Google+ Badge

giovedì 28 aprile 2016

PERSONALE Sfondato il muro dei 2 milioni: grazie a lettrici e lettori

Sono pochi? Sono tanti? Non lo so e non è poi così importante. Il rilevatore Google+ mi segnala che le visualizzazioni dei post di Visto dal basso hanno superato quota due milioni! Per l'esattezza 2.004.050 dal 17 maggio 2013, quando decisi di iniziare quest'avventura nuova, spinto da motivazioni personali nel frattempo, purtroppo, sempre più consolidatesi, cercando la voglia di gettare un ponte sul futuro, per non essere risucchiato nel vortice del presente. Un'avventura impegnativa, a volte faticosa, sicuramente incompleta (tanti post sono rimasti sul taccuino per mancanza di tempo, concomitanze impedenti o valutazioni forzate),  che mi ha permesso arrivare a tante persone, veicolando spesso "quello che altri non dicono", come recita il biglietto da visita del blog.
Ho sempre cercato di usare le armi dell'ironia, senza offendere nessuno, se non ponendo la lente d'ingrandimento su azioni, comportamenti, strafalcioni e negligenze viste ed incontrate strada facendo, nella realtà e nel mondo sempre più virtuale dei media, troppo annacquati e raramente dalla parte dei lettori.
Varcata la soglia dei due milioni, dico semplicemente grazie. Grazie a lettori e lettrici per l'attenzione e per il tempo che hanno dedicato ai miei testi.
 


Il quadro su cui ho sovrapposto il nome del blog è della pittrice Cynthia Segato

mercoledì 27 aprile 2016

CALCIO La gaffe di Giorgia Rossi su Atletico Madrid-Bayern, la finale ripetuta nel 1974

La giovane età e la mancanza di conoscenza diretta delle cose di cui si parla ha giocato un brutto tiro a Giorgia Rossi. Su Mediaset Premium, introducendo il bel servizio sulla finale di Coppa Campioni giocata nel 1974 da spagnoli e tedeschi allo stadio Heysel di Bruxelles, ha motivato il fatto che furono due le partite, dicendo che allora la finale di Coppa Campioni si giocava su andata e ritorno. In realtà, come poi anche il servizio ha mostrato, si rigiocò perchè dopo i tempi supplementari le squadre conclusero sull'1-1 (Aragones al 114', Schwarzenbeck al 119') e all'epoca il trofeo non si assegnava ai rigori. Due giorni dopo, nella finale bis, il Bayern vinse 4-0 (doppiette di Hoeness e Muller).

lunedì 25 aprile 2016

CALCIO La Juventus tricolore e quell'articolo beneaugurante del 15 dicembre


http://leandrodesanctis.blogspot.it/2015/12/calcio-juventus-6-dallinter-capolista.html

Quel che si dice averci creduto anche quando era tutto incredibile...

VOLLEY Piacenza in Europa, un controsenso sportivo imbarazzante

Intanto una precisazione preventiva. La Lpr Piacenza non c'entra nulla nel discorso. Dopo una stagione amarissima, fa anzi piacere che per Alberto Giuliani, Samuele Papi, Hristo Zlatanov e compagni siano arrivati anche i giorni dei sorrisi. Il fatto che sia Piacenza il soggetto di questo enorme e inaccettabile controsenso sportivo è puramente casuale. Ma non è possibile non commentare questo assurdo verdetto. E del resto in questo sito si scrivono molto spesso cose che altri non dicono.

Per la serie beati gli ultimi...

Ci sta che ci si inventi il modo per far giocare una manciata di partite in più alle squadre eliminate dai play off e a chi nei play off non c'è nemmeno entrato (anche se l'appeal mediatico ha rasentato lo zero assoluto, nel momento in cui anche il vertice fatica a conquistare spazi e attenzioni).
Ma dato che in Europa d'ora in avanti ci si starà con un ranking, prodotto dalle squadre che partecipano, o Piacenza spenderà un pacco di soldi e rifarà uno squadrone o la sua promozione alla Challenge Cup si rivelerà un incredibile autogol del volley italiano.
Dunque, è ammessa alla Challenge Cup la squadra che si è piazzata ultima in classifica nella regular season, che ha vinto solo due partite, perdendone 20! Non è retrocessa in A2 solo perchè non esistono retrocessioni.
Ha avuto poi il merito di far meglio di chi aveva fatto meglio di lei nel corso dell'anno, vincendo (nell'appendice dei play off delle deluse) 6 partite (con una sconfitta) e portando lo score stagionale ad un comunque non esaltante 8-21. Otto successi, ventuno sconfitte.
Questo ignorare i valori reali sportivi è diventato purtroppo elemento ricorrente nel volley europeo, internazionale, ma anche italiano. E non è bello. La Calzedonia Verona che ha vinto la Challenge Cup ed è arrivata quarta in campionato avrebbe meritato di essere ammessa all'Europa, non l'ultima in classifica!


La foto dell'esultanza di Piacenza è LEGAPALLAVOLO

CINEMA La Corte

LA CORTE
Regia: Christian Vincent Interpreti: Fabrice Luchini - Sidse Babett Knudsen - Miss Ming - Berenice Sand - Claire Assali - Floriane Potiez - Fouzia Guezoum - Sophie-Marie Larrouy - Corinne Masiero - Eva Lallier - Abdallah Moundy - Serge Flamenbaum

Uno degli aspetti che amo del cinema francese di qualità, è la capacità di soffermarsi su un particolare aspetto, porre la lente di ingrandimento su una situazione o un personaggio, ed allargare lo sguardo fino a vedere e trattare altro. Se mi dovessero chiedere che film è La Corte, alla fine dovrei rispondere molto semplicemente: è una storia d'amore. Fabrice Luchini dà corpo ad un altro dei suoi tipi caratteri: uomo solitario, scontroso, apparentemente desideroso di solitudine. Un po' maniacale, sciatto e monotono nel vestire, sempre uguale a se stesso, un giorno dopo l'altro. Presiede la corte d'Assise ed ha fama di essere una specie di carogna, dura e inflessibile.
Ma poi il film racconta altro e salpa verso nuovi lidi. Impariamo come funzionano i processi, come si sceglie la giuria, come anche i giurati siano vittime di pregiudizi per come vestono o appaiono, come sia mai semplice l'integrazione da Paesi diversi, con usanze e (cattive) abitudini che non mutano. Avvocati distratti, gelide ex mogli, pettegolezzi e chiacchiericci nei corridoi e nei bagni del Tribunale. E quando irrompe sulla scena l'affascinante Sidse Babett Kudsen, attrice danese di una bellezza matura che colpisce, il sangue inizia a scorrere nelle vene del film a diversa velocità. I personaggi acquisiscono spessore e vitalità nuove, i ricordi fluiscono e danno un senso nuovo alle vite, passate e probabilmente future.
C'è modo e modo di svolgere un lavoro, che si faccia il presidente di Corte d'Assise o l'infermiera, la strada migliore, quella che conduce alla verità, passa sempre per il cuore, per i sentimenti.

CINEMA Lo chiamavano Jeeg Robot

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
Regia: Gabriele Mainetti. Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi.

E' raro trovare tanta dolcezza in un film di così estrema violenza urbana ed esistenziale. Storie di vite scellerate, di solitudini e follie alienate dalla possibilità di un'esistenza tra le righe della normalità, o meglio della legalità. 
Un film italiano audace, diverso, che sfida i format hollywoodiani con personalità, sicurezza e abbondanti dosi d'incoscienza. Indispensabili per pensare un film di supereroi ambientato a Roma, anzi a Tor Bella Monaca. Ma la radioattività nei bidoni del Tevere è anche segnale di quanto il degrado della città possa essere ormai perfino elemento naturale del panorama urbano, reale o fantasy che sia. La forza del film è nella storia e nel messaggio tutto sommato perfino ottimista, livellatore dell'esasperata e ormai insopportabile violenza. Ma è anche un film che consente agli attori di emergere e lasciare il segno.
Claudio Santamaria dà silenzioso spessore ad un ruolo dissociato, scontroso fino a sfiorare l'irrealtà, eppure plausibile nel contesto. Luca Marinelli è una sorta di Joker, sconfinante talvolta sopra le righe e nell'eccesso, ma capace di lasciar trasparire le sue tragicomiche fragilità. E poi Ilenia Pastorelli, a sua volta aliena sospesa nel tempo dall'insopportabile dolore che ha reciso il suo cordone obleicale con la realtà, agganciandola al mondo dei cartoni giapponesi e dandole modo, con i lampi della sua ingenua e dolente follia, di strappare perfino sorrisi, a dispetto del contesto drammatico che la racchiude.
Nessuno si salva da Jeeg Robot, l'Enzo Ceccotti che non vuole bene a nessuno, diventa Hiroshi Shiba (con la maschera fatta a maglia dalla sua principessa) che scruta l'orizzone romano dal Colosseo. E promette un sequel.

domenica 24 aprile 2016

SOCIETA' Davigo e i politici, quando la verità fa male

Strano Paese l'Italia. Quando qualcuno, con una buona dose di coraggio e sincerità, dice cose fastidiose per il potere me veritiere e sotto gli occhi di tutti, suscita scandalo. La solita storia del dito e della Luna. Non ci si scandalizza della corruzione ma di chi dice che c'è e l'addita. Talmente abituati al presunto politicamente corretto, in realtà scorretto, che si aspetta la precisazione, per far tornare ogni cosa al suo posto. E compiacere i potenti, i politici messi non alla berlina ma dinanzi allo specchio.
Sotto la sintesi di Roberto Gaeta sulle affermazioni di Piercamillo Davigo* e sul contesto

* Magistrato italiano, Consigliere della II Sezione Penale e delle Sezioni unite penali presso la Corte di Cassazione. Dall'aprile 2016 è presidente dell'associazione nazionale magistrati.

  di Roberto Gaeta
Le affermazioni di Davigo sono di una evidenza lapalissiana. Eccone alcune:
"La classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi"
"Per un paio di decenni l'attività di questo Paese non è stata quella di contrastare la corruzione ma i processi sulla corruzione. Questo è stato un messaggio fortissimo"
La reazione del clone di Berlusconi (cioè Renzi) è similare, alle passate reazioni scomposte dell'originale (cioè Berlusconi). Ma non sono interessanti le reazioni del governo o dei politici, che sono scontate, ma quelle dei magistrati Bruti Liberati (dice "ANM non esca dal ruolo") e di Raffaele Cantone (dice "Mani pulite non sradicò tangenti"). Perché fare queste affermazioni ?
Ricordiamo chi è Bruti Liberati: esso fu denunciato dal suo sottoposto Robledo di gestire in modo irregolare l'assegnazione dei fascicoli, "svuotando" di fatto il pool di Milano dei reati contro la pubblica amministrazione. Vari i casi: ad esempio, l'indagine su Silvio Berlusconi (gennaio 2011) per concussione e prostituzione minorile assegnata ai pm Boccassini e Sangermano e non al dipartimento competente sul reato di concussione, che tra i due è il più grave per il codice. Esattamente la stessa cosa che accade per il fascicolo sulla falsa testimonianza e la corruzione in atti giudiziari, relativo a testimoni del processo Ruby. E infine il caso dell'ipotesi di turbativa d'asta, relativo alla vendita di Sea da parte del comune di Milano al fondo F2i di Vito Gamberale. Una intercettazione dei magistrati fiorentini venne inviata alla procura di Milano perché si parlava proprio di quel caso, ma nonostante l'affidamento al pool di Robledo del 9 dicembre 2011, il procuratore aggiunto ricevette il fascicolo soltanto nel marzo successivo, dopo che gli organi di stampa ne avevano già parlato. Il CSM risolse tutto in maniera salomonica e corporativa, senza punire né l'uno né l'altro, come se si fosse trattato di uno scherzo. O qualcosa del genere. Bruti Liberati rimarrà sulla sua poltrona di capo della procura milanese fino alla fine dell'anno quando andrà in pensione. Robledo, invece, emigrerà alla procura generale di Venezia. Ma nel 2016 tornerà al punto di partenza non una ma due volte: non solo rientrerà nel capoluogo lombardo ma con ogni probabilità gli verrà riaffidata la bacchetta, che Bruti Liberati gli aveva strappato, di capo del delicatissimo pool anticorruzione. (Nel Gennaio del 2016, infine la delibera della settima commissione del CSM da pienamente ragione a Robledo (http://www.ilfattoquotidiano.it/…/procura-milano-c…/2373076/)).
Raffaele Cantone invece rappresenta il prezzemolo dell'anticorruzione utile alla politica. Dal governo Monti in poi è stato:
- A dicembre 2011 viene nominato dal Ministro Filippo Patroni Griffi componente della Commissione che elabora le prime proposte anticorruzione del governo Monti.
- Il 18 giugno 2013, il Presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, lo nomina componente della task force per l'elaborazione di proposte in tema di lotta alla criminalità organizzata.
- Il 27 marzo 2014 il presidente del Consiglio Matteo Renzi nomina Cantone presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione.
Non ho registrato grandi cambiamenti sulla corruzione politica, anche perchè come lo stesso Cantone ha denunciato (http://www.ilfattoquotidiano.it/…/anticorruzione-s…/2494246/), il governo non fornisce (che strano eh!) risorse finanziarie sufficienti per fare lavorare l'ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) che lui presiede. Forse Cantone frequentando troppo il mondo politico, ha acquisito, diciamo, una visione non più distaccata, e forse è ormai una foglia di fico inconsapevole.

sabato 23 aprile 2016

CALCIO E se Totti avesse smesso dopo la doppietta al Toro?

Fosse stato un film, dopo il rigore che ha sancito la rimonta della Roma sul Torino e la doppietta indimenticabile confezionata da Totti, entrato in campo da pochi secondi, sarebbero scesi subito i titoli di coda. Dopo tante parole inutilmente intrise di veleno, se fossi Totti avrei smesso di giocare. Subito dopo quel magico 3-2, vissuto con commozione ed emozione quasi da tutti, tifosi delle squadre avversarie inclusi. Un finale che visto al cinema ti fa dire: ma ti pare che sia possibile una cosa del genere? Ebbene sì, nello sport a volte succede. Ma soprattutto è successo all'Olimpico, l'ha fatto succedere Totti. Ma vuoi mettere lasciare tutti con uno spot del genere? Due gol per sintetizzare una vita in giallorosso e farsi rimpiangere per l'eternità. Sottraendosi alle meschinerie di una società che ha il diritto e il dovere di guardare avanti e lontano, ma che ha dimostrato di non saper gestire con la necessaria freddezza, classe e affettività, un momento storico di passaggio.
Quanto è difficile andarsene nel modo giusto, da vincente e segnante. Il suo amico Del Piero riuscì a congedarsi con lo scudetto, ma non con una Coppa Italia (persa col Napoli) che avrebbe alzato per l'ultima volta in maglia bianconera, proprio all'Olimpico. Sapendo che non ci sarà un altro anno in giallorosso, nei panni di Francesco avrei stupito tutti con un altro colpo teatrale: «Due gol a Torino in 4 minuti. Il mio regalo d'addio. E ora fateci pure un film...Alla mia Roma con amore eterno»

giovedì 21 aprile 2016

SOCIETA' Lo Yogurt Barikama arriva in bicicletta, l'Africa incontra gli italiani

http://barikama.altervista.org/

Progetto di micro reddito gestito da ragazzi africani: dallo sfruttamento nelle campagne, all'autogestione del lavoro e l'inserimento sociale.




Suleman, Aboubakar, Cheikh, Sidiki, Modibo, Mauro, Ismael, Moussa, Saydou, Daouda, Saidou, Youssouf.
Vengono dall'Africa: Mali, Guinea, Costa d'Avorio, Gambia, Benin, Senegal.
E sono stati aiutati da alcuni ragazzi italiani che li hanno conosciuti e hanno deciso di aiutarli a far crescere il loro progetto. Questi ragazzi africani erano schiavizzati a Rosarno, dove lavoraravno tutto il giorno per pochi soldi, alla mercè di sfruttatori italiani senza scrupoli. La loro è una storia bella, di speranza e di integrazione, alla faccia di certe teste... malpensanti.
Ma è anche una storia buona, perchè chi ama lo yogurt bianco trova buonissimo lo yogurt che loro producono nel segno della tradizione africana. Ma non è tutto. La consegna avviene in bicicletta e chi conosce il Lago di Martignano, nei pressi di Roma, prima del Lago di Bracciano, sa quanta fatica si maccia e cosa significhi avventurarsi in bicicletta nella giungla d'asfalto cittadina.
Non bastasse la bontà, c'è anche il prezzo, che dire contenuto è poco in relazione anche e soprattutto alla qualità. Insomma, aiutare questi ragazzi africani, spendendo poco e gustando yogurt sano è un'opportunità da non lasciarsi sfuggire.
Date un 'occhiata al loro sito, scoprirete storie e umanità, ragazzi che hanno voglia di lavorare e stare in pace con il mondo dopo aver tanto sofferto.
Una voce per tutti, Sidiki racconta: «Vengo dal Mali sono venuto in Italia nel 2009. La mia famiglia sono pescatori ed agricoltori. Sono stato a lavorare nelle campagne di Foggia (350 kg di pomodoro a 3 euro), Rosarno (25 euro al giorno) e Nardò (350 kg di pomodoro a 3.50 euro) in piu’ devi pagare 5 euro di trasporto al giorno. Poi ho conosciuto il progetto Barikamà, mi hanno dato una mano e adesso sono contento di questo lavoro perché’ ci organizziamo da soli senza sfruttamento, ci crediamo e vogliamo mandare avanti il progetto ed abbiamo la possibilità’ di aiutare anche gli altri. Grazie a questo progetto ho trovato un lavoro, parlo meglio l’Italiano e ho conosciuto tante persone. Ringrazio tutte le persone che aiutano Barikamà!».
Chi vuole farsi dire un altro grazie, si faccia avanti. Assaggi, gusti...

lunedì 18 aprile 2016

VOLLEY FoxSports a Cracovia, come seguire con entusiasmo la Champions League

Ho avuto la possibilità (e il dovere) di seguire la final four della Champions League di pallavolo su FoxSports ed ho particolarmente apprezzato il modo in cui è stata presentata al pubblico televisivo della pay tv. Stefano Locatelli e Franco Bertoli a fare la telecronaca, Andrea Zorzi in studio. Ma soprattutto Locatelli ci ha mostrato una specie di zona mista ad uso e consumo del pubblico italiano, intervistando i giocatori di Trento, gli allenatori Stoytchev e Blengini (che non si è sottratto al microfono nonostante l'immensa delusione Lube), trasmettendo le emozioni a caldo vissute dai protagonisti.
Per chi era abituato alla frustrazione di vedere le partite e non poter ascoltare i protagonisti a partita conclusa (negli eventi internazionali) è stata una sorsata d'aria fresca. Si vedeva che Locatelli aveva l'entusiasmo del lavoro ed è riuscito a farlo vivere anche ai telespettatori.

VOLLEY Se fossi tifoso di Trento, sarei orgoglioso della mia squadra

Mi rendo conto che in Italia lo sport si segue solo per i risultati, ma nella finale di Champions League, a Cracovia, la Diatec Trentino ha dimostrato come si possa giocare alla pari con uno squadrone molto più ricco (di soldi e di campioni) e sicuramente strafavorito. Padroni della partita per due set, mai domati nonostante l'evidente emergenza per le assenze, gli infortuni, i recuperi non ultimati, i giocatori di Trento hanno lottato fino alla fine mettendo in imbarazzo e difficoltà lo Zenit Kazan. Sono convinto che sarebbe bastato avere Nelli, per poter rimpiazzare Djuric che aveva dato tutto, per soffiare il trofeo ai russi. Detto questo, un grande applauso ai campioni d'Italia per come hanno saputo onorare la Champions League, non piangendo sui problemi, ma pensando solo a giocare.

P.S.: ho già scritto molte volte su questo blog che talvolta il problema non è il video check (che può diventare un mostruoso video-Shrek...) o il Challenge, ma come lo si guarda e giudica, specie se manca l'uniformità. Lo stesso tipo di pallone è stato battezzato una prima volta in campo (a favore dei russi), la seconda volta, nel tie-break, fuori campo (a favore dei russi, propiziando la fine del tie-break). Se Trento giocasse a calcio e indossasse la maglia della Roma o del Napoli, se ne parlerebbe per mesi...

domenica 17 aprile 2016

SOCIETA' Il referendum di oggi: quello che non vi hanno detto per non farvi votare (SI)


Mi sono reso conto di quanto la disinformazione influirà anche su questo referendum. Anche menti aperte, gente che legge, ragiona, si è arenata sull'inconsapevolezza e la mancanza di certezze. In poche parole si ignora come stiano veramente le cose riguardo il Referendum per cui si vota oggi. Soprattutto chi pensa di informarsi ascoltando i tg, ignorando quanto siano di parte e mai dalla parte dei cittadini. Anche se ormai si sta votando, penso sia utile rilanciare il breve riassunto, tuttavia illuminante per chi è ancora al buio, di Roberto Gaeta, ospite frequente di Visto dal basso, opinionista su questioni economiche e politiche, italiane, europee e e mondiali (e autore delle puntate sulle tecniche di disinformazione) con le sue analisi ancorate ai fatti, esposte con sintetica efficacia. Non amo condividere le mie opinioni riguardo il teatrino della politica e mi dà fastidio essere scambiabile per ciò che non sono, ma se anche una persona in più si renderà conto di quanto l'Italia continui ad essere presa in giro dai politici, in questo caso da uno che nemmeno è stato mai votato, non avrò sprecato tempo.

Per non parlare dell'ingiustizia del quorum. La percentuale dovrebbe valere tra chi vota, non considerando chi sceglie di non votare.


di Roberto Gaeta
Motivi per votare si al referendum del 17 aprile 2016:
1) Se vince il no, vuol dire che le concessioni non hanno alcun limite temporale, ma rimangono attive finchè non verrá estratto tutto il petrolio o gas. Ciò significa che le multinazionali, avranno tutto l'interesse di non superare la quota di estrazione per trivella di 50000 tonnellate l'anno, in quanto in questo modo non pagano la tassa del 7% prevista. In pratica avremo queste piattaforme petrolifere per decenni senza che lo stato ci guadagni un bel niente. Inoltre le multinazionali hanno la convenienza economica di dilatare al massimo il tempo esaurimento di estrazione di una piattaforma, per evitare i pesanti costi di dismissione della piattaforma.
2) Se vince il si, le piattaforme continueranno ad estrarre gas e petrolio, fino a termine concessione (vanno dal 2018 al 2034), dopo dovranno fermarsi e dismettere la piattaforma. Quello che non vi dicono che i tempi di concessione, sono normalmente i tempi stimati per lo sfruttamento completo della risorsa, ed in questo caso la multinazionale non ha più la convenienza della dilazione, e per trivella si supereranno le 50000 tonnellate anno, con obbligo del pagamento tassa del 7%, e gli oneri per la dismissione della piattaforma in un tempo ben definito.
3) Renzi e Napolitano sono per l'astensione, che corrisponde ad un no vigliacco ed incivile, sopratutto se propagandato dal premier e dal ex presidente della repubblica
4) Su questo referendum, spicca l'assenza di informazione, e quando ne parlano é per la maggior parte disinformazione palese
5) I referendum proposti dalle regioni erano 6. Quando sono state superate le firme per i sei quesiti, il governo Renzi è corso a modificare le leggi in modo da evitare i referendum, per evitare una sconfitta politica. La Consulta, ha dunque detto che per 5 quesiti abrogativi referendari, non vi era più necessitá di andare al voto in quanto le modifiche di legge hanno accolto le richieste di abrogazione. Ma per il sesto al governo gli deve essere sfuggito qualcosa, perchè la Consulta ha detto che rimaneva valido. Dunque chi ha proposto i referendum ha giá vinto, rimane l'ultimo quesito per dare quello schiaffo politico che Renzi ha cercato di evitate a tutti i costi.

martedì 12 aprile 2016

EDICOLA WEB Per Il Giornale ci sono figli e figliastri (d'arte) nello sport

Il Giornale ha dedicato stamane tre quarti di pagina ai figli d'arte nello sport. Ne cita decine di alcuni sport, ne omette molti, soprattutto i più recenti... Non c'è il cestista Gentile, non c'è il campione del Mondo indoor del salto in alto Gianmarco Tamberi, non c'è il pallavolista Earvin Ngapeth, non c'è Vincenzo Abbagnale. Nè tanti altri giovani calciatori. Questi "speciali", con il consueto titolo Nel nome del padre, non possono mai essere esaustivi, ma finiscono sempre per creare malumore tra gli esclusi. 

CALCIO Milan di...Brocchi, colpa di Berlusconi se il Diavolo resta piccolo

Il Palermo dalla Z di Zamparini alla B, intesa come retrocessione dopo aver affidato la squadra a nove allenatori nove. Il Milan dalla Z (sempre modello Zamparini mangia allenatori) alla B di Berlusconi, che fatte le debite proporzioni è diventato stufarello quasi come Zamparini, quando si parla di allenatori (l'esonero di Mihailovic è l'ultimo licenziamento: ma non doveva vincere la Coppa Italia e restare?). Per fortuna non sono tifoso del Milan, che seguii con affetto ai tempi dei trionfi europei e intercontinentali con Trapattoni, Cudicini, Lodetti, Rivera e Prati. Mi sarei stancato non poco in questi ultimi anni a vedere continuamente messo in discussione il tecnico, passando da un'infatuazione all'altra, bruciando allenatori, progetti, programmi che non hanno mai fatto in tempo a decollare. 
La battuta è scontata, ora l'ha capito che è un Milan di...Brocchi.
In realtà credo che la maggior parte delle responsabilità di un Milan che continia a restare escluso dalla lotta per lo scudetto e dall'Europa, siano proprio del suo Presidentissimo, che oltre a non assicurarle quelle risorse economiche quasi indispensabili nell'era un po' folle degli sceicchi, ha peggiorato le cose mettendo bocca su ogni allenatore, sfiancando con le sue osservazioni da competente decisionista (o presunto tale) e stroncando settimanalmente ogni semina prima che potesse dare frutti. Berlusconi ha fatto indubbiamente grande il Milan, ora lo sta facendo piccolo piccolo, disfacendo la tela con puntualità irritante (per chi tifa rossonero).

VOLLEY Piccinini, Barbolini e il record d'Europa della Pomì Casalmaggiore

Le foto sono di Fiorenzo Galbiati

L'impresa europea della Pomì Casalmaggiore resterà scolpita nella memoria di tutti gli appassionati. Un po' perché il volley femminile italiano non vinceva la Champions League dal 2010, un po' perché il trionfo, tanto netto quanto meritato, è arrivato sorprendendo chi aveva indicato nelle sue rivali le grandi favorite, in realtà poi strapazzate con un 6-0 micidiale.

IL RECORD - La valanga rosa di Casalmaggiore ha regalato per la prima volta il piccolo centro italiano la vetta d’Europa ed è un record: Casalmaggiore con i suoi 15.000 abitanti è il centro più piccolo capace di vincere la Coppa Campioni/Champions League.

  

Ma la pallavolo ha dimostrato ancora una volta che spesso il successo sorride a chi sa essere più squadra, a chi sa giocare mettendo in campo il cuore e l’entusiasmo, naturalmente partendo da un’ottima base tecnica. Nel volley nessuno vince da solo. L’asse su cui le ragazze in rosa hanno costruito il loro sorprendente ma entusiasmante e meritatissimo successo è fatto d’esperienza e talento. 

BARBOLINI DA...10
In panchina Massimo Barbolini, l’ex ct azzurro che ogni dieci anni diventa il re d’Europa (vinse questo torneo nel 1996 con Matera, nel 2006 con Perugia e ora con la Pomì). In campo Francesca Piccinini, 37 anni, toscana di Massa, che al PalaGeorge di Montichiari ha alzato la Champions League per la sesta volta nella sua carriera, festeggiando nel migliore dei modi il ritorno in Nazionale per inseguire la sua quinta Olimpiade (il ct in scadenza Bonitta l’ha voluta nella squadra che a metà maggio in Giappone proverà a qualificarci per Rio 2016). 



PICCININI INFINITA
Francesca Piccinini insomma non ha ancora finito di stupire, nè di vincere e collezionare record. L’ultimo lo ha scritto innaffiandolo con lacrime di gioia domenica al PalaGeorge di Montichiari, sollevando trofeo e premio per Mvp della final four.
 

Niente male per una 37enne che tante volte è stata data per finita o quanto meno in crisi, una ragazza che lasciò molto presto casa e famiglia per provare a diventare una campionessa. Rinunce che allora le sembravano naturali ed obbligate ma che ora, una luminosa carriera dopo, qualche volta la inducono a riflettere, non con rimpianto ma con la consapevolezza di aver lasciato qualcosa per strada. «Mi sono goduta poco la famiglia ma sono diventata quello che volevo essere da ragazza. Sì, ora mi sento come Buffon. Eterni, decisivi, ci mettiamo l’anima e siamo di supporto ai giovani».
    

Tra i sei titoli europei di club che ha conquistato, sei anni dopo l’ultima Champions con Bergamo, quello della Pomì ha un sapore e un valore decisamente speciale: «Quest’anno ho scelto di rimettermi in gioco. Tutte le vittorie sono belle, ma questa è stata magica». Un po’ per via dei 37 anni, un po’ perchè vinto insieme con un tecnico come Massimo Barbolini, l’ex ct azzurro che non ebbe timori di criticare dopo l’Olimpiade di Londra 2012. «Perchè non giocammo da squadra». E’ la sua convinzione: nel volley non si vince da sole. Ecco perchè la Champions League della Pomì l’ha esaltata ed emozionata: «Siamo state una squadra vera, tredici leonesse in campo. La pallavolo è questa, si vince sempre tutte insieme, aiutandosi»
    Ma sapori e dissapori nel volley spesso non sono definitivi e non sarà casuale se i tecnici con cui ha vissuto episodi di contrasto quando ne hanno avuto bisogno non hanno indugiato a puntare nuovamente su di lei, condividendo un altro pezzo di cammino.
      «Sono davvero felice, dopo tutto questo tempo che non giocavo in Champions. Ho cercato di dare tutto quel che avevo, esperienza e lucidità».
    Il suo fantastico week end ha dimostrato che Francesca può ancora essere decisiva, a patto di essere in grandi condizioni di forma, come ha dimostrato a Montichiari. «Molti non credevano più in me. Ma non sono bollita e in questa finale l’ho dimostrato, giocando contro giocatrici più giovani».



       Poi a metà maggio la Picci in Giappone cercherà di qualificarsi per l’Olimpiade di Rio. «Sono sempre stata orgogliosa di giocare in Nazionale e finchè posso dare il mio contributo, lo farò, con umiltà ed entusiasmo. Spero che il ct Bonitta abbia avuto sensazioni positive. Mi ha mandato un messaggio per congratularsi, gli ho detto che ho tenuto in serbo dei colpi per la Nazionale. Credo nei sogni, sarebbe la mia quinta Olimpiade e l’unica medaglia che non ho è quella olimpica. Ma prima c’è lo scudetto da inseguire».  


 La forza di chi è diventata grande con il volley ma non ha vissuto di sola pallavolo: pubblicità, moda, cinema. Finchè Francesca salta e schiaccia come a Montichiari, sarà sempre dura soffiarle il posto. 




Parzialmente sul Corriere dello Sport di lunedì 11 aprile e martedì 12 aprile 2016

sabato 9 aprile 2016

CALCIO Quanti rimpianti dopo i quarti, questa Juve poteva vincere la Champions

Dopo le partite di andata dei quarti di finale di Champions League si è riaperta la ferita. E' aumentato il rimpianto per come la Juventus è uscita dal torneo. Questa Juve non era affatto inferiore alle altre otto squadre che stanno contendendosi il trofeo. Ma lo abbiamo capito tardi. Ci siamo fatti condizionare dal senso di inferiorità che ritenevamo, ora si può dire a torto, di avere nei confronti dei tedeschi di Guardiola. Non ci siamo resi conto fino in fondo di come invece la squadra di Allegri fosse cresciuta, fosse diventata altro, pur con i suoi difetti. Pecche che hanno determinato l'eliminazione (errori sotto porta, errori in fase difensiva o di ripartenza) figlie probabilmente di quella incompleta fiducia in se stessi.
Perdemmo la finale con il Barcellona dando tuttavia la sensazione di poterla vincere, se fortuna (ci metto anche la direzione arbitrale nel paniere della buona sorte) ed episodi fossero stati benigni. Eliminati dal Bayern per episodi sfortunati, diciamo così, dopo aver a lungo cullato un sogno che pareva impossibile. Le gare di andata hanno invece confermato che le grandi sorelle d'Europa non sono invincibili e pur avendo cambiato molto l'organico, pur avendo ringiovanito, pur avendo perso campioni come Tevez, Vidal e Pirlo, questa Juve di Allegri avrebbe potuto puntare con decisione a vincere la Champions League. Per cui ora ho la sensazione che quest'anno abbiamo davvero perso una grande occasione. Sia detto senza presunzione ma sia consentito il rimpianto consapevole.

venerdì 8 aprile 2016

ATLETICA Addio Carlo Monti, sprinter e giornalista con stile e umanità

 Foto d'archivio della Fidal. Carlo Monti è il secondo da sinistra.

Testo parzialmente pubblicato sul Corriere dello Sport di venerdì 8 aprile 2016. 
Carlo Monti, medaglia di bronzo 
con la 4x100 all'Olimpiade di Londra 1948
 


L’atletica piange la scomparsa di un altro dei suoi campioni: all’età di 96 anni Carlo Monti, azzurro dello sprint negli anni’40, è morto ieri a Milano, dove era nato il 24 marzo 1920. Stamane alle ore 11 si svolgeranno i funerali. Campione approdato all’atletica quasi per caso, ebbe la carriera tarpata dalla guerra, che lo costrinse a quattro anni di inattività, rubandogli due Olimpiadi. Riuscì a partecipare ai Giochi di Londra, nel 1948, dove vinse la medaglia di bronzo con la staffetta 4x100. L’aneddotica di quella giornata olimpica vuole che Monti e gli altri staffettisti azzurri (Tito, Perucconi e Siddi) furono inizialmente premiati con l’argento, per via della squalifica della Gran Bretagna. Lasciarono Londra con l’argento al collo, ma vennero raggiunti dall’allora segretario generale della Fidal quando erano già in treno, con la comunicazione che i britannici erano stati riammessi: loro avrebbero dovuto riconsegnare l’argento e “accontentarsi” del bronzo.
    Agli Europei di Oslo, due anni prima, era riuscito a salire sul podio dei 100 aggiudicandosi la medaglia di bronzo dopo un viaggio lunghissimo ed avventuroso durante il quale non riuscì nemmeno a mangiare regolarmente, dormendo in brandine senza materasso. «Mi presentai a Oslo che ero l’ombra di un atleta - scrisse Carlo - Muscoli duri, scarsa concentrazione psichica, carica nervosa quasi a zero. Non era venuto nemmeno il massaggiatore. Allora si correva tutto in un giorno: secondo in batteria, superai la semifinale e in finale ero primo fino agli 80 metri, poi le gambe cedettero, terzo in 10”7».
    Galeotta una gara ai tempi della scuola (già allora fondamentale “avviamento” allo sport), Carlo Monti, che era laureato in chimica, si era proiettato nella realtà dei 100 metri, che reputava la corsa più bella del mondo. Per lui l’atletica era quella fettuccia rossa di pista, che lo aveva emozionato fin da quando si presentò battendo il milanese Orazio Mariani che era il numero uno dello sprint. Vinse l’ultimo dei suoi otto titoli italiani (4 sui 100, 4 sui 200) nel ‘49, quando già il lavoro presso una ditta di oli lubrificanti lo assorbiva parecchio. Ma non lasciò l’atletica, continuando a seguirla come giornalista, scrivendo, frequentando sia i piccoli impianti che i grandi eventi dell’atletica internazionale. Anche Alfio Giomi, presidente Fidal, lo ha ricordato: «Sarà per sempre l’uomo simbolo di un’atletica elegante, figlia di una generazione risorta dalla tempesta della Seconda Guerra Mondiale. Le sue medaglie sono già storia del nostro sport, il suo modo di fare garbato e discreto l’impronta di uno stile che non potrà mai essere d’altri tempi». 

Già, il suo stile inconfondibile di gentleman riservato, mai invadente. La battuta sempre pronta, riusciva a fare squadra anche con i più giovani colleghi: chiedeva, si informava, con umiltà e garbo, senza far pesare la sua esperienza, il suo sapere. 
Mi chiamava "maestro", da quando seppe che ero stato un insegnante di scuola elementare per qualche anno. Per me era già un onore che si ricordasse del sottoscritto, giovanissimo collega ma senza il suo glorioso passato agonistico. E quando si concludeva la manifestazione che entrambi seguivamo, l'abbraccio di saluto era sempre accompagnato dal confessarsi il piacere di aver avuto modo, una volta di più, di condividere qualche momento, qualche risata, qualche racconto.

giovedì 7 aprile 2016

ATLETICA Lo spirito indomabile dell'abruzzese Anzini, "senatore" della Maratona di Roma

http://www.corrieredellosport.it/news/altri-sport/atletica/2016/04/07-10266608/atletica_-_il_senatore_anzini_piu_forte_di_tutto/


Sul Corriere dello Sport un articolo dedicato a Domenico Anzini, abruzzese di Poggio Filippo, tesserato per i Magic Runners di Tagliacozzo, uno dei 37 senatori della Maratona di Roma. Il ginocchio è malandato, i medici gli dicono che dovrebbe smettere di correre, ma lui non vuole arrendersi. Ecco la storia del maratoneta poeta reso popolare tra i runner statunitensi dal film The Spirit of Marathon II, di Jon Dunham.





Ventidue anni di corsa sono tanti. Tra le grandi cifre della Maratona di Roma che si correrà domenica (dalle 8.35 da via dei Fori Imperiali) ci sono i 37 senatori dell’urbe podistica che non ne hanno mancata nemmeno una, in barba all’età e al maltempo che spesso ha reso impervia la corsa sui sanpietrini.
La storia di Domenico Anzini sotto questo punto di vista è esemplare. Festeggerà il 77° compleanno tre giorni dopo la Maratona e partire per la ventiduesima avventura è il regalo che si è voluto fare. Un altro viaggio in un mondo che è diventato tutto suo, da quando lasciò il natio Poggio Filippo, a ridosso di Tagliacozzo, in Abruzzo. Luoghi dove la corsa è una presenza importante, come si è avuto modo di scoprire quando Alex Schwazer svolse il suo primo test, sulla pista sconsacrata in località Sant’Onofrio, dove si allenano i Magic Runners di Tagliacozzo, che è anche diventato il nuovo club di Domenico Anzini.
 
La vita gli ha insegnato a contare sempre sulle sue sole forze, a non dipendere da nessuno, nemmeno da una bicicletta che magari ti può piantare in asso all’improvviso (come quella volta, nella cronoscalata da Tagliacozzo a Poggio Filippo). E’ stato alpino, ciclista, infine podista, o runner come si dice oggi.  
Domenico Anzini al via anche domenica è una delle testimonianze incontrovertibili di quanto possa fare la forza di volontà. L’anno scorso sotto la pioggia incessante strinse i denti e tagliò sorridente il traguardo: solo lui sapeva quanto aveva dovuto soffrire per arrivare alla fine. Forza e passione sono il suo carburante inesauribile, anche se deve fare i conti col tempo che passa e con i chilometri macinati, perché anche le macchine migliori si usurano. E’ reduce da una stagione difficile e tormentata per via del suo serio problema al ginocchio. Domenico praticamente non ha più il menisco, i legamenti si sono consumati, notevolmente ridotti al punto che quando si è sottoposto alla rituale risonanza magnetica, i medici faticavano a rintracciarli.... Gli ortopedici gli hanno detto la brutale verità: «Signor Domenico, lei deve smettere di correre». Ma Mimmo è cresciuto in una famiglia di sette fratelli e non tradisce quanto si dice sulla testardaggine degli abruzzesi, a cui aggiunge fierezza e generosità. Inutile aggiungere che Domenico non ha affatto smesso di correre. E’ riuscito a star fermo un mesetto, poi ha ricominciato, anche se il dolore non lo abbandonava. Pià faceva male e più pensava alla Maratona, alle sensazioni che quest’evento sa dargli. Lo ha capito anche l’ultimo ortopedico che ha provato a farlo smettere: «Va bene allora, corri! Tanto tu corri con la testa...».
 
Una grande verità, perchè i pensieri di Mimmo anche domenica andranno veloci, anche più delle sue gambe. «Mi sento come un soldato, come se fossi un guerriero che corre a difendere la mia Roma». E nella testa scorre il film della storia: imperatori, gladiatori, sanpietrini. Perché correre per le strade di Roma significa immergersi letteralmente nel passato. Si è anche comprato la maglietta con sopra scritto “al mio segnale scatenate l’inferno”.
La famiglia lo segue spesso lungo il percorso. La signora Giovanna, le figlie Manuela, Cinzia e Arianna, cresciute e coccolate da questo papà speciale, che compone poesie, suona l’armonica, tifa per la Roma e ama ascoltare la musica di Villa e Modugno, oltre ai film di Albertone Sordi e Vittorio Gassman.
Le figlie lo definiscono «una testa dura» e lo ammirano incondizionatamente per la forza indiscutibile e per la passione smisurata che mette in quello che fa. «Non si arrende e si sprona da solo anche quando trapela qualche cedimento». 
E naturalmente seguono anche con ansia e preoccupazione la maratona di Mimmo, come un figlio seguirebbe il papà sul ring in un match di boxe. Ma non fanno mancare tifo e sostegno e la loro medaglia è negli occhi scintillanti del papà, da podista un esempio da custodire nel cuore e seguir nella vita di tutti i giorni. 
E grazie alla Maratona, e a “The Spirit of Marathon II”,  è diventato un personaggio. Lo hanno visto nel film e nelle ultime due maratone quando è andato a ritirare il pettorale, runner statunitensi lo hanno riconosciuto e gli hanno chiesto di posare nelle foto ricordo. Da Poggio Filippo all’America, e senza fare l’emigrante come molti abruzzesi nel dopoguerra, solo con la forza delle sue gambe.
I 37 SENATORI - Sono trentasette i senatori della Maratona di Roma. I veterani che domenica correranno la ventiduesima edizione, ma che sono stati presenti fin dal primo anno. Ecco i loro nomi. Benito Aleotti, Domenico Anzini, Aldo Avella, Franco Baccari, Pietro Bernardo, Vito Carignani, Vanni Casarini, Paola Cenni, Silvana Ciocchetti, Giuseppe Colangeli, Sandro Curzi, Adamo De Amicis, Romano Dessì, Rocco Di Giamberardino, Annunzio Di Gioia, Stefano Gavazza, Claudio Infusi, Roberto La Mura, Claudio Leoncini, Franco Lodovichi, Eligio Lomuscio, Pierluigi Marrama, Gaetano Milone, Felice Nucci, Giuseppe Nucera, Alberto Orlandi, Vincenzo Pelliccia, Antonino Pellino, Matteo Rinaldi, Eugenio Rondelli, Giuseppe Salatino, Angelo Salvati, Gabriella Scarzani, Giovanni Sippelli, Francesco Tartasi, Carlo Testoni, Giuseppe Zitelli.

lunedì 4 aprile 2016

CALCIO Dite a Sarri che Juve-Carpi dell'1 maggio si gioca alle 12.30

Una precisazione temporale, per iniziare. Il Napoli stava perdendo per 3-1 contro l'Udinese, quando Higuain è stato espulso. Insomma, il Napoli non ha perso alla Dacia Arena perchè il suo bomber è stato espulso. Ma il suo supercannoniere è stato espulso perchè il Napoli stava perdendo, di qui il nervosismo crescente.
Ribadito ciò, ora chi lo dice a Sarri che alla fine del campionato Juve e Napoli avranno giocato lo stesso numero di partite all'infame orario delle 12.30? La differenza è che il Napoli ha perso a Bologna e Udine, la Juve ha vinto a Verona col Chievo e a Carpi. Premesso che a mio avviso da aprile in avanti non bisognerebbe consentire alle tv di predisporre questo orario scriteriato per tutti (squadre e pubblico) il Napoli a Udine ha giocato il 3 aprile. La Juventus giocherà alle 12.30 il Primo maggio! E tra un mese prevedibilmente la temperatura sarà più bollente di domenica scorsa. 

( Tra parentesi: mettere la partita a quell'ora nel giorno della Festa dei Lavoratori è una coltellata contro i tifosi, sia chiaro!)
 
Ah, l'orario vale per tutte e due le squadre che giocano, qualcuno lo ricordi a Sarri, che sul più bello della stagione ha sposato sempre con maggior convinzione la cultura degli alibi.
E dato che ha definito scomodo anche l'orario delle 18, a fine campionato il Napoli a quell'ora sarà sceso in campo una volta meno dei bianconeri. E pensare che una volta si diceva che era avvantaggiata la squadra che giocava dopo, conoscendo già il risultato della rivale diretta, in caso di lunghi duelli. Ma le cose cambiano secondo convenienza. E meno male che il Napoli, purtroppo dico io, è stato eliminato dall'Europa League, altrimenti se fosse arrivato fino alla finale, avrebbe giocato sempre di lunedì...

Tante cose, talvolta a sproposito, si continuato ad ascoltare e a leggere in merito ad Alex Sandro e al rigore provocato contro il Torino. Pensare che c'è un'immagine super rallentata che fa pensare che il bianconero tiri indietro le gambe evitando perfino il contatto... Ma conta ciò che si vede in diretta allo stadio, è solo per dire che non si può dare sempre la colpa agli altri quando si perde. Prevengo l'obiezione: con il Bayern gli errori grossolani del fischietto svedese hanno contribuito in maniera determinante a far fuori la Juve, è opinione concorde. Ma i bianconeri devono comunque recitare il mea culpa per le occasioni grandi fallite e per come e quando hanno fatto segnare il Bayern.

ALEX SANDRO NEL DERBY...

https://www.youtube.com/watch?v=G5KG1uMM2MA

 https://www.youtube.com/watch?v=i-LzgjQvF_4
 Video angolo opposto
 https://www.youtube.com/watch?v=cFY5ThswUMI

commento di Alessandro Seragnoli

Al 7" si può vedere l'intervento NETTO sulla palla (che cambia direzione e velocità) da parte di Alex Sandro. Sul finire del video potete notare come anche Maxi Lopez (Torino) chieda il calcio d'angolo e non il rigore...

domenica 3 aprile 2016

CALCIO L'Udinese accoglie le mamme alla Dacia Arena




Sarà un caso, e non lo è, ma le società che hanno uno stadio proprio sono tra le più attive anche sui fronti collaterali. Ce lo ricorda questa simpatica iniziativa dell'Udinese calcio alla Dacia Arena, messa in atto oggi in occasione della partita con il Napoli.
Ecco come l'Udinese l'ha raccontata.

Venti  donne in dolce attesa e due neonati su un campo di calcio non si sono mai visti prima, come anche l’intero settore di uno stadio completamente occupato da giovani coppie in attesa di un bebè. È ciò che è accaduto oggi sul terreno di Dacia Arena, dove i calciatori di Udinese e Napoli hanno fatto il loro ingresso accompagnati da venti tifose in dolce attesa e due neo mamme che da pochi giorno hanno dato alla luce i loro bebè. Sono alcune delle protagoniste di Dacia Family Project, l’iniziativa lanciata da Dacia e Udinese per raggiungere un ambizioso traguardo: far tornare le famiglie allo stadio cominciando proprio da Dacia Arena, non solo un modernissimo impianto, ma una nuova idea di stadio che, per l’occasione, svela i servizi che ne fanno il primo stadio “Family Friendly” d’Italia
 


Con l’ingresso delle venti future mamme sul terreno di Dacia Arena, e un intero settore gremito da tante coppie in dolce attesa, con le mamme vestite da una maglia speciale, si chiude “Dacia Family Project”, il progetto che ha offerto la possibilità a tutte le coppie in attesa di un bambino, tifose dell’Udinese ma anche delle altre squadre di Serie A, di raccontare la loro storia, le emozioni, gli aneddoti più curiosi sul sito
www.daciafamilyproject.it. Sul prato verde di Dacia Arena e sugli spalti sono presenti gli autori delle storie più originali, nelle quali l’avventura di dar vita ad una nuova famiglia si accompagna al desiderio di non rinunciare alle proprie passioni, come il calcio e la squadra del cuore.

“Quando senti muoversi il bambino che hai in pancia e pensi già ai colpi di testa che saprà dare…Quando la pancia si deforma spinta dal frugolo che si allena ai calci di rigore… Capisci che una passione unisce nell’amore e l’amore di una famiglia alimenta la passione” dicono Chiara e Michele, tra le coppie protagoniste di Dacia Family Project. Per Maria Stella e Angelo “Mettere su famiglia è la scelta più importante che una coppia possa fare, ma senza rinunciare alle passioni che ci accompagnano da sempre”.

A pochi giorni dalla nascita di Dacia Arena, sono dunque in “cantiere” nuove famiglie che, nei prossimi anni, popoleranno il nuovo impianto grazie agli abbonamenti “family” vinti con Dacia Family Project, per un’intera stagione calcistica a scelta tra le prossime tre.

“Sono felicissima per questa opportunità. Amo il calcio, ma ho abbandonato questa passione per un po’ perché con due bambini piccoli alla fine è la mamma che rimane a casa con loro rinunciando allo stadio. Grazie a Dacia Family Project potrò tornare sugli spalti tutte le domeniche e potrò farlo insieme ai miei bimbi e a mio marito, con la tranquillità di poter usufruire di tanti servizi a misura di famiglia di questo bellissimo nuovo stadio”, racconta Anna, napoletana che da anni vive ad Udine e che oltre ad avere già due bimbi è in attesa di due gemelli
 

Nel nuovo stadio, ad attendere tutte le nuove famiglie, servizi innovativi e strutture ad hoc che fanno di Dacia Arena non solo una futuristica struttura sportiva, progettata con elevati standard di sicurezza, ma anche il primo stadio Family Friendly d’Italia. Un modo diverso ed originale di concepire uno stadio di calcio che pone al centro le famiglie, in modo concreto e tangibile.
Come? Con toilette attrezzate con fasciatoi, punti ristoro dello stadio con scalda-biberon a disposizione delle mamme e menù speciali per bambini. E per il futuro, sono in fase di progettazione un “family parking”, con posti auto riservati alle mamme in dolce attesa o con neonati, un servizio di baby-sitting con area giochi su prenotazione, e nuovi spazi aperti tutta la settimana con servizi ad hoc per il benessere e il tempo libero delle famiglie.

«Dacia Arena è veramente uno stadio progettato per la famiglia, con tanti servizi ad hoc che rendono questa struttura unica in Europa. Dacia è una marca di automobili pensate per la famiglia di oggi, giovane, dinamica, fuori dagli schemi tradizionali, e Dacia Arena è lo scenario perfetto per accogliere questo target. Ospitare le famiglie in totale sicurezza e garantendo loro ogni comfort è l’obiettivo principale che si pone Dacia Arena.» ha dichiarato Francesco Fontana Giusti, Direttore Comunicazione & Immagine Renault Italia. «Il successo ottenuto da Dacia Family Project, con le oltre 200 coppie iscritte, testimonia il desiderio di tante famiglie di trovare in uno stadio un ambiente protetto ed accogliente, dove vivere in serenità e sano relax la propria passione sportiva» ha concluso.

«Dacia Family Project è l’ennesima dimostrazione di quanto Udinese e Dacia siano in sintonia su tutti gli aspetti del rapporto di partnership. L’Udinese ha pensato al progetto del nuovo stadio, e lo ha realizzato, in funzione delle famiglie e non solo per il match-day. Dacia ha sviluppato intorno a questo concetto un’iniziativa che abbiamo sposato con entusiasmo. Crediamo che questa sia la strada giusta da seguire per restituire il calcio alla completa gioia e serenità che solo bambini e famiglie possono assicurare» ha dichiarato Stefano Campoccia, Vice Presidente Udinese Calcio.

CALCIO Da Thereau a Thereau: il cerchio si chiude...


Storie di sport, storie di calcio, circostanze e coincidenze.
Da Thereau a Thereau, il cerchio si è forse chiuso oggi. Prima giornata di campionato in un torrido agosto 2015: allo Juventus Stadium la Juve comincia il suo campionato contro l'Udinese. Attacca, crea occasioni ma le sciupa. Tutte. Al primo tiro in porta va in gol invece l'Udinese, al 78' segna Thereau, che apre una crisi bianconera che non durerà poco, dato che la giornata successiva la Juve sarà battuta anche all'Olimpico dalla Roma.
Oggi l'Udinese ospitava il Napoli, diventato il primo antagonista di una Juve nel frattempo ritrovatasi e tornata in testa alla classifica dopo lunghissima ed entusiasmante rimonta.
Dopo l'1-0 all'Empoli del sabato, Juve a +6. 
Il Napoli all'ora di pranzo aveva già steccato a Bologna (sconfitta per 3-2). La speranza che potesse succedere qualcosa, ce l'avevo. Con De Canio in panchina è diventata una Udinese più tosta. Diciamo un presentimento.
Ora sapete tutti come è andata. Ma quando, al minuto numero 57, Thereau ha portato i friulani sul 3-1, ho pensato che fosse un segno del destino. Thereau fece sprofondare la nuova Juve nel mare dei dubbi e delle insicurezze. Thereau forse oggi le ha restituito la certezza che vincere o perdere questo quinto scudetto consecutivo, potrebbe dipendere solo dalla Juve.