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martedì 29 dicembre 2015

CINEMA Irrational man

IRRATIONAL MAN Regia: Woody Allen. Interpreti: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Parker Posey.

* visto in edizione originale, con sottotitoli in italiano. 

Uno spettatore-lettore sagace mi chiedeva se sia possibile riscontrare con un algoritmo la filmografia recente di Woody Allen, che confeziona un film ogni anno e che ciclicamente appunto, azzecca una sorta di capolavoro. E' il caso di questo Irrational man, film per certi aspetti spiazzante ma in fondo non troppo. E' un film di Woody Allen ma non si ride. Piuttosto si riflette, molto. Un'opera quasi filosofica, ben congegnata e ben raccontata, con i personaggi che hanno spessore e carattere, curati nella loro rappresentazione, quella sì non casuale. 
Il tema dell'incidenza del caso nelle vite delle persone è ricorrente nella filmografia alleniana degli ultimi anni, ma in Irrational man presenta un punto di vista diverso, e non dico oltre per non rovinare la visione del film, come purtroppo accade fin troppo spesso anche solo leggendo titoli di quotidiani. 
E' un film con una morale definita e netta stavolta, che a mio avviso riconduce percorrendo vie diverse all'assunto di base di opere come Crimini e misfatti, Match point e Sogni e delitti soprattutto. 
Perfettamente delineati i percorsi psicanalitici che segnano le azioni dei personaggi, con una morale indiscutibile che non consente mezzucci o vie di fuga. Bello e positivo il personaggio interpretato da Emma Stone. Non spoilero mai film, quindi dico solo che mi resta la curiosità di sapere se il finale è un omaggio più o meno voluto ad un classico della commedia italiana in bianco e nero (che Allen suppongo abbia conosciuto) interpretato da Alberto Sordi e Franca Valeri. Ma forse è solo un caso...


* una definizione del concetto di algoritmo che sia formale e non tecnica manca tuttora e si è pertanto costretti ad accontentarsi dell'idea intuitiva di algoritmo come
una sequenza ordinata e finita di passi (operazioni o istruzioni) elementari che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito.


SOCIETA' L'eterna ripresa... per il c... dei governi italiani

https://www.youtube.com/watch?v=Pi72yeKaDvg&sns=fb


Altro che ripresa, una vera e propria ripresa pr il culo che i vari governi da tempo attuano nei confronti dei cittadini italiani. Il link mi è stato segnalato dall'esperto di economia di Visto dal Basso, Roberto Gaeta. Il collage dei titoli di giornali rende supeflue altre parole.

Parole parole
https://www.youtube.com/watch?v=uw0BwnTXle0

Sono solo parole

 https://www.youtube.com/watch?v=HPVSB8kOWrM

lunedì 28 dicembre 2015

TIRO A VOLO L'ottimismo del presidente Luciano Rossi: «A Rio da primi della classe»

 Sul Corriere dello Sport di lunedì 28-12-2015

 http://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/2015/12/28-7116795/tiro_a_volo_-_luciano_rossi_a_rio_per_confermare_la_scuola_italiana_/
Luciano Rossi è il presidente della Federazione italiana del Tiro a Volo dal 1993 (oltre che vice presidente vicario Issf).
    «Come Italia ci presenteremo a Rio da primi della classe perché abbiamo conquistato più pass olimpici di tutti (nove su dieci, ndr) e i risultati di questo ultimo quadriennio confermano la tradizione della nostra leadership. Abbiamo fatto e faremo il possibile per ottenere il massimo con sacrificio, impegno e serietà. Poi sarà la pedana a decidere. Sicuramente il prodotto italiano (fucili, cartucce, piattelli, i materiali i italiani sono leader e lo saranno anche a Rio) vincerà, speriamo di essere premiati anche dai risultati»
    L’obiettivo?
    «Ci saranno 5 gare, 15 medaglie in palio. Il massimo sarebbe eguagliare Pechino (1 oro e 2 argenti), sarebbe un risultato eccezionale ma l’importante è’ stare con i piedi ben piantati per terra e andare in pedana dando il massimo. Per noi reggere il passo è sempre più complicato. Finora il nostro impegno e la nostra bravura ci hanno sostenuto. Accettiamo serenamente anche la prossima sfida olimpica. L’Olimpiade a Rio sarà un appuntamento storico, affascinante ed esotico, ma anche e soprattutto un momento per ribadire la bontà del modello italiano dell’organizzazione del nostro sport. In un momento di crisi generale del nostro paese, il nostro sport, fondato sui valori tradizionali di noi italiani, sacrificio e qualità, cuore e inventiva, può e deve riportarci all’attenzione che sempre il mondo ci ha riservato. La nostra storia ci impone di dover continuare, il made in Italy è una bandiera che non può essere ammainata. Sarà una sfida affascinante essere competitivi a Rio, pensando anche in prospettiva, a Roma 2024, un obiettivo possibile e neanche così lontano. Ce la faremo».


A livello internazionale il tiro vive un momento particolarmente florido. Ai Giochi di Londra c’erano tiratori di 108 nazioni. Anche per questo il livello di competitività è elevatissimo. È’ cresciuto esponenzialmente il numero delle nazioni che possono vincere.
    Ma il tiro italiano si presenterà forte delle sue certezze e delle sue nove carte olimpiche conquistate sulle dieci possibili, anche se paradossalmente la sua campionessa olimpica del Trap, Jessica Rossi non è ancora qualificata, nonostante quella del Trap femminile sembrava la carta olimpica più scontata. Il sistema di qualificazione olimpica nel tiro a volo prevede infatti che i posti vengano conquistati dal Paese, e che un tiratore che la centra, non può poi prenderne altre. Entrano quini in ballo anche fattori di fortuna e malasorte, come dimostra il fatto che nonostante una serie di piazzamenti, la Rossi non è riuscita a portare a casa Italia una carta per Rio 2016.
    In Brasile è raddoppiato il contingente delle donne, su spinta proprio di Luciano Rossi: due carte a gara. Diana Bacosi e Chiara Cainero hanno vinto la carta olimpica nello skeet. ma ad insidiarle c’è Katiuscia Spada, che ha sparato benissimo nel secondo semestre del 2015.
    Il dt Benelli attenderà le prime gare del nuovo anno per scelte comunque difficili. Nella Fossa c’è la Stanco che ha vinto la carta, la Rossi che non ce l’ha fatta anche se ha ottenuto tanti buoni piazzamenti.
   
    L’Italia ha nove carte, gli Usa 7, la Russia 6, poi britannici 5,  gli Usa sono secondi con 7, la Russia 3° con 6, GBR quarta con 5.

 Tra gli uomini Giovanni Pellielo e Massimo Fabbrizi, medagliati a Londra, hanno centrato la carta e saranno sicuramente in gara a Rio 2016, anche se la carta è per nazione e non ad personam.

TIRO A VOLO La grinta della signora Rossi: «Se mi portano a Rio, voglio la medaglia»

Sul Corriere dello Sport di lunedì 28-12-2015


 http://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/2015/12/28-7116135/tiro_a_volo_jessica_rossi_se_vado_a_rio_e_per_vincere_/


Il dobermann che si agita in macchina si chiama Olimpia. Il destino nel nome, perchè nacque dalla cucciolata di famiglia dopo la medaglia d’oro vinta da Jessica Rossi ai Giochi di Londra 2012, nel Trap. Tre anni dopo, Jessica è cresciuta, la ragazza è diventata donna e si è anche sposata, con Mauro De Filippis, anche lui tiratore.
    Ma quello che è cambiato è che Jessica non ha ancora la certezza di difendere il suo titolo olimpico a Rio 2016. Ha vissuto un periodo difficile nel 2014, ma ultimamente ha mostrato di essere in ripresa e pensa positivo.
Una Jessica che ha saputo riprendersi la sua vita e che ora torna a sparare con maggior consapevolezza e una rinnovata carica di entusiasmo.
«Io adesso ho ritrovato tanta serenità, ho visto miglioramenti, ho preso un bel bronzo all’Europeo, poi c’è stata la gara di Coppa del Mondo in Azerbaigian. Certo, quando lavori e non ottieni risultati cominci a farti delle domande. Dopo l’Olimpiade ho avuto un’annata intensissima, non ho avuto modo di riposarmi»
Le sarebbe servita una pausa?
«Sì, c’era bisogno di staccare, evidentemente. All’inizio l’avevo presa male, dopo due anni in cui avevo vinto tutto. Era una cosa passeggera ma ti viene da pensare, avverti le insicurezze attorno a te, ti vengono dei pensieri. Tante persone mi chiedevano: ma cosa ti è successo? Invece poi ho riconquistato fiducia, anche nelle gare»
 

Merito del matrimonio?
«Mi ha aiutato. Stavo vivendo un periodo dove volevo fare tutto e ho finito col trascurare parte della mia vita privata. Non me ne rendevo conto, non sapevo di dover trovare gli equilibri giusti. Ora cerco di rifare tutto quello che facevo prima ma anche di vivere la mia vita. Ma anche sulle nozze avevano da ridire: in tanti mi hanno detto che era il momento sbagliato, mi hanno contestato la decisione di sposarmi in quella data. In realtà non è che cambiasse molto, perchè stavamo insieme da sei anni e da quattro si conviveva. Però era quello di cui avevo bisogno. Avevamo sempre posticipato per gli impegni del tiro a volo, che io non volevo trascurare.
    Avevo solo voglia di fare qualcosa per me stessa in un periodo in cui non c’erano gare. E poi non mi sono occupata dell’organizzazione, sono solo andata a sposarmi, a giugno. Perfino il viaggio di nozze l’abbiamo posticipato, a novembre: in Polinesia, un paradiso. Ma poi ho ricominciato con ben altre basi. Come donna e come atleta, avevo bisogno di un pezzo della mia vita privata»  
Jessica Rossi professa tranquillità, ha capito che restare serena è il modo migliore per centrare il bersaglio.
«Non voglio assolutamente vivere su quello che ho fatto in passato, anche se dopo Londra ho già dimostrato di saper vincere ancora. Per ora non è bastato ma pazienza, è andata così. So che sono la campionessa del quadriennio in corso, ho vinto tante cose, voglio stare tranquilla non mi voglio adagiare. E comunque: io l’Olimpiade l’ho già fatta e l’ho vinta, la scelta di mandarmi a Rio non sarà mia, quindi... Poi ovviamente vorrei andarci e non per fare un giro a Rio de Janeiro. Vorrei vincere un’altra medaglia, fare del mio meglio»
A metà marzo si riparte, Coppa del Mondo a Cipro. Nessun dubbio sulle sue motivazioni.
«Le ho, le ho, altrochè. Il tiro a volo mi diverte ed è la cosa che voglio fare nella vita. Me ne rendo conto ancora di più quando sto un periodo senza sparare. Dopo l’ultima gara almeno un mese di stop. Poi un assaggio ogni dieci giorni, tanto per non perdere la confidenza. Ora sono contenta, non ho più dubbi e sono felice di aver ritrovato la voglia dopo due anni di difficoltà e di tensioni, anche il non sapere se partirò o no»
Nessuna crisi da campionessa dunque?
«Non mi ha pesato. Semmai nel 2009 ebbi un periodo particolare. Vinsi Europeo e Mondiale a 17 anni, i giornalisti, le interviste, la tv. Ci misi un po’per accettare la nuova realtà. Sostanzialmente non sono cambiata, non mi sono montata la testa, ho più confidenza perfino con le telecamere»
La giornata della signora Rossi?
«La mia giornata è semplice. Mi piacciono cose serene, tranquille. Non amo uscire la sera, far tardi, frequentare pub o locali. Se faccio tardi una sera poi è un dramma svegliarsi il mattino dopo. Mi sento vecchia ma sono fatta così. Abbiamo la nostra ristretta cerchia di amici, mi piace passare il tempo con loro, sono me stessa, libera di sfogarmi. In estate ho scoperto Sky Cinema, ci piace guardare i film sul divano di casa perchè poi quando gareggio faccio vita da vagabonda. Amo anche la musica, soprattutto quella italiana: Laura Pausini, Ligabue»
Non ama il calcio, tifa Bologna ed è attratta da sport di squadra.
«Soprattutto pallavolo e beach volley. Conosco Marta Menegatti»
Non domani, ma nei progetti della signora Rossi c’è anche un bebè.
«Ho sempre avuto come punto di riferimento la Idem e la Vezzali: campionesse longeve che hanno condotto la loro vita da atlete, mogli, mamme. Hanno avuto figli e poi sono tornare a gareggiare ad alto livello. Ed è questo che voglio fare: amo il tiro a volo che è sport che consente longevità. Ma non voglio privarmi della vita. Non devo guardare troppo lontano per avere un esempio che ce la si può fare: basta pensare a Chiara Cainero, oro olimpico e poi mamma» 


CINEMA Kirk Douglas, 99 candeline

http://spettacoli.leonardo.it/michael-douglas-kirk-douglas-99-anni/?utm_source=Facebook&utm_medium=cpc&utm_campaign=Facebook%3A+Leonardo&utm_content=Kirk

La famiglia Douglas ha festeggiato: Kirk Douglas ha compiuto la bellezza di 99 anni. Undici anni fa la sua ultima apparizione cinematografica di una lunga e fortunata carriera che l'ha visto spaziare in vari generi. L'asso nella manica di Billy Wilder, Spartacus e Orizzonti di gloria di Stanley Kubrik, Il grande campione di Mark Robson, Il grande cielo di Howard Hawks sono solo alcuni dei suoi film più celebri.  Eroe di film western, di opere drammatiche e sociali, di commedie. Ha lavorato con alcuni dei maggiori registi (anche con Mario Camerini, per cui fece Ulisse e con De Martino in Holocaust 2000). L'elenco è lunghissimo, daAldrich a Wyler, da Minnelli a Vidor, Sturges, Huston, Frankenheimer, De Palma, Donen, Miller, Landis e molti altri che trovate nella scheda riassuntiva disponibile al link sotto indicato. Suo figlio Michael ha intrapreso la strada divenendo a sua volta attore di grande successo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Kirk_Douglas

99, il brano dei Toto
https://www.youtube.com/watch?v=Ptn-2SJEmVs 

domenica 27 dicembre 2015

ATLETICA Vittori, il professore scomodo che diceva sempre ciò che pensava

http://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/atletica/2015/12/27-7091354/vittori_il_maestro_scomodo_se_n_e_andato/
Sul Corriere dello Sport di domenica 27 dicembre 2015

Il professore si è spento alla vigilia di Natale. Carlo Vittori  aveva 84 anni ed è passato alla storia dello sport italiano indissolubilmente legato al suo più celebre allievo, Pietro Mennea, con il quale seppe formare un binomio assolutamente unico. Hanno avuto bisogno l’uno dell’altro per portare l’atletica italiana a livelli stratosferici. Carlo Vittori, che era stato velocista all’inizio degli anni ‘50, da tecnico fu un innovatore, fautore di un approccio particolarmente impegnativo e totalizzante, che prevedeva carichi di lavoro pesanti e uno spietato rigore nell’applicazione. Trovò in Mennea l’interprete ideale delle sue teorie e una volta scoccata la scintilla della comunione di intenti, la loro unione, pur con qualche scossone inevitabile, arrivò a produrre i massimi risultati. «Pietro era il peggior nemico di se stesso, perché non si amava molto, io ho imparato da lui a fare l’allenatore» diceva Vittori.
Ma quel che la coppia Mennea-Vittori è arrivata a fare nell’atletica è storia nota probabilmente perfino a chi non sa molto di atletica o a chi magari si è imbattuto nella recente fiction televisiva (ma quante lamentele per aver rappresentato in maniera troppo edulcorata il personaggio di Vittori). Meno ricordato il suo ruolo di allenatore a 360 gradi, che all’inizio della carriera lo vide occuparsi dei saltatori in alto e ad un certo punto perfino di un certo Roberto Baggio, allora giovane e fragile talento che la Fiorentina aveva acquistato dal Vicenza, temendo poi di perderlo per complicati interventi chirurgici. Baggio aveva una gamba più corta di sette centimetri, ma ci pensò il professore a lavorare per il completo recupero di quello che sarebbe diventato uno dei più grandi e ammirati calciatori italiani. Vittori ha lasciato testi ancora oggi studiati, un libro uscito l’anno scorso, intitolato “Nervi e cuore saldi. L’allenamento del velocista nelle sue componenti motivazionali e biologiche” che riassume il suo credo in un mix di lavoro ai limiti delle capacità fisiche, sorretto da una indispensabile ed enorme spinta motivazionale.
  
Il maestro dei maestri, come viene definito, l’allenatore per eccellenza dell’atletica italiana è sempre stato un personaggio atipico, scorbutico, difficile. Una sorta di burbero signore forte delle sue convinzioni (e dei risultati raggiunti) che non si sforzava di essere simpatico perchè non gliene importava nulla di come appariva agli altri. Amava sempre dire la sua con schiettezza, senza diplomazia nè mediazioni di sorta. Interlocutore anche ruvido e per questo perfino emarginato, man mano che il mondo dell’atletica cambiava, cedendo il passo alle ragioni economiche. Avversò il doping con tutte le sue forze, lasciò la Scuola di Formia quando capì che di non essere più in sintonia con l’ambiente. «Facevamo i controlli con le analisi di sangue e urine ma non andava bene a qualcuno. Me ne andai». Ebbe un ruolo importante anche nel rcord mondiale degli 800 siglato da Marcello Fiasconaro, che gli ha reso omaggio ringraziandolo pubblicamente: «Lo preparammo sei mesi prima, a Formia» ha detto Marcello, commosso nell'apprendere la notizia a Città del Capo, dove vive oggi.
L'ultima uscita pubblica di Carlo Vittori giusto un mese fa, per i 60 anni della Scuola di atletica leggera di Formia, senza tradire se stesso e la sua proverbiale voglia di dare libero sfogo ai suoi pensieri. «Ho sempre detto quello che penso». Protestava perchè a Formia erano sbarcati tanti altri sport e la sua Scuola non era più solo regno dell’atletica («Le medaglie le ha vinte l’atletica!»), rincarava la dose sul tema del doping e del lavoro: «Mi fido solo di Bolt. Gatlin? Chi si è dopato non dovrebbe più gareggiare». Gli ultimi strali sul decentramento, sull’imborghesimento degli atleti militari che si allenano a casa, sulla mancanza di tecnici. Parlare con lui significava avere sicuramente un titolo ad effetto. Ma il maestro dei maestri (a cui la Fidal aveva da poco conferito la Quercia al merito di terzo grado, la più alta onoreficenza) nel tramonto del suo cammino, auspicava la condivisione per la sua atletica, che nel momento del bisogno avrebbe voluto vedere unita e propositiva.  

LA SCHEDA
Carlo Vittori era nato ad Ascoli Piceno il 10 marzo del 1931, si era affermato in gioventù come sprinter, arrivando a vestire la maglia azzurra per otto volte, tra il 1951 e il 1954 (nel 1952, parteciò ai Giochi di Helsinki). Successivamente nel ruolo di allenatore, guidò Pietro Mennea alle sue molte medaglie e al record mondiale dei 200: il 19”72 di Mexico City nel 1979.
Il binomio Mennea-Vittori si rivelò il nucleo di una vera e propria scuola italiana dello sprint capace di meritarsi il rispetto dell’atletica internazionale.   Dal lavoro con altri tecnici, tra i quali vanno ricordati il compianto Plinio Castrucci (anche lui scomparso nel corso di quest’anno) ed Ennio Preatoni, scaturì il periodo di massimo fulgore della velocità italiana, a cavallo tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80. Un’età dell’oro idealmente culminata, al di là degli straordinari successi di Pietro (il primato mondiale dei 200 di Messico 1979, l’oro olimpico di Mosca 1980, solo per ricordare i due momenti più alti) nella medaglia d’argento mondiale della staffetta 4x100 a Helsinki 1983, con il quartetto azzurro (Tilli, Simionato, Pavoni, Mennea) incastrato tra  Stati Uniti di Carl Lewis e le maglie rosse dell’Unione Sovietica, le due superpotenze, anche sportive, dell’epoca. Se Mennea fu il fenomeno unico e per molti irripetibile, quello che seppe fare quella staffetta esaltò il lavoro tecnico di un gruppo di atleti che concluse idealmente un periodo indimenticabile.

mercoledì 23 dicembre 2015

VOLLEY Il ricordo di Andrea Scozzese su iVolley magazine


 http://www.ivolleymagazine.it/ivolley_n.126/index.html

VOLLEY Bonitta e la nuova Nazionale: «Scelte coraggiose ma non avventate»

Sul Corriere dello Sport di martedì 22 dicembre 2015

Marco Bonitta ha scelto l’Italia con cui darà il primo assalto alla qualificazione per i Giochi Olimpici di Rio 2016. Scelte coraggiose, ma non avventate, tiene a precisare.
«Le quattro giovani  in dieci partite di A1 hanno già dimostrato di sapersi adattare, di avere buona qualità. Le mie scelte sono coraggiose ma non avventate, avere il Club Italia in A1 mi ha permesso di vedere la capacità di adattamento di queste ragazze. Le "straniere" Del Core, Bosetti e Centoni le ho trovate molto bene soprattutto di testa, e anche di qualità fisica, sono ragazze che ci daranno molto. Quando faccio le convocazioni, guardo a 360 gradi: la qualità tecnica è la prima ma in questo caso importante anche la condizione fisica»
Condizioni fisiche non ottimali hanno impedito di prendere in considerazioni senatrici importanti come Francesca Piccinini e Valentina Arrighetti.
«Sì, anche anche Caterina Bosetti non sta giocando. Mi è dispiaciuto anche dover rinunciare alla Piccinini, che sentiva di non poter dare il consueto contributo in un momento in cui la Nazionale ha bisogno di forza fresca e mentale»
Diverso il discorso per Eleonora Lo Bianco, per la quale il ct chiede rispetto.
«Non mi piace parlare di rinuncia. Eleonora va rispettata per quella che è stata la sua storia, una scelta dolorosa per lei dopo 15 anni d’azzurro. Si è presa la responsabilità di dire che non se la sente. La Nazionale richiede un grandissimo impegno psicofisico»
Sarà dunque Francesca Ferretti la palleggiatrice titolare.
«La Ferretti sarebbe comunque rientrata, anche se ci fosse stata ancora Lo Bianco. Francesca ha dato la disponibilità che già conoscevo. Le altre scelte sono determinate dall’avere la disponibilità completa. A fare le titolari, le riserve, a essere escluse. La Nazionale è questa e so di avere un gruppo fortemente motivato».
Parliamo delle quattro “moschettiere” del Club Italia.
«Alessia Orro dopo il Grand Prix ha vissuto da protagonista esperienze importanti come Mondiali pre juniores e juniores. Ha preso sicurezza e certezza nei propri mezzi, ha cominciato in panchina il campionato, come seconda palleggiatrice ed è diventata titolare in A1. Ha personalità e una grande strada davanti. La Egonu ha qualità di attacco che le permette di essere giocatrice di alto livello, nel club riceve perchè fa esperienza importante, in attacco e in battuta è già di altissimo livello. 
La Guerra, più ricettrice che attaccante ha dimostrato di saper tenere il campo, in battuta è pericolosa, è una delle prime 15 attaccanti, straniere incluse. E’ seria, sa bene ciò che vuole fare, lavora con grande disponibilità. Anna Danesi poteva già giocare in uno dei top team, ha preferito rimanere con noi. E’ tra le migliori muratrici. Ma tutte hanno l’atteggiamento giusto. E’ una bella generazione»
Ad Ankara vi attende un torneo difficilissimo. La prima va a Rio, seconda e terza potranno riprovarci nel torneo ad otto in Giappone, la prossima primavera (promosse tre più un’asiatica).
«L’ultimo europeo ha detto che i nostri avversari hanno forse qualcosa in più di noi a livello fisico e strutturale. Gente più alta e che tira più forte. Per essere competitivi dobbiamo andare a mille e giocare con il coltello tra i denti. Sei squadre sperano, noi siamo tra quelle perchè l’Europeo ha detto che può succedere di tutto. Ma ora pensiamo solo alla prima partita con la Russia. Dobbiamo trovare subito la forza morale di affrontare questa sfida»
Le sue convocazioni dimostrano che si può sempre sperare nella maglia azzurra.
«La porta rimane aperta per tutte, specie per quelle giocatrici che hanno nelle parole e nei fatti la maglia azzurra in testa e nel cuore. Con piacere ho ritrovato alcune atlete con cui si è vissuto il Mondiale e il risultato negativo dell’Europeo. Tengo a dire che io sto molto bene con loro. Ripartiamo con entusiasmo» 
L’avventura del Club Italia in A1 sta sorprendendo molti, al punti che dei club vorrebbero prendersi anche subito le azzurrine, che martedì sera hanno sfiorato il colpaccio, arrendendosi alla Pomì campione d'Italia solo al quinto set, 15-13 (pur avendo giocato senza la Egonu, volata in Nigeria).
«Noi siamo tranquilli, ci abbiamo sempre creduto. Fare la A1 è un bene per le atlete che spero si tranuti l’anno prossimo nella possibilità di giocare. Avevo detto che avremmo fatto 20 punti e molti mi hanno riso in faccia. Ne abbiamo già 13 e nel girone di ritorno possiamo prendere gli altri 7...»  
 
LE 14 AZZURRE
Alzatrici: Ferretti (Modena) e Orro (Club Italia) Opposti: Centoni (Galatasaray) e Diouf (Modena) Centrali: Chirichella (Novara), Danesi (Club Italia) e Guiggi (Novara). Schiacciatrici: Lucia Bosetti (Fenerbahce), Del Core (Kazan), Egonu e Guerra (Club Italia), Gennari (Bergamo) Liberi: De Gennaro (Conegliano) e Sansonna (Novara).

Le foto sono di Fiorenzo Galbiati e Fabrizio Zani

VOLLEY La Lombardia, Volleyrò e la "collocazione politica" di Orago

 https://www.youtube.com/watch?v=cbCntwcdwvs

Devo ringraziare la rassegna stampa della Lega Femminile di pallavolo, che mi ha consentito di scorgere una “perla” di sensibilità apparsa su un quotidiano locale lombardo e riguardante il volley femminile. O meglio un aspetto particolare di un testo, firmato da Andrea Anzani, che contiene diversi spunti di riflessione e lascia insoluto qualche punto interrogativo.
Un articolo scritto abilmente perché alcuni passaggi sembrano proprio passi di una intervista, dichiarazioni rilasciate da qualcuno, ma non racchiuse dalle classiche virgolette che aprono e chiudono un discorso. Il tema portante dell’interessante articolo è il volley giovanile. In particolare il volley giovanile della Lombardia. Il fulcro dell’illuminante servizio è in coda, in cauda venenum (non ho mai amato il latino, ma la citazione è d’obbligo e mi permette di ricordare il vecchio album degli Jacula).
Riporto in corsivo le parole scritte da Andrea Anzani (che va ringraziato per il suo articolo, altrimenti la problematica non sarebbe emersa...):  L’operazione Mencarelli-Lombardia rientra in un progetto volto a contenere la fuoriuscita di talenti locali verso le realtà di fuori regione: un tentativo del CRL e dei maggiori club di contenere lo strapotere del Volleyrò Casal de’Pazzi colpito negli ultimi giorni dalla dolorosissima perdita del suo patron, Andrea Scozzese. Per il volley giovanile si aprono scenari nuovi dove i club più importanti nella formazione di talenti, Orago su tutti, dovranno trovare la propria collocazione tecnica e politica.
In apertura ho sottolineato la sensibilità, naturalmente casuale, per via della fortuita coincidenza. Sapete quando è comparso in edicola questo articolo? Il giorno dei funerali di Andrea Scozzese. Nemmeno il tempo di piangere la perdita del dirigente romano (ma ho il sospetto che in Lombardia fosse già esaurita la riserva di lacrime da poter versare nel 2015) che già si ha la certezza che senza di lui debbano aprirsi nuovi panorami in merito al volley giovanile. Non so cosa pensano i dirigenti federali lombardi sul tema, lo saprei con certezza se il passaggio sopra indicato fosse stato virgolettato. Ma non lo era. Quindi suppongo che siano informazioni di primissima mano che Anzani ha rivelato, condividendole in toto, a giudicare dal tono e dai contenuti della “coda”.  
In cauda semper stat venenum. Già.
Mi metto nei panni di un lettore. Magari un lettore che non sia proprio digiuno dell’argomento. “Le parole contano”, diceva Nanni Moretti nel suo Palombella rossa, cazziando l’incauta giornalista con cui dialogava. Se leggo strapotere, riferito alla società Volleyrò Casal de’Pazzi, sono portato a pensare in termini negativi al lavoro e all’esistenza della società romana. Si mette in relazione la scomparsa di Scozzese al fatto che per il volley giovanile si aprono scenari nuovi. Non è un concetto sensibile ai miei occhi di lettore.
Si parla di Orago, definito uno dei club più importanti nella formazione di talenti. La società di Orago, dove Giuseppe Bosetti ha forgiato tante atlete, a cominciare dalle tre brave figliole, ha un rapporto in atto e contrattualizzato con Volleyrò. Per quanto ne so non intende rescinderlo o cessare di onorarlo. Se Orago è quel che è non sarà anche per come ha saputo lavorare e scegliere? E ora la politica vorrebbe insegnare o dettare le scelte di Orago?
Il concetto che Orago deve trovare la sua collocazione tecnica e politica, se fosse stato messo tra virgolette e attribuito a qualcuno, mi avrebbe fatto venire in mente “Il padrino”, don Vito Corleone e le sue offerte che non si possono rifiutare.
Ma il concetto non è messo tra virgolette.
Eppure a me è venuto ugualmente in mente Il Padrino (quanto era bravo Francis Ford Coppola nel portare sullo schermo il romanzo di Mario Puzo…)
Ora smetto i panni del lettore e mi permetto di condividere semplici riflessioni. Allora, il fatto che Volleyrò dia fastidio a certi comitati regionali è assodato. Mi chiedo chi e cosa abbiano impedito ad altre società, negli ultimi trent’anni, di metter su un club con le finalità di Volleyrò. Ogni club deve essere libero di fare accordi con chi vuole e di affidarsi a chi meglio crede, anche se il partner ideale è fuori regione. Quello che dovrebbe contare, cara Fipav, è il bene della pallavolo, specie nell’ottica della Nazionale. O il C.R.Lombardia non fa più parte della Fipav e dell’Italia? Evidentemente collocazione tecnica e collocazione politica non sono concetti che si fondono. O meglio, non dovrebbero essere costretti a fondersi secondo vincoli geografici. E se una scelta deve essere fatta, non può che essere tecnica.
Per decenni ragazzi di tutta Italia, dalla lontana Sicilia alla Campania, a risalire, sono andati a vivere alla Ghirada, presso quella scuola di talenti che è stata la Sisley Treviso, e cito solo solo l’esempio più eclatante e purtroppo ormai esauritosi. Per non dimenticare il periodo d’oro in cui la maggior parte della meglio gioventù era nell’orbita bergamasca.
Dunque, dove sta il problema? Sui risultati tecnici di Volleyrò, scudetti giovanili a parte, la miglior testimonianza la stanno offrendo il club Italia e la freschissima convocazione in Nazionale assoluta di Anna Danesi.
Ogni Comitato Regionale della Federvolley dovrebbe fare il tifo, e non ostacolare, club che lavorano sulle giovani senza nemmeno avere la vetrina di un campionato di vertice assoluto. O in ballo ci sono altri interessi che contano più del saper aiutare a crescere talenti pallavolistici?

VOLLEY La Lombardia, Volleyrò e la "collocazione politica" di Orago

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2015/12/volley-la-lombardia-volleyro-e-la_23.html


Devo ringraziare la rassegna stampa della Lega Femminile di pallavolo, che mi ha consentito di scorgere una “perla” di sensibilità apparsa su un quotidiano locale lombardo e riguardante il volley femminile. O meglio un aspetto particolare di un testo, firmato da Andrea Anzani, che contiene diversi spunti di riflessione e lascia insoluto qualche punto interrogativo.
Un articolo scritto abilmente perché alcuni passaggi sembrano proprio passi di una intervista, dichiarazioni rilasciate da qualcuno, ma non racchiuse dalle classiche virgolette che aprono e chiudono un discorso. Il tema portante dell’interessante articolo è il volley giovanile. In particolare il volley giovanile della Lombardia. Il fulcro dell’illuminante servizio è in coda, in cauda venenum (non ho mai amato il latino, ma la citazione è d’obbligo e mi permette di ricordare il vecchio album degli Jacula).
Riporto in corsivo le parole scritte da Andrea Anzani (che va ringraziato per il suo articolo, altrimenti la problematica non sarebbe emersa...):  L’operazione Mencarelli-Lombardia rientra in un progetto volto a contenere la fuoriuscita di talenti locali verso le realtà di fuori regione: un tentativo del CRL e dei maggiori club di contenere lo strapotere del Volleyrò Casal de’Pazzi colpito negli ultimi giorni dalla dolorosissima perdita del suo patron, Andrea Scozzese. Per il volley giovanile si aprono scenari nuovi dove i club più importanti nella formazione di talenti, Orago su tutti, dovranno trovare la propria collocazione tecnica e politica.
In apertura ho sottolineato la sensibilità, naturalmente casuale, per via della fortuita coincidenza. Sapete quando è comparso in edicola questo articolo? Il giorno dei funerali di Andrea Scozzese. Nemmeno il tempo di piangere la perdita del dirigente romano (ma ho il sospetto che in Lombardia fosse già esaurita la riserva di lacrime da poter versare nel 2015) che già si ha la certezza che senza di lui debbano aprirsi nuovi panorami in merito al volley giovanile. Non so cosa pensano i dirigenti federali lombardi sul tema, lo saprei con certezza se il passaggio sopra indicato fosse stato virgolettato. Ma non lo era. Quindi suppongo che siano informazioni di primissima mano che Anzani ha rivelato, condividendole in toto, a giudicare dal tono e dai contenuti della “coda”.  
In cauda semper stat venenum. Già.
Mi metto nei panni di un lettore. Magari un lettore che non sia proprio digiuno dell’argomento. “Le parole contano”, diceva Nanni Moretti nel suo Palombella rossa, cazziando l’incauta giornalista con cui dialogava. Se leggo strapotere, riferito alla società Volleyrò Casal de’Pazzi, sono portato a pensare in termini negativi al lavoro e all’esistenza della società romana. Si mette in relazione la scomparsa di Scozzese al fatto che per il volley giovanile si aprono scenari nuovi. Non è un concetto sensibile ai miei occhi di lettore.
Si parla di Orago, definito uno dei club più importanti nella formazione di talenti. La società di Orago, dove Giuseppe Bosetti ha forgiato tante atlete, a cominciare dalle tre brave figliole, ha un rapporto in atto e contrattualizzato con Volleyrò. Per quanto ne so non intende rescinderlo o cessare di onorarlo. Se Orago è quel che è non sarà anche per come ha saputo lavorare e scegliere? E ora la politica vorrebbe insegnare o dettare le scelte di Orago?
Il concetto che Orago deve trovare la sua collocazione tecnica e politica, se fosse stato messo tra virgolette e attribuito a qualcuno, mi avrebbe fatto venire in mente “Il padrino”, don Vito Corleone e le sue offerte che non si possono rifiutare.
Ma il concetto non è messo tra virgolette.
Eppure a me è venuto ugualmente in mente Il Padrino (quanto era bravo Francis Ford Coppola nel portare sullo schermo il romanzo di Mario Puzo…)
Ora smetto i panni del lettore e mi permetto di condividere semplici riflessioni. Allora, il fatto che Volleyrò dia fastidio a certi comitati regionali è assodato. Mi chiedo chi e cosa abbiano impedito ad altre società, negli ultimi trent’anni, di metter su un club con le finalità di Volleyrò. Ogni club deve essere libero di fare accordi con chi vuole e di affidarsi a chi meglio crede, anche se il partner ideale è fuori regione. Quello che dovrebbe contare, cara Fipav, è il bene della pallavolo, specie nell’ottica della Nazionale. O il C.R.Lombardia non fa più parte della Fipav e dell’Italia? Evidentemente collocazione tecnica e collocazione politica non sono concetti che si fondono. O meglio, non dovrebbero essere costretti a fondersi secondo vincoli geografici. E se una scelta deve essere fatta, non può che essere tecnica.
Per decenni ragazzi di tutta Italia, dalla lontana Sicilia alla Campania, a risalire, sono andati a vivere alla Ghirada, presso quella scuola di talenti che è stata la Sisley Treviso, e cito solo solo l’esempio più eclatante e purtroppo ormai esauritosi. Per non dimenticare il periodo d’oro in cui la maggior parte della meglio gioventù era nell’orbita bergamasca.
Dunque, dove sta il problema? Sui risultati tecnici di Volleyrò, scudetti giovanili a parte, la miglior testimonianza la stanno offrendo il club Italia e la freschissima convocazione in Nazionale assoluta di Anna Danesi.
Ogni Comitato Regionale della Federvolley dovrebbe fare il tifo, e non ostacolare, club che lavorano sulle giovani senza nemmeno avere la vetrina di un campionato di vertice assoluto. O in ballo ci sono altri interessi che contano più del saper aiutare a crescere talenti pallavolistici?

martedì 22 dicembre 2015

VOLLEY Il mondo del volley piange Dejan Brdjovic

Povero Dejan, una vita segnata dal dolore fino alla fine. Dejav Brdjovic è morto, a soli 49 anni, stroncato dal male che lo aveva colpito da tempo. Una bella carriera pallavolistica, la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Atlanta '96 ma funestata dalla tragedia familiare. Prima della semifinale contro l'Italia di Velasco, Dejan lasciò gli States perché suo figlio Marko, a soli 15 mesi, morì per un aneurisma. La prima volta che lo vidi giocare, ad Atene, al Palasport della Pace e dell'Amicizia, indossava la maglia biancorossa dell'Olympiakos Pireo, in occasione della final four di Coppa Campioni giocata dal Messaggero Ravenna. Un combattente autentico dimostrò di esserlo nella stagione, difficile, vissuta a Roma con la maglia biancoverde dell'Auselda. La guidò ad una salvezza miracolosa, autentico leader di una squadra fatta in fretta e tra mille difficoltà, con Claudio Giovanardi impegnato a non perdere la scommessa romana con una immediata retrocessione.
Vittorio Sacripanti era il direttore generale di quella Roma. «Dejan, un giocatore, un uomo straordinario» ribadisce commosso, apprendendo la notizia della sua scomparsa. 

Con intense parole è stato salutato da Vladi Grbic, compagno di tante partite in nazionale: «Quando cade un cavaliere con il quale ho passato tante battaglie muore anche una parte di me. Quella migliore....fatta di convinzione sudore sangue e lacrime. La piu sincera»

Dejan Brdjovic era nato a Zica, frazione di Kraljevo, in Serbia il 21 febbraio 1966. Sposato con Melena ed ha due figli, Aleksa di 21 anni e Aleksandra di 18. Entrambi giocano a pallavolo. Dopo sette anni alla Stella Rossa, giocò nell’Olympiakos Pireo, nell’Orestiada, quindi Auselda Roma, Stella Rossa, Asystel Milano, Loreto, Lube Macerata, Aek Atene, ancora Stella Rossa ed iniziando la carriera di allenatore- giocatore per un triennio nel 2004 col Radniki Kragujevac. Ha allenato l’Asystel Novara nel 2008 e poi il Rabita Baku, club dell’Azerbaigian. Medaglia di bronzo con la Jugoslavia all’Olimpiade di Atlanta ‘96, agli Europei ‘95 ed alla Coppa del Mondo ‘96.  Sotto potete rileggere articolo che gli dedicò il Corriere dello Sport il 4 gennaio del 2011, quando allenava il Rabita Baku femminile.


Questo l'articolo pubblicato 
dal Corriere dello Sport nel gennaio 2011

Oltre 300 partite con la nazionale della Jugoslavia, di cui fu a lungo anche il capitano, medaglia di bronzo all’Olimpiade di Atlanta. Dejan Brdjovic torna in Italia da avversario, ora allena il Baku, rivale domani sera della Scavolini Pesaro in Champions League. Un’altra puntata dei suoi duelli con Tofoli, due grandi campioni divenuti allenatori nel volley femminile. Dejan Brdjovic è uno di quelli col volley nel dna. Nacque a Žiča, appena 5000 anime, una frazione di Kraljevo. C’era una squadra di pallavolo in B1 e come tutti i ragazzini sognava di farne parte. Realizzò il suo sogno ma le sue qualità lo portarono presto nel grande volley, fino alla Nazionale. «Ma io sono rimasto il ragazzo di campagna che ero allora – sottolinea con orgoglio – Non mi sono montato la testa, non ho cambiato le mie abitudini, ho sempre coltivato le amicizie con semplicità ed umiltà. Devo ammettere che mi è dispiaciuto vedere alcuni campioni del mio Paese, certo molto più grandi di me, diventare superbi e scostanti, così lontani dalle loro radici». Nel volley ha ricoperto i ruoli di palleggiatore, poi schiacciatore, quindi opposto. Tre anni fa ha fondato a Kragujevac la Smec 5, di cui è patron e direttore tecnico, una specie di scuola di pallavolo per avvicinare ragazzi al volley e allevare talenti. Con Novara non si lasciò benissimo, ma senza polemiche, con signorilità. Ora preferisce ricordare il suo primo impatto con l’Italia.

CON MIRKO - «In Italia ho giocato tre campionati in A1, a Roma, Milano e Macerata. Ed ogni volta ero in squadra con Mirko Corsano. A Roma nell’Auselda giocava ancora come schiacciatore. Eravamo molto amici e molto legati, passavamo insieme moltissimo tempo. L’esperienza con l’Auselda Roma è stata forse una delle più esaltanti per me. La squadra era arrivata in A1 dopo aver acquistato i diritti di una B1. Era stata allestita con tanto coraggio, con giocatori provenienti dalle serie minori. Ricordo che con noi giocava anche Hristo Zlatanov, giovanissimo, preso dal Ravenna. Io stesso arrivavo a Roma dopo la tragica esperienza della morte di mio figlio Marko. Ero stroncato nell’animo, avevo perso molta della voglia di vivere che ho sempre avuto. Eppure l’esperienza romana, la vicinanza di persone vere come Mirko, mi fecero ritrovare me stesso e piano piano tornai a dare tutto ciò che avevo dentro, al limite delle mie possibilità di allora. Ricordo ancora qualche mia partita straordinaria con quella maglia, ma ricordo soprattutto la squadra, capace di compiere l’impresa di salvarsi e di arrivare addirittura ai play off. L’inizio non fu facile per me, soprattutto nei rapporti con l’allenatore Piero Molducci. Ero un opposto, mi faceva giocare in posto 4. Nel giro di un mese arrivammo al confronto, decidemmo che avrei giocato nel ruolo per cui mi avevano ingaggiato e da quegli screzi nacque un’amicizia basata sulla stima reciproca che dura ancora adesso». «Un giocatore, un uomo straordinario», ricorda Vittorio Sacripanti, dg di quella Roma.

E’ stato difficile trasformarsi in allenatore? «E’ molto diverso, da giocatore pensi a te stesso, alla tua prestazione ed anche quando le cose non vanno, dopo mezza giornata non ci pensi più, proprio ascoltando il tuo allenatore. E’ questa la differenza: il tecnico deve considerare tutto, deve pensare alla squadra, al singolo ed a come far rendere al meglio ogni giocatore. Difficile ottenere risultati se non si sa dialogare con i giocatori. Forse è proprio questo il vantaggio di chi allena dopo aver giocato, magari ad alti livelli: sa come parlare ai suoi giocatori perché spesso ha vissuto le stesse situazioni».  
Ha mai detestato un allenatore? «Ne ebbi uno che mi ordinò di fare cento tuffi consecutivi. Io li feci e poi gli chiesì il perché. Ma non mi rispose, non mi spiegò la ragione. Ecco, lui lo detestai, mi parve una persona che di pallavolo sapeva meno di me, non sapendo nemmeno motivare una sua richiesta. Invece quando trovavo un allenatore capace di farmi crescere nel fisico, nella consapevolezza. Mi dava subito fiducia e riuscivo ad esprimere il 120% di me stesso»



le foto in bianco e nero sono di Carlo Giuliani 



domenica 20 dicembre 2015

CINEMA Star Wars Episodio VII Il risveglio della Forza (no spoiler)


 STAR WARS Episodio VII Il risveglio della Forza. Regia: J.J. Abrams.
* visto in edizione originale con sottotitoli in italiano

NO SPOILER

Per coerenza rispetto alla caratteristica no spoiler dei post sul cinema che appaiono su questo sito, non metto nemmeno l'elenco degli interpreti, per non sciupare minimamente visione ed eventuali sorprese. Preambolo necessario, Star Wars settimo episodio, anche se visto nella centralissima sala romana di piazza Barberini, stracolma e affollata soprattuto da spettatori stranieri, ha dato l'idea di un cinema d'altri tempi, con applausi e urla in sala all'apparire di questo o quel personaggio (quattro volte) frequenti risate e applauso finale. Tanto per rendere l'idea di come la saga di Star Wars sia ormai non più soltanto cinema. Abbracciando quasi quattro decenni, la storia riprende 32 anni dopo Il ritorno dello Jedi. A beneficio di coloro che per ragioni anagrafiche sanno poco o nulla della saga, ricordiamo la peculiarità della storia partorita da George Lucas. Una saga che prevede ben nove episodi, ma che fu avviata a partire dal quarto, quinto e sesto. Cui seguirono i primi tre. Ora con il settimo,
ci si avvia alla conclusione. 
Star Wars, una nuova speranza uscì nel 1977 e fu seguito da Star Wars L'impero colpisce ancora (1980) e da Star Wars Il ritorno dello Jedi (1983).  Il 19 maggio 1999 uscì il primo prequel, Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma, seguito il 16 maggio 2002 da Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni e il 19 maggio 2005 da Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith
Dà molto da discutere questo settimo episodio che alla resa dei conti, nonostante l'acquisizione Disney che ha fatto storcere la bocca a molti fan, decisi a boicottarne la visione (ma sbaglierebbero a persistere) è un film divertente e non banale, anche se c'è qualche banalità insopportabile di sceneggiatura e soprattutto i temi, gli ambienti e le modalità alla fine sono sempre gli stessi. Il fatto è che nel frattempo ce ne sono stati molti altri di film che hanno viaggiato su binari simili. Per cui potrà accadere che certi passaggi abbiano un sapore di già visto (le scene sui pianeti e sulle esplosioni di fuoco e fiamme faranno tornare alla mente certi frammenti del Signore degli anelli).
 Ma anche questo viene assorbito dal fascino e dalla familiarità della grande famiglia di Guerre stellari. Personaggi che ormai fanno parte della nostra cultura, tematiche che non cambiano, coinvolgendo sempre i rapporti tra padri e figli, fratelli (e magari non...Solo). Una famiglia della quale fanno parte anche i personaggi robotici e il mitico Chewebecca, vere e proprie star esattamente come e perfino più degli altri. Un film politicamente corretto e al passo con i tempi, che ha tra i suoi eroi un attore di colore e una donna dalla Forza inconsapevole ma reale nel momento più difficile. 
E l'amore che continua ad avere un ruolo fondamentale, motore delle scelte e delle azioni. Ecco, le scelte. Un tasto che è nel dna di tutta la saga: la scelta tra il Bene e il Male, tra la Luce e l'Oscurità delle tenebre che inghiotte i cuori. I confini non sono netti, si può sempre passare da un lato all'altro della Forza, scegliere da che parte stare e quando si è scelta la Luce, non deviare il cammino, credere e vivere fino alla fine con la forza e la convinzione di questa scelta. 
Sarà anche un giocattolone, forse. Ma Star Wars continua ad essere anche altro e a tenere in vita quella magia fanciullesca che non bisognerebbe mai scegliere di dimenticare. E ben venga anche Star Wars, se riesce a risvegliarla. I prossimi e conclusivi episodi nel 2017 e nel 2019, con tante altre sorprese (una delle quali si può intuire ascoltando la versione originale, nel corso di una scena onirica c'è una voce che...) ma sempre accompagnate dalla bellissima colonna sonora musicale composta da John Williams.

***
P.S. Personalmente ho trovato scandalosamente fastidiosi gli spot pubblicitari che usano il tema musicale di Star Wars. Sbagliato cedere i diritti, pensando probabilmente di promuovere un film che non aveva certo bisogno di promozione). Inevitabile la voglia di non acquistare e bocciare idealmente i committenti di questi spot.



WORD GAMES Star Wars o Wada war? Whereabouts...

A chi ultimamente ha seguito o si è imbattuto nel pasticciaccio che ha messo (ingiustamente) alla gogna 26 atleti della Federazione Italiana di atletica Leggera, e si è recato al cinema a vedere l'ultimo episodio di Star Wars, la tradizionale scritta iniziale che scorre sul grande schermo riserva una sorpresa che strappa il sorriso. Indovinate quale parola conclude il breve prologo scritto? Whereabouts. Che ci sia lo zampino della Wada (e del Coni) anche qui?

WORD GAMES Il Coni e le...Medaglie d'oro di Montezemolo

Protesta formale è stata inoltrata dal Coni nei confronti dell'Atac, l'azienda dei trasporti del Comune di Roma perchè sulle linee 913 e 990, in viale delle Medaglia d'Oro, poco prima di Piazzale degli Eroi, la fermata Medaglie d'Oro è abbinata al nome di Montezemolo. Medaglie d'oro-Montezemolo, ripete ossessivamente il disco sul bus ogni volta che sta per fermarsi lì Nella nota si spiega che Montezemolo nella sua carriera non ha vinto medaglie d'oro (olimpiche si presuppone).

mercoledì 16 dicembre 2015

MUSICA / DSA Commando a Roma sabato 30 gennaio

 
di Luca De Sanctis 
 
Per tutti gli appassionati della buona musica, che sia rap, metal o punk, l’appuntamento è il 30 gennaio al “CSO Ricomincio dal Faro” di Roma, in Via del Trullo 330, dove i DSA Commando presenteranno il loro ultimo album “Sputo”, lavoro curato e ricco di spunti interessanti. Il gruppo di Savona, in attività dal 2003, non ha mai sbagliato un colpo, proponendo musica diretta e di qualità, dai contenuti più disparati e mai banali che con rabbia e poesia si amalgamano alle produzioni, sempre impeccabili e variegate, con sonorità a tratti tetre e lugubri, a tratti melodiche ed evocative, con influenze anche al di fuori dell’hip hop.
Il compito di precedere gli headliner spetta a Suarez (GDB Famija) e Rak & Dj Drugo (Barracruda), delle garanzie per quanto riguarda la scena rap locale. Ad aprire la serata vari giovani nomi dell’underground romano per i quali vale assolutamente la pena arrivare presto. Una menzione speciale per i ragazzi della Real Mind Elements (Mr.Nessuno, Silla e Mastasiggi) e Ragin’Bull MGMT per l’organizzazione di questo imperdibile evento e per l’occasione che stanno offrendo: assistere a Roma al live di una delle formazioni più vere e valide d’Italia. 
Di seguito trovate il link dell’evento con tutti i dettagli: https://www.facebook.com/events/201515306857521/
Quindi che altro dire…ci si vede il 30 sotto al palco E SE NVIENI N’HAI CAPITO NIENTE!

Sabato 30 gennaio 2016 alle ore 21:00
Cso Ricomincio Dal Faro a Roma

martedì 15 dicembre 2015

CALCIO Juventus a -6 dall'Inter capolista dopo 16 giornate: come nell'anno del sorpasso (2002)

Testo ampliato, parzialmente pubblicato dal Corriere dello Sport, martedì 15 dicembre 2015

Nell’era dei tre punti a partita, il campionato più avvincente è stato indiscutibilmente quello che si concluse, il 5 maggio del 2002, con il più incredibile dei sorpassi, concretizzato dalla Juventus ai danni dell’Inter proprio all’ultima giornata, anzi negli ultimi 46 minuti. Le sei vittorie consecutive che hanno rilanciato la squadra di Allegri dopo la falsa partenza, hanno riproiettato i bianconeri ai margini della zona Champions e di nuovo in lotta per la vittoria del campionato, con un distacco di 6 punti dall’Inter capolista dopo le prime 16 giornate. Impossibile non soffermarsi allora sulle analogie tra quella rimonta riuscita tredici anni fa e la rincorsa bianconera di oggi. 
Anche allora, alla 16ª giornata, l’Inter guidava con 6 lunghezze sulla Juve che era quarta (e dopo 14 turni i bianconeri erano anche più staccati: sesti con ben 9 punti di ritardo): tutto come oggi, salvo che entrambe ora hanno due punti in più. 
Fu l’anno del boom del Chievo, a lungo capolista e sempre nelle prime posizioni, con la Roma sempre protagonista lassù. Sulla panchina bianconera era tornato a sedersi Marcello Lippi ma dopo un buon avvio, in autunno la Juve incappò in cinque pareggi consecutivi (6 pari e una sconfitta in 7 gare senza vittorie) e l’Inter allungò. 
Alla 23ª giornata, battendo la Fiorentina, la Juventus riguadagnò fugacemente la vetta, ma fu solo una tappa di una serie di ribaltoni e di una sfida a tre che sarebbe durata fino alla fine. Anche grazie ad un indimenticabile gol realizzato da Nedveed a Piacenza, negli ultimi minuti di una partita molto complicata per la Juve, che la spuntò per 1-0. 
Fatto sta che quel 5 maggio l’Inter si presentò all’Olimpico padrona del suo scudetto, ma non le bastò nemmeno andare in vantaggio due volte contro una Lazio che la tifoseria avrebbe voluto morbida per non avvantaggiare la Roma, mentre a Udine Trezeguet e Del Piero avevano impiegato appena 11 minuti per mettere i 3 punti in cassaforte. Al 45’ il pareggio di Poborski, poi i gol di Simeone e Simone Inzaghi: Lazio-Inter 4-2. Nerazzurri distrutti, in lacrime e terzi, scavalcati anche dalla Roma grazie al gol vincente di Cassano al Torino.  
Quello fu il primo titolo conquistato dal giovane Buffon, che è l'unico superstite di quella Juventus.
Scudetto bianconero al fotofinish dunque, come era arrivato quello del 1973, con il gol di Cuccureddu allo scadere (Roma sconfitta all’Olimpico, 2-1 in rimonta) che era valso il sorpasso sul Milan e sulla Lazio.

http://www.video-ultra.info/-quelli-cheil-5-maggio-113427 

domenica 13 dicembre 2015

CALCIO 16ª giornata - Il distacco della Juve, 4ª a -2 dalle seconde

 Solo poche settimane fa una situazione del genere sembrava un'illusione riservata ai tifosi bianconeri più ottimisti. Invece piano piano e pur con qualche inciampo (vedi Siviglia con la Champions forse terribilmente complicata, vedremo il sorteggio) la Juventu è cresciuta. Non è bella come in passato, non produce un gioco spumeggiante e divertente ma è tornata concreta e battagliera, capace di giocare con carattere e di stare in campo con tanta voglia. Dopo la serataccia di Sassuolo è cambiato qualcosa nei giocatori, la strigliata di Buffon ed Evra è servita da scossa, così come recuperare infortunati e chiarire certe gerarchie ha aiutato a trovare una fisionomia affidabile.

Si spera che ora anche il popolo bianconero, giustamente critico quando è giusto sottolineare ciò che non va o le pecche della squadra, si convinca che Allegri non sta affatto demeritando. Commette anche lui errori ma ha dimostrato di avere in pugno la situazione e ha la fiducia dei giocatori. La vittoria contro la Fiorentina è importantissima per la classifica e per il modo in cui è maturata. Andare sotto su rigore dopo un minuto e mezzo, avere la fortuna di recuperare in fretta e poi riuscire ad arrivare al quarto d'ora conclusivo con pazienza, forza e determinazione, sono stati elementi importanti. Un gioiello il gol di Mandzukic, nato proprio da un caparbio recupero dello stesso centravanti croato, proseguito con un assist penetrante di gran classe firmato Pogba (in crescita) per Dybala, con lo stesso Mandzukic tempestivo nel ripresentarsi in area e calciare di piatto, pulito, in gol. Il gioiello conclusivo di Dybala ha completato la festa bianconera.

L'Inter ha un bel vantaggio ed è in fuga, ma ora i bianconeri sono a due punti dalla coppia (Napoli e Fiorentina) che occupa seconda e terza piazza, i posti buoni della Champions. Recuperati ben 12 punti alla Roma, che ha colto un buon punto a Napoli. Il campionato è vivo, l'Inter lo comanda ma ora è tornata anche la Juve.

La posizione

Dopo 16 giornate la Juventus è al quarto posto con 30 punti, frutto di 9 vittorie, 3 pareggi, 4 sconfitte,  25 gol segnati, 12 subiti

 
La Juventus è al 4° posto
Sulla zona retrocessione  + 16 punti
Dalla zona Europa League presunta  0
Dal preliminare di Champions  -2 punti
Dalla zona Champions League  -2 punti
Dal primo posto -6 punti

 

N.B: - In Champions League: 1ª e 2ª
Al preliminare di Champions League:  3ª
In Europa League: 4ª e vincente Coppa Italia
Preliminari di Europa league: 5ª
Se la vincente della Coppa Italia è giù qualificata, si qualifica al sio posto la 6ª

 

 

    Pos Squadra Punti G V N P GF GS Ultime giornate
    1 Inter 36 16 11 3 2 22 9
    V V P V V
    2 Fiorentina 32 16 10 2 4 31 15
    P V N N V
    3 Napoli 32 16 9 5 2 28 12
    N P V V V
    4 Juve 30 16 9 3 4 25 12
    V V V V V
    5 Roma 29 16 8 5 3 30 18
    N N P N V
    6 Sassuolo 26 15 7 5 3 19 14
    V N P V N
    7 Milan 25 16 7 4 5 20 19
    N N V P N
    8 Atalanta 24 16 7 3 6 18 16
    P V V P N
    9 Empoli 24 16 7 3 6 20 20
    V V V N P
    10 Torino 22 15 6 4 5 21 19
    N V V P P
    11 Chievo 22 16 6 4 6 21 16
    V V P V P
    12 Lazio 19 15 6 1 8 17 24
    P P N P P
    13 Bologna 19 16 6 1 9 17 21
    V V P N V
    14 Palermo 18 16 5 3 8 17 24
    V P P N V
    15 Udinese 18 16 5 3 8 14 24
    P P V V P
    16 Sampdoria 16 15 4 4 7 21 25
    P P P P N
    17 Genoa 16 16 4 4 8 15 21
    P P P V N
    18 Frosinone 14 16 4 2 10 15 30
    P P V P N
    19 Carpi 10 16 2 4 10 13 30
    P N V P P
    20 Verona 7 16 0 7 9 11 26
    N P P P P