dove la favola di Usain Bolt ebbe inizio per il mondo intero, e la storia dello sprint è tutta da scrivere, con un copione che il pubblico e i protagonisti scopriranno lì per lì. Senza certezze, se non quella di assistere a gare in ogni caso memorabili. Sia che Bolt vinca, sia che Bolt perda.
Diciamo la verità, è inevitabile che tutta l'atletica faccia il tifo per Usain Bolt. Gatlin è diventato un vincente scomodo per la Iaaf, al punto che prima gli ha consentito di tornare a gareggiare dopo lo stop per doping, poi però non ha voluto votarlo tra i migliori del 2014 e quest'anno ha addirittura messo per scritto un articolo regolamentare che esclude gli ex dopati dai premi annuali.
Un atto di giustizia per qualcuno, un atto di ipocrisia per altri. 
Fatto sta che a Pechino l'atletica (alle prese con un altro scandalo doping di dimensioni colossali) farà il tifo per Bolt, l'uomo che ha salvato l'atletica da una inarrestabile scivolata nell'oblio, o comunque nel calderone dell'interesse precario.
Bolt ha ridato entusiasmo, con le sue corse e i suoi show prima e dopo. Bolt è diventato un personaggio, un fenomeno, un idolo anche di chi non segue abitualmente l'atletica. E questo non è stato certo un male. Piaccia o non piaccia, le regole (spesso discutibili se non proprio sbagliate) del mondo mediatico odierno hanno cavalcato il fulmine e sono rimaste ammaliate dal giamaicano primatista mondiale dello sprint. Mai banale, carismatico, capace di dare all'atletica quel cocktail di cui aveva bisogno per rigenerarsi.
Una scintilla di talento che ha riacceso lo spettacolo, condito da calore umano e abbondanti dosi di gigioneria positiva.
L'atletica ha reso ricco Usain, ma Usain ha dato tantissimo all'atletica in crisi, non bisognerebbe dimenticarlo.
Aspettando l'Olimpiade di Rio 2016, l'atletica in cerca di pulizia e di una nuova identità, a Pechino chiede a Bolt di rinnovare il miracolo del 2008, per spazzare via i dubbi e poter tornare a credere nelle medaglie, nei risultati, che l'ultimo scandalo riscriverà come nell'agghiacciante futuro immaginato da Orwell nel suo romanzo più famoso, 1984.  

@vistodalbasso

CALCIO I terzini sinistri della Juventus, da Cabrini a Zambrotta e oltre

                                                             Sul Corriere dello Sport-Stadio di sabato 15 agosto 2015
 
Chi trova un terzino sinistro trova un tesoro, lo stava cercando la Juventus ma è anche l’obiettivo di molte grandi del campionato italiano, che hanno in comune questa lacuna. E se per i Campioni d’Italia si tratta di trovare un’alternativa, presente e futura, al trentaquattrenne Evra, per altri è una necessità impellente. 
Avendo avuto il meglio nel ruolo nel corso dei decenni, è naturale che la Juventus punti a scovare un altro grande interprete che possa dare un seguito alla tradizione di grandi terzini sinistri. Basta ricordare che lì sulla fascia sinistra bianconera hanno giocato campioni del Mondo come Rava e Cabrini, Grosso e Zambrotta. 
Proprio Antonio Cabrini è stato il campione che ha lasciato un segno indelebile, diventando un’impegnativa pietra di paragone per chiunque nella Juventus si sia trovato a indossare la casacca numero 3, reale o virtuale che fosse da quando i numeri di maglia sono diventati fantasiosa terra espressiva per soddisfare le esigenze del marketing.
La Juve ci ha provato eccome, a scovare altri Cabrini, che l’allora ct Bearzot portò in extremis ai Mondiali in Argentina, nel 1978, insieme ad un certo Paolo Rossi. La coppia azzurra che incantò con il gioco restando giù dal podio in Argentina ma che si rifece quattro anni dopo, vincendo il Mundial in Spagna. Cabrini era una forza della natura, abile in difesa, dove si muoveva con eleganza e, se necessario, senza fare troppi complimenti. Ma la differenza la faceva quando si spingeva in avanti, al cross, al tiro (ben 33 gol con la Juventus, 9 in Nazionale) proponendosi per una manovra aperta e redditizia. 
Dopo di lui il migliore è stato Gianluca Zambrotta: a Bari giocava in attacco, esterno di centrocampo o ala offensiva. Lippi ne intuì qualità supplementari e lo trasformò in un grande terzino, offensivo naturalmente. Uno dei migliori che la Juve e la Nazionale abbiano avuto.
Meno fortuna in bianconero ha avuto un altro campione del mondo 2006, Fabio Grosso, trovatosi a vivere uno dei momenti più complicati delle recente storia bianconera, dopo il ritorno in serie A. Prima di Zambrotta si era impossessato del ruolo l’ex granata Gianluca Pessotto. Curiosamente, non fu l’unico giocatore del Torino ad occupare quel ruolo in bianconero: stessa strada, con diversa fortuna, per il croato Jarni e Balzaretti. Di recente ha fatto il percorso inverso Molinaro, dalla Juve al Toro passando per gli anni di Stoccarda. Storie di campioni reali e campioni mancati, meteore rimaste speranze inespresse (almeno a Torino, perchè ad esempio l’argentino Sorin dopo aver lasciato la Juve si trovò a sfidarla con il River Plate per la Coppa Intercontinentale). Giocatore di valore De Agostini, che fu all’altezza in una Juve non fortissima e discontinua. Storie curiose come quella di Moreno Torricelli, che faceva il falegname in fabbrica e giocava a calcio per hobby. Ma quando la sua Caratese affrontò in amichevole i bianconeri, convinse Trapattoni di essere uno da Juve. Il Trap non sbagliava: il terzino falegname con la Juventus vinse tutto.

lunedì 17 agosto 2015

ROMA Da Alemanno a Marino, la musica non cambia, musica a palla dalle discoteche nel cuore della notte


Dal sindaco Alemanno al sindaco Marino, le cose non sono cambiate. Roma spegne i microfoni sul palco del Primo Maggio a San Giovanni quando nel giorno di festa si canterebbe e suonerebbe oltre le 23.30 o mezzanotte. Pazienza se ci vanno di messo grandi nomi (toccò agli Afterhours, mi pare, forse recentemente perfino alla Premiata Forneria Marconi). Del resto ad Hyde Park, Londra, osarono interrompere perfino Bruce Springsteen.
La legge è legge, direte, non si disturba la quiete pubblica di notte, quando la gente ha il diritto di dormire. Beh, se in quelle occasioni c'è tanta solerzia nell'applicare leggi e ordinanze, mi chiedo perchè quando comincia la bella stagione, ogni settimana, il venerdì, il sabato, quando vogliono, alle discoteche viene consentito di sparare musica a palla nel cuore della notte. Non solo, ma l'ultima mezzora, mi è stato spiegato da chi se ne intende, si alza il volune della musica per il gran finale. Chi ha la ventura di abitare alla Camilluccia, a Monte Mario, spesso viene svegliato nelle prime ore del mattino (chi è riuscito ad addormentarsi) dalla musica che il vento porta impietosamente nelle case, specie se l'estate è torrida e le finestre restano spalancate. Chi abita in Piazza Monte Gaudio e via Fornelli, inoltre, deve fare i conti con la musica sparata dal locale sito in fondo alla stradina del vecchio Istituto San Luigi, un tempo scuola Materna ed Elementare, accanto all'officina del fabbro Testaguzza, in gioventù portiere volante nella squadra di calcio del Don Orione.
Per locali e discoteche la legge non conta. C'è chi ha provato a telefonare alle Forze dell'Ordine, senza successo. I cittadini sono tali solo quando devono pagare le tasse e rispettare altre leggi. Ma ci sono cittadini e cittadini, quelli che impediscono di dormire a chi lavora, evidentemente, godono di impunità e possono fare il comodo loro, infischiandosene della legge e delle ordinanze.
Una delle tante contraddizioni, inique e scandalose, della nostra povera Roma. E per mettere a tacere chi dubitasse di quanto ha letto finora, vi accludo la scaletta che ho personalmente annotato circa un mese fa, in una di quelle notti forzatamente insonni, quando alle 3 del mattino fui svegliato e per un'ora e mezzo accompagnato, si fa per dire, dalla musica. 
Giuro, non mi è venuta voglia di ballare.


Dalle ore 3 del mattino
Tanti auguri (come è bello far l'amore) Raffaella Carrà
Sarà perché ti amo  Ricchi e Poveri
Balla Umberto Balsamo
Non succederà più Claudia Mori
L'ombelico del mondo  Jovanotti
Il triangolo Renato Zero
Jeeg Robot Roberto Fogu
Comprami  Viola Valentino
Sei un mito  883
La notte vola Lorella Cuccarini
La mia banda suona il rock  Ivano Fossati
Hanno ucciso l'uomo ragno Max Pezzali 
Drum'n'bass pezzi vari
Un, dos, tres Ricky Martin

La fiesta notturna si è conclusa alle 4.30


domenica 16 agosto 2015

CINEMA Ant-Man

ANT-MAN Regia: Peyton Reed. Interpreti: Paul Rudd, Michael Douglas, Evangeline Lilly, Corey Stoll, Judy Greer. Usa 2015.

I fumetti della Marvel sono diventati una inesauribile miniera da sfruttare al cinema, che li porta sullo schermo a volte estraendo pepite d'oro, a volte non raggiungendo lo scopo che anima il cinema negli Stati Uniti: fare centro al botteghino, incassando milioni e milioni di dollari.
Questo Ant-Man pare sia nelle retrovie della graduatorie degli incassi, ma ormai sappiamo bene come la classifica non rispecchi necessariamente la qualità dei film.
Beh, non che Ant-Man, l'uomo formica, sia immune da difetti e ingenuità, però il registro dell'ironia che propone e soprattutto i suoi interpreti, danno modo di divertire. Un super eroe decisamente anomalo Paul Rudd, come la sua sgangherata cricca di complici. Situazioni classiche reiterate con dovizia di effetti speciali.
Il mondo delle formiche alleato curioso, affascinante e sorprendente del super eroe miniaturizzatro. Effetti speciali e sentimenti procedono su binari classici, accoppiata legittima del genere. 
Ma la carta vincente è proprio l'ironia, che in varie situazioni dimostra di non prendere poi troppo sul serio cattivi e super eroi e che condisce il film in modo da renderlo digeribile.
Michael Douglas è una presenza carismatica. Evangeline Lilly una bellezza sexy, effetto speciale...naturale del film.

CALCIO Juventus, l'attacco a energia rinnovabile: altra stagione, altri gol

 
Sul Corriere dello Sport-Stadio di venerdi 14 agosto 2015


C’è stato un gran viavai nell’attacco della Juventus. Un reparto che ha cambiato fisionomia nella ricerca della maggior prolificità. C’è stato un un primo biennio targato Vucinic-Matri, gli ultimi due anni nel segno della coppia formata da Tevez e Llorente, sorpassato da Morata nella seconda parte della stagione. Nel primo anno di Conte il nuovo gioco richiedeva notevoli sacrifici e dispendio di energie alle punte, che non a caso non segnarono molto, con il solo Matri in doppia cifra (10 gol) e Quagliarella e Del Piero sottoutilizzati. In compenso arrivavano i gol dei centrocampisti: in campionato 9 di Marchisio, 7 di Vidal, 6 di Pepe. Il mercato invernale porta Borriello, che non incide molto.
Identico copione l’anno successivo: il capocannoniere Vucinic tocca a fatica quota 10 e precede Quagliarella (9), Matri (8) e Giovinco (7) riacquistato dal Parma. Si aggiungono il danese Bendtner e un Anelka a fine carriera: non lasceranno il segno. Per vincere il campionato la cooperativa operaia del gol basta anche, ma per fare strada in Champions League ci vuole altro. Serve un attaccante che trasformi in pepite d’oro sassi presi dal fango, che faccia gol quando le difese chiuse non lasciano filtrare un filo d’erba, che all’improvviso spacchi la partita quando la squadra non gira e il gioco non ingrana. Così arriva Tevez. E la musica cambia: 19 gol la prima stagione, 20 la seconda. Carlitos e Llorente diventano l’attesa coppia gol (35 reti in due, il navarro ne fa 16). Agli altri attaccanti bianconeri le briciole. L’anno scorso Tevez quasi capocannoniere (20), Llorente e Morata i suoi partner. Ora tutto è cambiato di nuovo. La rivoluzione ha portato Mandzukic, Dybala e Zaza accanto a Morata. Altro giro, altri gol.

CALCIO Juventus, a caccia della cinquina con la stessa super difesa

Sul Corriere dello Sport di venerdì 14 agosto 2015


Non c’è mai stata grande Juve senza una super difesa ed implacabili “mastini”. Dallo squadrone del quinquennio, quello dei cinque scudetti consecutivi negli Anni Trenta con Carcano in panchina, a quello forgiato da Antonio Conte che il successore Allegri cercherà di guidare al quinto tricolore di fila, c’è il filo conduttore di una difesa granitica con interpreti di qualità. Combi-Rosetta-Caligaris era l’inizio di una filastrocca che ogni tifoso juventino imparava a conoscere, anche se per ragioni anagrafiche non aveva mai visto giocare il trio delle meraviglie, integrato dai vari Barale, Varglien I, Bertolini. I sistemi di gioco sono cambiati nel tempo, oggi è più complicato snocciolare formazioni, ma la sostanza non è cambiata. Con la difesa a tre, quelli che una volta si chiamavano terzini si sono trasformati in laterali di spinta, impegnati sia in fase difensiva che offensiva. Ma quello che conta è la robustezza, l’affiatamento, l’intesa, la sincronia, il saper anticipare le intenzioni facendosi trovare al posto giusto nel momento giusto.
E nella Juventus dei quattro scudetti consecutivi, non a caso, il reparto difensivo è in pratica rimasto sempre lo stesso. Il comune denominatore degli ultimi quattro anni, nella retroguardia bianconera, ha i nomi di Buffon, Bonucci, Chiellini, Barzagli, Lichtsteiner, con l’aggiunta del prezioso Caceres, una sorta di jolly difensivo, affidabile in ogni situazione quando infortuni (che non sono mancati) e squalifiche hanno tolto di mezzo i titolari. Il concetto non piacerà agli esteti del calcio spettacolo, per i quali l’attacco è l’unico dogma contemplato e difendersi una brutta malattia diffusa da quei catenacciari degli italiani. Ma è difficile contestare che nella maggior parte dei casi le vittorie nascono dietro, dal portiere alla difesa, che costituiscono l’ingrediente insostituibile di ogni successo. 
Puntare su una grande difesa non significa abdicare al “primo non prenderle” o sposare ad occhi chiusi il contropiede, anche perché come diceva Cesar Luis Menotti, il ct dell’Argentina iridata nel ‘78, «il contropiede è come l’amore, si incontra, non si può pianificare». 
Nel calcio di oggi, che esalta l’organizzazione di gioco, la difesa è fondamentale ma anche legata al filtro del centrocampo, al contributo degli attaccanti che a loro volta sanno anche tornare. Emblematiche le rincorse di Tevez, nello scorso campionato, a neutralizzare i contrattacchi avversari. La capacità di esprimersi in più ruoli, anche con compiti prettamente difensivi, ha fatto ad esempio la fortuna di Padoin. 
L’aspetto da sottolineare è come l’attuale difesa bianconera delle meraviglie, sia nata in realtà ancor prima dell’arrivo di Conte. L’anno del settimo posto con Del Neri allenatore, 2010-2011, davanti a Buffon c’erano già Barzagli, Bonucci e Chiellini. Una stagione di apprendistato, per conoscersi prima di diventare “rocce” degne dei grandi difensori juventini del passato, lontano e recente. Il bello, per la Juve, è stato che anche quando è mancato qualcuno di questi grandi difensori, i “supplenti” sono riusciti ad inserirsi, a tenere il campo positivamente, a volte faticando e soffrendo, a volte brillando. Martin Caceres è diventato un titolare aggiunto a tutti gli effetti, Padoin l’uomo che dove lo metti sta. Altra caratteristica delle super difesa juventina dei quattro scudetti, è la capacità di segnare che hanno dimostrato i suoi difensori (ad eccezione di Barzagli): 10 gol Bonucci, 8 Chiellini, 6 Caceres. 
Insomma, il miglior attacco è la difesa. E sulla bontà del gioco offerto dalla Juventus, nelle ultime quattro stagioni non c’è da discutere.

 Tra le due Juventus pluriscudettate, ce ne sono state molte altre esaltate dalle qualità dei loro difensori. Negli Anni 70 la Juve di Trapattoni aveva davanti a Zoff, gente come Gentile e Cabrini, Morini e Scirea, che con l’innesto di Brio sarebbe durata fino a metà degli Anni 80. E quando emerse la Juventus di Lippi, che riportò a Torino lo scudetto e poi anche la Champions, in porta c’era Peruzzi, con una difesa che poggiava su Ferrara, Carrera, Kohler e Vierchowod. Poi si aggiunse l’uruguagio Montero, che avrebbe furoreggiato negli anni 2000, che videro arricchire la difesa con campioni come Cannavaro e Thuram, arrivato insieme con Super Gigi Buffon.
Non prendere gol può valere quanto segnarne. E la Juventus di Conte e Allegri è la dimostrazione di come anche in un calcio votato allo spettacolo e sensibile alle goleade che piacciono tanto alle tv, non bisogna dimenticare che quasi ogni gol nasce da un errore. E alla fine vince chi sbaglia meno.

giovedì 13 agosto 2015

VOLLEY Il bronzo di Londra 2012 "ricompone" il triangolo azzurro, per un giorno, sul web

 http://www.corrieredellosport.it/news/volley/2015/08/13-3188131/berruto_travica_e_zaytsev_riuniti_dal_bronzo_olimpico/

Alla fine in qualche modo il passato ha riunito tre poli di un triangolo pallavolistico scoppiato in estate: l’ex ct azzurro Mauro Berruto, l’ex capitano Dragan Travica, Ivan Zaytsev. Il 12 agosto di tre anni fa è stata una data che resta scolpita nella storia del volley italiano, fu il giorno della medaglia di bronzo conquistata dalla Nazionale italiana all’Olimpiade di Londra, battendo nella finale per la medaglia la Bulgaria, che aveva in panchina il tecnico salentino Camillo Placì. In pieno marasma, con la federazione bulgara alle prese con turbolenze e dissidi, il pugliese era stato chiamare per fungere da assistente di Naydenov, ma in realtà guidò la squadra da ct a tutti gli effetti.
    Quattro anni prima, ai Giochi di Pechino, sempre Placì era nello staff tecnico della Russia, che affrontò e sconfisse l’Italia di Anastasi nella finale sempre per la medaglia di bronzo. Un’Italia pesantemente condizionata dagli inforuni che avevavo progressivamente tolto di scena il libero Corsano e l’opposto Fei.
    A Londra 2012 dunque, fu l’Italia di Berruto a spuntarla, riportando gli azzurri sul podio che li aveva visti protagonisti nel 1996 ad Atlanta, nel 2000 a Sydney e nel 2004 ad Atene, due argenti e un bronzo. E quando si sale su un podio olimpico, non lo si dimentica più. Lo aveva già ricordato Berruto nel suo messaggio di congedo, quando si è dimesso dal ruolo di ct. Lo ha ricordato con orgoglio, e non solo, mercoledì postando su twitter e rilanciandola su Facebook la foto di quel podio, commentandola: 12.08.2012 non c’è futuro senza memoria. Frase e concetto condivisibili, che il mondo dello sport ha imparato a rileggere negli ultimi tempi, quando il presidente della Federatletica Alfio Giomi si è impegnato a trasmettere il ricordo di un campione come Pietro Mennea.
    Naturale e comprensibile leggere una punta di rivalsa da parte dell’ex ct torinese nel ricordare quella data e quella medaglia. La gioia di un gruppo che aveva centrato la sua missione olimpica dopo aver vissuto momenti anche difficili in campo. E sul podio avevano portato quella maglia numero 16, l’omaggio affettuoso a Vigor Bovolenta, l’amico e compagno che purtroppo era scomparso prematuramente.
    Certe cose uniscono e non c’è dissidio che possa cancallerle. Così anche Dragan Travica, espulso dal gruppo azzurro prima della Final Six di World League a Rio e poi non convocato dal nuovo ct Blengini, ha postato le foto di quel 12 agosto e di quella medaglia di bronzo. E l’ha fatto anche Ivan Zaytsev, anche lui rispedito a casa dal Brasile ma ora di nuovo in Nazionale, ricordando «3 anni fa» con un bell’abbraccio tra gli azzurri.

mercoledì 12 agosto 2015

VOLLEY Il doppio incarico e una questione di meriti. Quando Velasco non convocò Vullo




In tempi recenti fu l'allora presidente del Coni, Gianni Petrucci, a muovere consistenti obiezioni al doppio incarico (allenare un club e una Nazionale) esponendo il concetto di etica applicata allo sport. La sua riflessione nasceva dalla considerazione che allenatori italiani, che ben conoscevano i giocatori del campionato, poi sfruttavano queste conoscenze tecniche quando affrontavano gli azzurri alla guida delle loro nazionali. 
Era il 2009 e la Nazionale di volley stava soffrendo agli Europei in Turchia, ad Istanbul. I tecnici italiani avevano già iniziato a lavorare in giro per l'Europa: Prandi, Bagnoli, Berruto, senza contare le altre figure diverse (scout, osservatori). E poteva capitare di affrontare le nazionali da loro guidate, magari perdendo. 

Una lunga telefonata quella del presidente del Coni, per aprire un dibattito che periodicamente si riaccende e che da allora, sono trascorsi altri sei anni, non è stato risolto, e sotto certi aspetti nemmeno affrontato. Si è agito secondo convinzioni personali, si è battagliato. La Fipav non volle concederlo a Massimo Barbolini negli anni in cui vinceva. E dopo la delusione olimpica di Londra 2012, il tecnico modenese se ne andò ad allenare club, lasciando la panchina azzurra. 
Ora la tormentata estate della Nazionale maschile ha fatto tornare d'attualità il tema, perchè Blengini, assunto in estate dalla Lube Civitanova Marche come tecnico, è stato promosso ct al posto del dimissionario Mauro Berruto. Premesso che ogni opinione è lecita ed ha i suoi aspetti positivi e negativi, pur comprendendo la natura delle perplessità e gli eventuali e possibili imbarazzi nel dover agire in Nazionale con quegli stessi giocatori che si hanno a disposizione nel club, non mi schiero con chi vede inevitabilmente conflitti di interesse.
Ricordato che ci può essere conflitto anche quando un tecnico condivide il procuratore con giocatori (ecco un punto su cui aprirei un fronte: azzerare le procure degli allenatori) voglio pensare che nessun tecnico lascia a casa un giocatore bravo per convocarne uno che reputa meno valido. Perchè se la Nazionale non vince alla fine è il ct che paga. Ma forse sono troppo romantico, anche parlando di sport.
Riguardo il conflitto, emotivo e di interesse, che può vivere un ct-allenatore di club, mi piace ricordare che quando Julio Velasco allenatore di Modena per l'ultimo anno, fu assunto dalla Fipav per la Nazionale, era il 1989, non convocò Fabio Vullo, con il quale aveva vinto scudetti a Modena, scegliendo invece il giovane Paolo Tofoli. E vero che dopo quel campionato fece solo il ct e quindi non ebbe doppio incarico, ma Vullo era pur sempre stato il suo regista in gialloblu.
Tornando al tema del doppio incarico, è chiaro che se lo si vieta, aumentano i posti di lavoro, le panchine libere nei club soprattutto. E questa può essere una motivazione istituzionale a schierarsi contro, da parte dell'Aiapav. Comprensibile.
Ma credo che anche nello sport la meritocrazia dovrebbe essere premiata, come non accade sempre (quasi mai?) nella vita sociale dove contano spesso contano di più altri aspetti (conoscenze, lobby, raccomandazioni, amicizie importanti, fede politica). 
Hanno doppio incarico allenatori ritenuti bravi e cercati. Tutto qui. E molti tecnici concorderanno che vivere esperienze diverse, con ruoli diversi, in Paesi diversi, non fa che arricchire il bagaglio umano e tecnico di un allenatore.
Ci sono allenatori che soffrono l'inattività, ci sono allenatori che preferiscono concentrarsi su un solo incarico. 
Un club, o una federazione, che decide di mettere sotto contratto un allenatore che già ha un'altra occupazione, può decidere: 1) si fa andare bene la cosa, 2) non l'accetta e ne assume un'altra.




******** L'AIAPAV ha scritto (2. continua?) ******
Il comunicato con il quale l’AIAPAV ha reso nota la propria posizione in merito alla questione dei “doppi incarichi” ha suscitato ampi dibattiti sulle pagine del web nel corso dei quali allenatori, associati e non, hanno espresso il loro pensiero spesso attraverso il richiamo di esperienze personali e di situazioni particolari.

Il Consiglio Direttivo dell’AIAPAV ha accolto con grande favore tali contributi, espressione di un confronto di idee libero, utilissimi, soprattutto nel contrasto di alcuni punti di vista emersi, per l’approfondimento della conoscenza delle diverse realtà in cui operano gli allenatori di pallavolo in Italia.
Come già accennato nel comunicato, è intenzione dell’AIAPAV effettuare un’indagine tra tutti i propri Associati per verificare i loro orientamenti al fine della stesura di un codice deontologico. Ad esempio, per quanto attiene alla questione che ci occupa in questi giorni, è sicuramente necessario differenziare le ipotesi di “doppio incarico” (Nazionale/Club Italiano, Club italiano/Nazionale straniera, rappresentative regionali /Club, rappresentative provinciali/Club ecc.) e conoscere gli orientamenti particolari perché, come evidenziato dalle recenti discussioni, sicuramente non tutti sono concordi sull’intero fronte.

Per il momento appaiono necessarie alcune precisazioni in merito al comunicato del 1 agosto scorso per evitare fraintendimenti e per chiarire dubbi emersi dalle esternazioni di alcuni Allenatori. E’ innanzitutto opportuno precisare che il comunicato è stato frutto di intense consultazioni tra i componenti del Consiglio Direttivo i cui contenuti sono stati estesi a tutti i trenta  Soci Fondatori dell’Associazione.

In tempi non sospetti, ben prima dell'ultima delibera del Consiglio Federale, l’AIAPAV aveva esaminato il tema dei "doppi incarichi degli allenatori", auspicando una regolamentazione della materia che, disciplinandola compiutamente, formalizzasse quanto già accade presso la maggioranza delle Federazioni Straniere pallavolisticamente più evolute: Polonia, Serbia, Brasile, Argentina, Canada, Francia, Germania, Grecia, Australia, Turchia, Iran, Stati Uniti (vedi oltre) ed altri.

La diffusione a livello mondiale del principio secondo cui è opportuno garantire una posizione super partes ai tecnici federali ha spinto il Consiglio direttivo dell’Associazione ad adoperarsi affinchè anche l’Italia recepisca tale valore in modo che si possa evitare alla radice la necessità di valutare l’onestà delle persone e  l’esistenza di possibili conflitti d’interesse.

Qualche Associato ha lamentato di non essere stato preventivamente informato ed interpellato in merito alla determinazione del Consiglio dell’AIAPAV di operare affinchè la Federazione Italiana si allinei al suddetto principio ma la compattezza del fronte internazionale e la larghissima condivisione dell’idea ha fatto ritenere pacifica la necessità di un intervento da parte dell’Associazione e superflua  l’anticipata
richiesta di un parere a tutti gli iscritti.

L’opinione degli Associati appare invece necessaria affinchè l’AIAPAV possa procedere, per quanto di sua competenza, nel tentativo di risolvere i problemi legati al “doppio incarico” nell’attuale quadro caratterizzato dalla mancanza di norme regolamentari.

E’ ovvio infatti che il principio in questione debba essere modulato sotto il profilo normativo/operativo in relazione alle diverse realtà nazionali ed ai differenti livelli di applicazione, stante comunque l’intangibilità del principio sul piano concettuale.

In questo passaggio appare necessario il contributo di tutti, evitando che, secondo un atteggiamento tipicamente italiano, la facile lamentela per l’operato altrui prenda il sopravvento sulla condivisione e sulla collaborazione nella soluzione dei problemi.

E’ pertanto necessario verificare quali siano, ad ogni livello, le implicazioni di un principio che pure appare corretto, preferibile e perciò non rinviabile.

Qualche allenatore ha ad esempio sostenuto l’inopportunità di applicare il divieto di “doppio incarico” in relazione alla conduzione di rappresentative  provinciali o regionali, stante l’impossibilità di svolgere esclusivamente tale attività a causa dell’esiguità dei compensi destinati agli allenatori che rivestono tale ruolo ; tale problematica coinvolge però anche coloro che operano esclusivamente in piccole Associazioni sportive, a volte "tentati" di rinforzare le proprie squadre con "raccomandati trasferimenti" di giovanissimi atleti individuati nelle selezioni regionali o provinciali. È quindi evidente come il principio rimanga da rispettarsi a tutti i livelli, pur consapevoli del fatto che il tipo di soluzione adottabile per ciascuna realtà deve essere strettamente connesso alla contingenza della situazione delle realtà stesse.

Le considerazioni di ognuno, che sicuramente possono essere le più varie nelle situazioni in cui opera, devono contribuire alla stesura di norme condivise che possano indicare i comportamenti ritenuti corretti dagli allenatori nelle relazioni con gli altri protagonisti dello sport che pratichiamo.

Un codice etico, dai contenuti precisi e specifici, che possa essere adottato come guida normativa e comportamentale della categoria degli allenatori, può permettere di supplire alle attuali lacune regolamentari della Federazione; altri Paesi hanno già seguito tale via: gli Stati Uniti hanno già un sistema di norme che deontologicamente disciplina il comportamento degli allenatori e non soltanto nella pallavolo.

Ci augureremmo che anche l'Italia si adattasse a tale situazione.

Infine per eliminare ogni fraintendimento, Il Consiglio Direttivo dell’AIAPAV vuole precisare, che, con il comunicato che ha espresso la contrarietà ai “doppi incarichi”, non ha certo inteso dissertare  sulla posizione individuale e specifica di Gianlorenzo Blengini, al quale si è legati da sentimenti di rispetto e stima ed al quale si augura ogni successo alla guida della nostra Nazionale. Nel contesto delle finalità che l’Associazione si è posta, si è voluto ribadire la scelta di un principio quale chiaro orientamento che possa essere tenuto presente nell'immediato futuro dalla nostra Federazione per le scelte che sarà chiamata a fare.

AIAPAV

martedì 11 agosto 2015

CALCIO La nuova maglia bianconera è troppo bianca sulle spalle


 L'amichevole estiva Olimpique Marsiglia-Juventus ha evidenziato un aspetto che ho trovato poco piacevole. La nuova maglia della Juventus mi piace, ma ha un difetto. Non parlo della larghezza delle strisce, che rientra comunque in parte della tradizione (sempre meglio righe più piccole che esageratamente grandi, come l'orribile divisa del "cuneo" che non piacque a nessuno, la peggiore da quando seguo la Juventus), ma nella loro assenza sulla parte laterale e in quella posteriore, se non nella parte più bassa, che spesso finisce nei pantaloncini. Bello che il numero sia grande e visibile anche per l'occhio delle telecamere, ma le strisce bianconere avrebbero dovuto arrivare a lambire il numero. Ora la maglia appare troppo bianca sul retro, e se si affrontano avversari in maglia bianca, si confonde o comunque non stacca cromaticamente come ormai è indispensabile che accada. E' vero, ci sono i pantaloncini neri, ma proprio l'amichevole con i francesi ha dimostrato che non basta, specie nelle ammucchiate in area o sui caldi d'angolo, non si ha l'immediata percezione dell'esatta idenità dei giocatori.


 




Le più brutte secondo
il mio gusto


Queste ultime due foto raffigurano le divise meno riuscite della Juventus, secondo la mia modesta opinione di appassionato di divise calcistiche

VOLLEY Placì a Latina, l'alpino del Salento è il tecnico...dei grandi tecnici

 http://www.corrieredellosport.it/news/volley/2015/08/11-3138002/volley_la_calma_olimpica_di_placi_rassicura_latina/

La SuperLega ripartirà ad ottobre con un Latina ridimensionato ma presente, che il presidente Falivene e la società hanno affidato alla sapienza di Camillo Placì, una specie di “mago” dell’Est che ha avuto l’opportunità e il privilegio di lavorare negli staff tecnici di Russia, Bulgaria ed ora Serbia, addisittura primo allenatore straniero a sedersi su quella panchina, accanto a Nikola Grbic che ebbe come gocatore e che una volta nominato ct, si è battuto per averlo al suo fianco.
  
  «Ho lavorato con i migliori - ricorda Camillo, ieri presentato ufficialmente dalla Top Volley Latina - otto anni con Silvano Prandi, poi Bagnoli, Alekno, Stoytchev e ora Nikola Grbic che ho allenato quando giocava. Il presidente della federazione serba, Boricic, mi ha detto: Si rende conto che è il primo straniero a sedere sulla panchina serba? Un grande onore reciproco. In tanti anni ho imparato una cosa, se qualcuno ti chiama vuol dire che riconosce in te grandi qualità, non solo di volley. Ci deve essere il rispetto dei ruoli, se sono il secondo devo lavorare per il ct. E io ho imparato a farlo molto bene. Chi fa il secondo deve sempre stare un passo indietro, poi c’è confronto. Se c’è anche amicizia e stima migliora. Per esempio Nikola Grbic ha grande stima di me e questo aiuta. Stessa cosa con Rado Stoytchev, può sembrare scontroso, ma con lui ho un bel rapporto».
    La sua carriera ha preso il volo all’Est.
    «Ho avuto questa fortuna. Russia, Bulgaria, Serbia. Differenti culture lavorative ma anche diversi modi di guardare allo sport. I governi aiutano l’attività sportiva, le federazioni che hanno obiettivi olimpici e mondiali, i giovani di interesse. E il mondo della scuola ha nell’insegnante una figura cardine nell’organizzazione sociale»
    Ha giocato due finaline olimpiche, sempre contro l’Italia: «Nel 2008 con la Russia vinsi, nel 2012 con la Bulgaria persi»
    In Serbia è diventato un eroe perchè a Rio, poche settimane fa, nonostante un malore cardiaco, ha firmato per uscire dall’ospedale, seguire la squadra nella finale di World League poi persa con la Francia e poi volare  a casa insieme alla nazionale serba. «I medici mi hanno detto che ero pazzo. Avevo dottori dietro la panchina e un’ambulanza pronta fuori dal Maracanazinho».
    Latina semifinalista con Blengini, ora ct azzurro, è un poster appeso alla parete, non sarà facile.
«Latina avrà meno ambizioni, la squadra è stata saccheggiata. Ma al di là di questo mi ha colpito la determinazione di ripartire pur in grandi difficoltà. Appezzo il coraggio che hanno avuto questi dirigenti nel metterci la faccia e i soldi propri. Sono un uomo della vecchia generazione, so cosa significa dover mantenere un club, ricordo Lannutti, Modena. Tra chiudere e continuare ha scelto di proseguire. Il presidente mi ha convinto. Mi volevano altre società, ma Latina è stata l’unica che ha accettato di lasciarmi proseguire con il doppio incarico. Speriamo di vivere insieme un'altra bella avventura»
 

domenica 9 agosto 2015

ROMA I marciapiedi di via Sangemini ci danno buca. Ecco la trappola per anziani e non


Non so da quanti mesi in via Sangemini, qualche decina di metri prima dell'angolo con via Fani, il marciapiede presenti questa paurosa, infida e ben mimetizzata buca, collocata in un tratto che presenta anche altre insidie. Il primo pensiero che viene in mente: e se una persona anziana ci va col piede, che cosa succede? Altro che storta... Si rompe la caviglia, la gamba, omero, femore. Insomma, una tragedia. Ma basta essere distratti, pur transitandoci ogni giorno, per incappare nella trappola, anche se si è giovani. 
Possibile nessuno se ne sia accorto? Perchè la Circoscrizione o chi ne ha il compito, periodicamente non controlla lo stato delle strade o non chiede ai cittadini segnalazioni? Si sarà già fatto male qualcuno o si aspetta che accada per poi sostenere la causa per danni? Non è meglio prevenirli i guai?