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lunedì 22 agosto 2016

VOLLEY Zaytsev & C. visti da 5 milioni e mezzo sulla Rai (Italvolley al 39,3% di share)



Grandissimo ascolto per la sfida finale tra gli Azzurri e il Brasile che ha assegnato la medaglia d'oro nella pallavolo maschile. Il match trasmesso da Rai2 ha fatto registrare un dato auditel di 5.451.000 spettatori con un eloquente 39,3 % di share.
Il picco di share (43.99) è stato registrato al termine del secondo set alle 19.23, mentre gli ascolti più alti sono stati nel finale del match, alle 19.56, con 6 milioni 937 mila spettatori. Numeri significativi sull'interesse e sul calore con cui sono state seguite in queste settimane le prestazioni della nazionale maschile di Gianlorenzo Blengini.


Dall'Ufficio stampa della Fipav a Rio de Janeiro
(Carlo Lisi capo ufficio stampa, Marco Trozzi)

SOCIETA' Incredibile: Brunetta dice una cosa intelligente sul referendum


Per quanto incredibile possa sembrare, e la cosa ha del clamoroso, perfino il cervello del fortunatamente ex ministro Renato Brunetta (non so se la foto si riferisce al momento in cui ha prodotto lo sforzo) è riuscito a partorire una considerazione appropriata. E quindi merita di essere citato. 
Poi però, inciampa nella lingua italiana e scrive beneficenza con la i... Beh, non si può avere tutto e tutto insieme.
Peccato che quando è stato ministro non ne abbia detta e fatta una giusta.

 Ecco cosa ha twittato Brunetta

 "#referendum Gli italiani si chiedano perché gli squali della finanza votano per il sì... @matteorenzi".  
Lo scrive su Twitter Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia. 
"Quella non è certo gente che fa beneficienza o che si preoccupa dei bisogni altrui... men che meno di quelli degli italiani!", sottolinea in un successivo tweet

CALCIO Marchisio contro Del Piero: meglio bere acqua Lauretana o Uliveto?


Curiosamente la pubblicità ha creato un atipico derby tra due grandi campioni juventini, Alex Del Piero e Claudio Marchisio. Da anni Alessandro Del Piero è testimonial dell'Acqua Uliveto, per la quale è stato interprete di moltissimi spot, in compagnia di partner diverse, con siparietti sempre rinnovati, e dell'ormai celebre uccellino che gli ha attirato non poche ironie.
Ora è sceso in campo anche Claudio Marchisio, che dallo shampo è passato anche lui all'acqua minerale. E' il testimonial dell'acqua Lauretana, un marchio di qualità e costoso non meno della Ulivero, che i frequentatori di negozi bio, tipo Natura sì, conoscono bene e da tempo.


Per chi volesse approfondire... Le proprietà delle due acque minerali pubblicizzate da Marchisio e Del Piero
http://lauretana.com/it/proprieta.php

http://acquedellasalute.it/uliveto/proprieta-e-caratteristiche/ 

domenica 21 agosto 2016

VOLLEY Zaytsev & C., l'oro maledetto sfugge anche a loro


La medaglia d'oro del'Olimpiade resta una dannata ossessione per il volley azzurro. Il prezzo da pagare, una maledizione che non accenna ad esaurirsi. A caldo penso che questa terza finale olimpica perduta, seconda contro il Brasile (2004  2016) dopo la prima volta con l'Olanda (1996) sia quella che lascia più rimpianti. ma forse è solo perchè la ferita è apertissima ed ogni pensiero, ogni frame, diventa una manciata di sale che procura sofferenze insopportabili per ogni appassionato di pallavolo e tifoso della Nazionale.
La foto in cima a questo post sintetizza bene il rimpianto: la medaglia d'oro è rimasta lassù, attaccata ad un challenge mal giudicato. Lassù qualcuno non ha amato gli azzurri, che da parte loro devono rammaricarsi per non aver espresso il meglio del loro potenziale, per non aver giocato sui livelli che avevano caratterizzato la loro marcia trionfale fino alla finalissima. Insomma, stavolta si poteva fare.
Nei momenti decisivi sono mancate tante piccole grandi cose ad un'Italia protagonista in ogni caso di un'Olimpiade vissuta nel modo migliore fino al penultimo giorno.
Gli azzurri non hanno battuto come sarebbe servito e il muro ha stentato a decollare. Sono mancati gli ace, sono mancate le bordate capaci di rendere più complicato il gioco di Bruno. 
Ci sono mancati i punti al centro, c'è stato qualche errore di troppo, qualche palla caduta che non avrebbe dovuto cadere, al di là dell'impegno che come sempre non è mancato.
Alla fine Zaytsev ha chiuso con un 15 su 23 (ma un solo ace), Juantorena 12 su 20. In attacco è mancato Lanza (4 su 13) e Giannelli non ha giocato la sua miglior partita, al centro meglio Birarelli di Buti, che non ha inciso.


Mi rendo conto che la pallavolo non è il calcio e che nel calcio non se ne può più di veder ridotto tutto ad un errore dell'arbitro, presunto o reale che sia. Ma come si fa a non dannarsi l'anima e mangiarsi quel che resta del fegato ripensando ai due punti due, rubati dagli arbitri nonostante il Challenge. L'arbitro può sbagliare in diretta, col gioco velocissimo. Ma davanti allo schermo il giudice di Challenge ha visto quel che è stato mostrato al telespettatore.  Un punto rovesciato nel secondo set. Un punto decisivo (l'Italia sarebbe andata sul 18-15 e invece si è ritrovata gli artigli del Brasile sulla schiena) nel terzo e decisivo parziale, che avrebbe potuto riaprire la finale. Wallace spinge e tocca le mani protese di Juantorena, toccando poi il nastro. Insomma, il punto non era del Brasile. Ok, nella pallavolo non si recrimina sulla moviola, non si cercano alibi. Ma l'Italia, il popolo che ama il volley e gli azzurri, ha tutto il diritto di maledire l'incapacità di chi non ha saputo o voluto vedere. Tutto ciò, prima di applaudire il Brasile campione, che ha coronato il suo sogno olimpico casalingo, 24 ore dopo il trionfo ai rigori nel calcio di Neymar & C.
L'oro olimpico resta stregato, le lacrime di Juantorena restituiscono il sapore di una grandissima occasione perduta. E ogni volta che si perde una finale olimpica, si condisce sempre con la paura che possa essere stata l'ultima. Per Juantorena, che ha 31 anni, probabilmente sarà così: la sua prima e ultima Olimpiade, che tuttavia deve renderlo orgoglioso del cammino.
Lui come tutti gli azzurri vanno solo elogiati e coccolati in questo pomeriggio amarissimo. Perchè le finali si perdono, ed è ovvio che è decisamente meglio vincerle, ma è importante anche arrivare a giocarle. Un traguardo proibito per tanti altri sport di squadra italiani. Il podio olimpico di Rio 2016 è identico a quello di Atene 2004: Brasile, Italia, Usa, Russia. Onore al Brasile della famiglia de Rezende, Bernardinho in panchina, Bruno in cabina di regia. 
L'Italia per la sesta Olimpiade consecutiva si è piazzata tra le prime quattro, mantenendo alto il blasone del volley azzurro. Non è poco di questi tempi.

CALCIO Juventus-Fiorentina 2-1

https://www.youtube.com/watch?v=xKv1Z5yRM7k

https://www.youtube.com/watch?v=XZwY8yxPwTg

https://www.youtube.com/watch?v=_Kf0ezLt   


Stavolta niente distrazioni. Il debutto in campionato regala i primi tre punti della nuova stagione, le primeemozioni e i primi patemi, per il gol di Kalinic che aveva pareggiato il predominio juventino del primo tempo, capace di produrre tante belle giocate ma il solo gol di Khedira. Azione splendida, paradigma delle nuove soluzioni tattiche offensive a cui farà ricorso quest'anno la squadra bianconera. Preciso il cross di Chiellini, perfetto l'inserimento del sempre prezioso Khedira, puntuale all'incornata diretta anche grazie al black out della difesa viola.
Ma come è ormai noto anche al popolo juventino, se si domina ma non si segna, poi quando la benzina si esaurisce, c'è sempre il rischio di essere raggiunti. 
Cosa puntualmente avvenuta nella ripresa, quando la Fiorentina ha approfittato del calo di intensità bianconero per prendere coraggio e capitalizzare al meglio l'unica palla gol costruita in tutta la partita. Fortunatamente per la Juve, è subito emerso il fattore Higuain: otto minuti e mezzo dopo il suo ingresso in campo, l'argentino si è avventato sulla palla vagante scaturita dal rimpallo su tiro di Khedira, trovando il pertugio buono per segnare. Gol al debutto del nuovo acquisto, l'emozione che tutti aspettavano, il modo migliore per cominciare il campionato.
Juventus-Fiorentina ha detto già cose significative: Dani Alves ha voglia e s'intende bene con Dybala e ama stringere anche verso il centro del campo, liberando così spazi nuovi sulla fascia destra, anche in prossimità dell'area avversaria.
Dybala goca e fa giocare, Mandzukic si vede poco davanti ma apre gli spazi per i guastatori, Lemina deve sciogliersi ma ha dimostrato di avere un buon tiro dalla distanza. Decisamente pimpante Asamoah, tornato a centrocampo e sugli standard che aveva mostrato all'inizio della sua avventura azzurra. Incolpevole Buffon sul gol di Kalinic, distrazione doppia di Alex Sandro, e buona prova del terzetto difensivo (Chiellini, Bonucci, Barzagli).

sabato 20 agosto 2016

VOLLEY Brasile-Italia, la sfida infinita


 Brasile contro Italia, una storia infinita nata con il boom della Nazionale di Velasco. La finale olimpica di Rio 2016 ripropone un duello che ha fatto la storia della pallavolo mondiale negli ultimi decenni. L'Italia negli ultimi anni si è dovuta spesso e (malvolentieri) inchinare alla Selecao, ogni volta che si è trovata sulla sua strada. La semifinale olimpica di Londra 2012, la semifinale olimpica di Pechino 2008, la finale olimpica di Atene 2004, l'ultima finale di World League giocata dall'Italia al PalaEur di Roma.
Ma non è stato sempre così e la bellissima vittoria ottenuta dalla squadra di Blengini nel girone olimpico è un potente segnale che ha invertito la tendenza.
Se penso che il Brasile interruppe il sogno iridato dell'Italvolley di Anastasi a Roma nel 2010 (semifinale), se ripenso ai Mondiali 2002 in Argentina quando il Brasile iniziò il suo ciclo di Mondiali vinti superando l'Italia (Anastasi in panchina) in un avvincente quarto di finale a Cordoba, in Argentina, mi viene da dire che sarebbe bello restituire lo "sgarbo". 
Il Brasile campione del Mondo a Roma? Perchè allora l'Italia non può diventare campione dell'Olimpiade a Rio de Janeiro? Corsi e ricorsi storici...
Del resto il Maracanazinho fu teatro del primo "clasico" dell'era moderna del volley italiano, semifinale ai Mondiali, Italia vincente sul Brasile al tie-break. Insomma, il Brasile già una volta ha dovuto ingoiare un boccone amaro in casa, per "colpa" degli azzurri.
Ma l'Italia-Brasile che quasi nessuno ha visto e che ben pochi ricordano, fu il mio primo Italia-Brasile. L'anno era il 1989, il mese novembre, il giorno sabato 25. Penultima giornata di Coppa del Mondo: l'Italia campione d'Europa e non ancora iridata alla fine su seconda, sconfitta solo da Cuba (3-2, 15-13 al quinto set).
La sfida col Brasile fu emozionante come poche altre partite. Ancora si giocava con il cambio palla e al tie-break si arrivava al massimo a 17, senza dover mettere il doppio vantaggio tra la squadra vincente e quella sconfitta. 
L'Italia vinse quel tie-break 17-16. Roba da mettere a dura prova i cuori palpitanti per il volley, che iniziava a diventare sport invidiato e alla moda. Era il Brasile di Samuel Tande, che poi sarebbe venuto a giocare in Italia. Sono passati 27 anni, azzurri e brasiliani si sono affrontati tante volte per obiettivi importanti, ma quella sfida resta indimenticabile.

VOLLEY L'Italvolley e le due precedenti finali olimpiche

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2016/08/volley-da-lucchetta-zaytsev-al.html

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2016/08/volley-zaytsev-e-litalia-che-non-si.html

 Domani sera Italia-Brasile sarà la terza finale olimpica per la pallavolo azzurra, sconfitta nelle due precedenti occasioni: dall'Olanda e dal Brasile. Curiosamente le prime quattro di Rio 2016 sono le stesse che occuparono i quattro posti in semifinale nel 2004 ad Atene: Brasile, Italia, Russia e Usa.

ATLANTA 1996
Olanda-Italia 3-2

(04-08-96)

Paesi Bassi Paesi Bassi - Italia Italia 3 - 2 15:12 9:15 16:14 9:15 17:15 66 - 71 - -

Finali 5º e 7º posto

Campione

Flag of the Netherlands.svg Paesi Bassi(Primo titolo)
Formazione: 1 Misha Latuhihin, 3 Henk-Jan Held, 4 Brecht Rodenburg, 5 Guido Görtzen, 6 Richard Schuil, 8 Ron Zwerver, 9 Bas van de Goor, 10 Jan Posthuma, 11 Olof van der Meulen, 12 Peter Blangé, 13 Rob Grabert, 16 Mike van de Goor, CTJoop Alberda

Secondo posto

Flag of Italy.svg Italia
Formazione: 1 Andrea Gardini, 2 Marco Meoni, 3 Pasquale Gravina, 5 Paolo Tofoli, 6 Samuele Papi, 7 Andrea Sartoretti, 8 Marco Bracci, 9 Lorenzo Bernardi, 10 Luca Cantagalli, 11 Andrea Zorzi, 13 Andrea Giani, 16 Vigor Bovolenta, CTJulio Velasco


ATENE 2004
Brasile-Italia 3-1




Italia Italia - Brasile Brasile 1 - 3 15:25 26:24 20:25 22:25
83 - 99 1h:36 9.350

Campione (29 agosto 2004)

Flag of Brazil.svg Brasile(Secondo titolo)
Formazione: 3 Giovane Gávio, 4 André Heller, 6 Maurício Lima, 7 Gilberto de Godoy, 9 André Nascimento, 10 Sérgio dos Santos, 11 Anderson Rodrigues, 12 Nalbert Bitencourt, 13 Gustavo Endres, 14 Rodrigo Santana, 17 Ricardo Garcia, 18 Dante Amaral, CTBernardo de Rezende

Secondo posto

Flag of Italy.svg Italia
Formazione: 1 Luigi Mastrangelo, 5 Valerio Vermiglio, 6 Samuele Papi, 7 Andrea Sartoretti, 8 Alberto Cisolla, 11 Ventzislav Simeonov, 12 Damiano Pippi, 13 Andrea Giani, 14 Alessandro Fei, 15 Paolo Tofoli, 17 Paolo Cozzi, 18 Matej Černič, CTGian Paolo Montali

VOLLEY Da Lucchetta a Zaytsev, al Maracanazinho 26 anni dopo


 http://leandrodesanctis.blogspot.com/2016/08/volley-zaytsev-e-litalia-che-non-si.html?spref=fb

Italia-Brasile al Maracanazinho per l'oro olimpico, 26 anni dopo quel Mondiale che cambiò la storia della pallavolo italiana. Dal calcio alla pallavolo, non c'è finale più bella e classica, perchè come amava ripetere Bebeto, che è stato sulla panchina di entrambe le nazionali, "italiani e brasiliani sono farina dello stesso sacco. Il calcio è una religione, il volley il primo sport". 
Sul piano dei sentimenti, dagli eroi di Rio 1990 (lo diceva sempre il compianto Corrado Sannucci, collega colto e musicista con solide radici di cultura sportiva) ai nuovi eroi di Rio 2016 c'è tutto un mondo, anzi una vita, che è scivolata via troppo in fretta. Quella era una pallavolo appena esplosa, che in breve tempo assunse una dimensione fino ad allora sconosciuta, sotto l'impulso anche dialettico e culturale di Julio Velasco e grazie alla serissima applicazione di un gruppo di giovani che seppe diventare fenomenale non per diritto divino ma grazie al lavoro e a tante altre cose.
Quelle notti di Rio videro pian piano la pallavolo italiana uscire dal guscio, divenire fenomeno di moda e di cultura sportiva, conquistando spazi mai avuti sui media, imponendosi a suon di audience e share sulle televisioni che credettero in quell'Italia nuova, coraggiosa e affamata di gloria. Quelle notti di Rio videro anche tante altre cose che ognuno ha portato con sè nel resto della vita. Con qualità e peculiarità di ognuno, anche fuori dal campo era nata una squadra eterogenea di addetti ai lavori che faceva gruppo pure nei momenti senza volley ma pieni di tante altre emozioni, condivise tra giovani e meno giovani, tra allenatori non ancora sedotti dal potere e prigionieri del culto della personalità, capaci di simpatia e umanità, tra pianoforte e citazioni cinematografiche, discoteche, emozioni, giacche bianche e goliardia. Il vecchio si univa al nuovo, due mondi si fondevano in qualche modo e nessuno sarebbe stato più lo stesso.
Ventisei anni dopo, l'Olimpiade di Rio è una fine e un inizio. Il ricambio generazionale si è completato e quasi ogni età del volley azzurro, ora si può dire, ha avuto la sua chance olimpica. Zaytsev è il profeta e l'uomo copertina di questa squadra capace, facendo gruppo nel senso migliore e completo del termine, ha saputo andare oltre i suoi limiti individuali. Esaltandosi nelle difficoltà e senza lasciarsi abbattere quando tutto sembrava perduto, nella semifinale con gli Stati Uniti.
Si sa che non è indispensabile volersi bene e andare d'accordo per raggiungere risultati nello sprot di squadra. Però in qualche caso aiuta. In altri è la condizione indispensabile. Lo ha dimostrato questa Nazionale di bravi ragazzi, innamorati della pallavolo e delle loro donne. Nel '90 il web era cosa sconosciuta, ora anche grazie ai social gli atleti sono diventati "amici" per molti. 
Il pubblico che vuole seguire, sa tutto di tutti, conosce pensieri e volti. Viene ammesso nel cerchio magico di chi ama il volley, richiamato da foto di gruppo, scatti spensierati, brindisi a tavola. Ed è una fortuna, nel momento in cui la maggior parte dei giornali ha smesso di dare al volley quanto meriterebbe.
Ecco un'altra differenza: nei giorni di quel Mondiale si andava formando una generazione di scrittori e conoscitori del volley e delle sue vicende. I veterani tramandavano con la gioia delle condivisione. Dopo 26 anni è rimasto quasi nulla perchè la qualità non è più un valore, un requisito necessario. Così, molto spesso a raccontare la nazionale sono persone che nè conoscono, nè capiscono cosa stanno vedendo. E non tutti riescono a non farlo capire a chi legge.
Insomma, non è questa la sede, nè il momento, di richiedersi perchè la pallavolo ha dissipato la dote mediatica che i tre mondiali e le cinque medaglie olimpiche messe sotto vetro le avevano regalato. Ma questo di Rio 2016 dovrebbe essere un nuovo inizio. Il condizionale è d'obbligo perchè dubito fortemente che cambi qualcosa: è cambiato, in peggio, il contesto esterno. Non è cambiato il contesto interno.
Tornando al Maracanazinho, è curioso e significativo come questa storica culla del volley brasiliano e dunque mondiale, rappresenti una sorta di talismano per la nostra pallavolo che in Brasile ha scritto pagine memorabili. Quell'oro mondiale strappato ai campioni di Cuba che avevano il fuoriclasse Joel Despaigne, arrivò dopo una semifinale mozzafiato con il Brasile, chiusa da una veloce di Andrea Lucchetta, che domani commenterà la finale olimpica insieme con Alessandro Antinelli sui canali della Rai.
Lo ricordano solo i veterani del volley, ma ci fu un'altra Italia capace di ammutolire il Maracanazinho, finale World League 1995, con una squadra di giovani in cui c'era anche l'indimenticato Vigor Bovolenta. I nuovi azzurri sconfissero il Brasile, gridando forte a tutti che la Generazione di Fenomeni aveva eredi.
Questa di Chicco Blengini, giustamente fiero di essere cresciuto insieme con Julio Velasco, è un'Italia diversa ma compatta. Una squadra uscita da travagli profondi che avrebbero potuto distruggerla, solo un anno fa. Giocatori esperti nella fase conclusiva della carriera e giovani rampanti, uniti dal collante di chi è nel pieno della maturità. Ivan Zaytsev e Osmany Juantorena abbracciati stretti, fieri di inseguire i loro sogni con la stessa maglia azzurra che entrambi sentono ora come una seconda pelle. 
Tutta la banda orchestrata da un ragazzo di 20 anni, Simone Giannelli, che ha bruciato le tappe in fretta, raccogliendo l'eredità pesante dei Tofoli, dei Meoni e dei Vermiglio, calzandola come se fosse piuma leggera. 
E' l'Italia che va, l'Italia che non vuole arrendersi mai, l'Italia migliore che può essere un esempio ma che non ha nulla in comune con la politica, che cavalca spudoratamente in fretta i suoi successi. Perchè indipendentemente da come andrà la finale, questa Italia ha già vinto la sua battaglia. Conoscerli è amarli. Non a caso anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, aveva formulato un pensiero speciale per loro, riferendosi alle eventuali finali olimpiche di Rio.  

http://leandrodesanctis.blogspot.it/2016/08/volley-zaytsev-c-loro-maledetto-sfugge.html 






VOLLEY Zaytsev e l'Italia che non si arrende: l'Olimpiade tra le dita


 Come lei nessuno mai nello sport italiano. Per la sesta volta consecutiva in semifinale ai Giochi Olimpici, la Nazionale di pallavolo conquista con smisurato orgoglio e notevole solidità morale la terza finale olimpica della storia del nostro volley, mettendo in bacheca la sesta medaglia, dal colore ancora indefinito, dopo i due argenti di Atlanta 1996 e Atene 2004, i bronzi di Los Angeles 1984, Sydney 2000, Londra 2012. E' la medaglia numero 46, escludendo Universiadi, Giochi del Mediterraneo e Goodwill Games. Per la 33a volta finalista, ha la possibilità di centrare anche l'oro stregato, quello olimpico, con la vittoria assoluta numero 20.

Difficile immaginare una semifinale più emozionante per i cuori azzurri, capaci di rimediare ad un avvio balbettante nel primo set, di riacciuffare in extremis gli Stati Uniti e di batterli ai vantaggi. Squadra tosta quella statunitense, che a giugno nella tappa romana della World League, aveva inflitto una severa sconfitta agli azzurri, complice una delle più brutte partite di Ivan Zaytsev, a cui quella sera non riuscì praticamente nulla.
Stavolta Zaytsev si è preso la rivincita, sua e di tutta la squadra. Altre volte Ivan aveva infilato un filotto di ace capaci di risolvere un set o una partita. "E' sempre bello fare tanti ace di fila - diceva Ivan - ma sarebbe bellissimo trovare questi momenti in una partita importante, magari all'Olimpiade".
Detto e fatto. Il sogno di Zaytsev si è materializzato sul finire di un quarto set che pareva destinato a consegnare agli Stati Uniti le chiavi per l'argento o l'oro. 22-19 per Anderson e compagni. Zaytsev va in battuta e non sbaglia nulla: per tre volte si lancia in aria la palla, per tre volte le sue bordate mandano ko gli statunitensi (memorabile l'ace millimetrico certificato dal Challenge). L'Italia evita il ko, pareggia il conto (22-22) e vola di slancio al tie-break, con un parziale di 6-0. Se aggiungiamo che nel corso della rimonta anche il libero Colaci ha realizzato un punto dalla ricezione a fondo campo, si capisce che razza di partita sia stata.
Dopo la lezione subita dagli azzurri in un mortificante terzo set (25-9!) pochi avrebbero scommesso ancora contro gli americani. Qui è emerso tutto il carattere di una squadra penalizzata dagli infortuni (Piano ancora spettatore, Birarelli alle prese da subito con un problema al polpaccio) ma indomita nello spirito. Gli Stati Uniti l'hanno messa alle corde e stesa al tappeto per il conto finale. Ma gli uomini di Blengini hanno saputo rialzarsi, riscrivendo il copione di una semifinale che pareva averli già condannati.
Il baby Giannelli ha dimostrato maturità e ha mantenuto lucidità anche quando il monumentale Juantorena della prima metà della gara ha cominciato ad accusare la stanchezza (ma è stato poi suo l'ace del 12-8 nel tie-break, che ha consentito ad Azzurra di mollare gli ormeggi). Lanza ha viaggiato con percentuali efficaci, Birarelli si è difeso come ha potuto, Buti si è scoperto protagonista d'eccellenza, firmando addirittura due ace in un momento chiave della gara e firmando il muro del 15-9 nel tie-break. Col senno di poi, c'è da dire che gli Usa hanno patito moltissimo la rimonta azzurra. In fondo, ora che tutto è alle spalle, le cifre raccontano che la squadra di Speraw ha retto nel quinto set solo per gli errori azzurri. Dei 9 punti Usa, 7 sono arrivati dall'Italia: un attacco out di Zaytsev, sei battute sbagliate. Insomma, se è vero che gli Usa nel volley non muoiono mai, al Maracanazinho l'Italia non è stata da meno, anzi...
E così l'impianto talismano di Rio de Janeiro vedrà l'Italia lottare per un oro ventisei anni dopo il trionfo mondiale del 1990, il primo con Julio Velasco in panchina. Ed è significativo e per nulla casuale, che oggi il ct sia Gianlorenzo Blengini detto Chicco, che di Velasco è stato allievo diligente e appassionato. Dopo Velasco e Montali, Blengini è il terzo ct finalista in una Olimpiade. Medaglie ne hanno prese anche Prandi, Anastasi e Berruto.
Proprio Mauro Berruto, terzo quattro anni fa a Londra, va ricordato per aver iniziato la costruzione di una Nazionale che a Rio è già andata oltre e che ha la possibilità di raggiungere un risultato storico nella finale che domenica (ore 18.15 italiane) la opporrà ai padroni di casa del Brasile o alla Russia.
Inevitabile ricordare che il mattatore di oggi, Ivan Zaytsev, poco più di un anno fa fu espulso dalla Nazionale di Berruto (toh, che scherzi fa il destino: l'episodio accadde proprio a Rio, dove si giocava la World League) innescando la miccia per la rivoluzione in panchina. Ma ormai anche quello è il passato.

E'stato bello sentire il Maracanazinho tifare Italia ("Il pubblico è stato fantastico, sembrava di giocare a Roma in Piazza del Popolo" ha detto Giannelli). E' stato bello vedere gli azzurri così intensi e così uniti. E'stato bello vedere Zaytsev abbracciato stretto a Juantorena, pedina fondamentale di questa Italia che lui ha voluto fortissimamente per consacrarsi in una Olimpiade. E' stato bello vedere Ivan accucciarsi accanto ad un disabile brasiliano per una foto piena di umanità e sorrisi. Sono stati belli i baci e gli abbracci tra gli azzurri in campo e poi con le loro donne in tribuna. Oggi al Maracanazinho è stato tutto bello, ma domani è un altro giorno. Re Mida (Velasco) non siede più sulla panchina azzurra, ma Zaytsev e compagni possono ancora trasformare l'argento in oro e sfatare il tabù che ha fatto dannare la generazione di fenomeni. Con la palla tra le dita, senza paura e con tanto coraggio. La storia del volley è lì che li attende.

venerdì 19 agosto 2016

CINEMA E SPORT Arriva Mani di pietra con De Niro, il trailer è vietato ai minori di 18 anni

http://www.empireonline.com/movies/news/new-red-band-trailer-robert-de-niro-hands-stone/

https://www.youtube.com/watch?v=aDPdQ5kJaZM 

Presentato all'ultimo Festival di Cannes, sta per uscire negli Stati Uniti Hands of stone, il film dedicato a Roberto Duran e Ray Sugar Leonard, uno dei leggenda di match della boxe. Nel cast del film diretto da Jonathan Jakubowicz, Robert De Niro e John Turturro. I due pugili sono interpretati da Edgar Ramirez e Usher Raymond.
La peculiarità del trailer è che è vietato ai minori di 18 anni...

BEACH VOLLEY Nicolai e Lupo:"Il nostro torneo spot per il beach. Ce la siamo goduta"



Paolo e Daniele, good vibrations

Paolo Nicolai: “Siamo venuti qui ai Giochi sperando e sognando di arrivare ad una medaglia: ma quando ti qualifichi per la finale logicamente cerchi in tutti i modi di vincere. Non ci siamo riusciti perché i brasiliani hanno giocato molto bene. Siamo partiti forte, abbiamo provato a metterli sotto pressione e l'unico modo per farlo è cercare di invertire la situazione. Giocare in casa è un grosso vantaggio, ma se le cose vanno male ti crea tante pressioni, amplifica le emozioni. Noi abbiamo provato a metterli sotto, ma loro ne sono usciti come i grandi campioni che sono. Il campo, come la pioggia, non influisce più di tanto sulla partita, le condizioni sono uguali per tutti i giocatori. Giochiamo a beach volley e sappiamo che situazioni di questo tipo capitano e quindi bisogna sfrutt arle al meglio. Una finale se la sogni speri di vincerla, però mi sono goduto ogni cosa, ogni momento: l’ingresso in campo, il riscaldamento, la preparazione della partita, l'attesa della gara. Logicamente sognavo un epilogo diverso, però va bene così. Come festeggerò la medaglia proprio non lo so, finché non me l’hanno messa al collo non credevo di averla, avevo paura che accadesse qualcosa che potesse togliermela”.

Daniele Lupo: "C'è un po' di delusione per aver perso la finale, ma sono molto felice di aver vinto questa medaglia. Era importante per l'Italia e per il beach volley italiano. Devo dire che sono contento così. Credo che il nostro torneo e questa finale siano stati un grande spot per il beach volley. Speriamo di aver fatto divertire chi ci ha visto da casa, tra cui mio padre e mio nonno. Peccato non aver vinto, ma ci rifaremo a Tokyo. Non posso dire che loro sono più forti in assoluto, sono stati più forti oggi, hanno sentito poco la pressione.  Abbiamo avuto poche occasioni e non le abbiamo sfruttate al meglio come quell'attacco che poteva darci il 20 pari. Sono molto contento di questa medaglia e voglio dedicarla a tutti i tifosi italiani che si sono svegliati all'alba per vederci in tv."



Matteo Varnier: “In questo momento non riesco a nascondere l’amarezza per non essere riusciti a conquistare la medaglia d’oro, ma domani sarà tutto diverso, ne sono certo. Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa di straordinario e ne siamo felici”.

Il presidente federale Carlo Magri ha voluto esprimere subito la sua soddisfazione per il primo grande risultato olimpico raggiunto dal beach volley: “E’ stata una gara storica e sono sicuro sarà foriera di altre anche perché i ragazzi sono giovani e hanno ancora una lunga carriera davanti a loro. Ovviamente una sconfitta in finale non fa mai piacere, ma oggi il beach volley italiano ha ottenuto uno straordinario risultato, dal quale ripartire per fare sempre meglio. I ragazzi questa sera hanno davvero scritto la storia della disciplina nel nostro Paese”.

Testi raccolti dall'Ufficio stampa della Fipav (Carlo Lisi e Marco Trozzi)

BEACH VOLLEY Nicolai e Lupo, i...beach boys azzurri con l'argento che brilla



http://leandrodesanctis.blogspot.com/2014/05/beach-volley-nicolai-e-lupo-le-stelle.html?spref=fb

https://www.youtube.com/watch?v=lD4sxxoJGkA

La consuetudine vuole che troppo spesso, quando si perde una finale, si dica che è un argento che vale oro. Ma per esaltare l'impresa di Paolo Nicolai e Daniele Lupo, i Beach Boys italiani, non serve ricorrere al già scritto e sentito. Non servono parole di consolazione, perchè una finale olimpica è un evento che dà un senso ad ogni carriera sportiva. Prima è un obiettivo lontano, poi diventa un sogno forse raggiungibile, quindi un traguardo raggiunto che nella metà dei casi lascia una scia di rammarico e rimpianto.
Ma Nicolai e Lupo possono andare fieri ed orgogliosi di quello che hanno saputo fare a Rio de Janeiro. Loro hanno vinto l'argento, non hanno perso l'oro. Paolo e Daniele hanno e avranno sempre il diritto di pensare a ciò che non è stato, con la consapevolezza però, di avere centrato un risultato enorme, nel luogo più complicato. I beach boys azzurri hanno confermato la bontà di un lavoro che parte da molto lontano e che li ha visti progredire in maniera continua, nonostante i problemi. Quattro anni fa ai Giochi di Londra furono quinti, eliminati nei quarti di finale. Poi Daniele si è messo alle spalle un tumore osseo, Paolo ha avuto il coraggio di farsi sistemare il ginocchio a Villa Stuart, lo scorso inverno contando sul recupero totale e tempestivo per l'Olimpiade.
Sentirli parlare dopo la finale ha fatto capire una volta di più le qualità anche umane di una coppia che sa andare al sodo, che lavora con semplicità e serietà, amando il suo sport e vivendo in armonia con il mondo che li circonda. Hanno avuto parole di elogio per i brasiliani Alison e Bruno ("Sono stati al vertice delle classifiche negli ultimi tre anni, meritavano questa medaglia d'oro"), hanno evitato di parlare della pioggia battente che ha reso ancora più dura per tutti giocare la finale olimpica. Hanno ringraziato tutti i tecnici che li hanno allenati negli anni. Al microfono della Rai, dopo la finale persa, ho visto e ascoltato Daniele e Paolo sereni, lucidi e semplici come li ricordavo nello stabilimento sul litorale romano, dove i ragazzi si scottano i piedi sulla sabbia a volte per puro divertimento, a volte sognando di fare come loro, gli ormai mitici Nicolai e Lupo, gli avieri con i piedi nella sabbia che hanno regalato all'Italia la prima medaglia olimpica nel beach volley



Paolo Nicolai su Facebook il 7 agosto: "Non è stato l'inizio che volevamo ma la strada è lunga. Pensiamo alla prossima"
Paolo Nicolai su Facebook dopo la finale:  "Rileggere il mio post precedente mi fa sorridere. La strada è stata la più lunga possibile, torniamo a casa con un meraviglioso argento"

Chi sono
Daniele Lupo
È nato a Roma il 6 maggio 1991
Altezza: 194 cm
Stato civile: celibe
Prima società: Beachers
Società attuale: Aeronautica Militare
Esordio nel World Tour: Grand Slam di Roma 2009
Medaglie vinte:
2012      2° posto Grand Slam Pechino (World Tour)
                3° posto Grand Slam Gstaad (World Tour)
2013      2° posto Open Fuzhou (World Tour)
                3° posto Grand Slam Corrientes (World Tour)
                3° posto Grand Slam Long Beach (World Tour)
                3° posto Grand Slam Xiamen (World Tour)
2014      1° posto Open Fuzhou (World Tour)
                1° posto Grand Slam Shanghai (World Tour)
                1° posto Campionati Europei Cagliari (CEV)
2015      3° posto Open Sochi (World Tour)
2016      2° posto Open Vitoria (World Tour)
                2° posto Open Fuzhou (World Tour)
                1° posto Open Sochi (World Tour)
                1° posto Campionati Europei Biel (CEV)
                2° posto Giochi Olimpici
Partecipazioni Olimpiche precedenti: Londra 2012, 5° posto
Ranking Olimpico: 10° posto (ultimo aggiornamento 12 giugno)

Paolo Nicolai
È nato a Ortona (CH) il 6 agosto 1988
Altezza: 205 cm
Stato civile: celibe
Prima società: Pallavolo Impavida Ortona
Società attuale: Aeronautica Militare
Esordio nel World Tour: Open di Roseto degli Abruzzi 2009
Medaglie vinte:
2012      2° posto Grand Slam Pechino (World Tour)
                3° posto Grand Slam Gstaad (World Tour)
2013      2° posto Open Fuzhou (World Tour)
                3° posto Grand Slam Corrientes (World Tour)
                3° posto Grand Slam Long Beach (World Tour)
                3° posto Grand Slam Xiamen (World Tour)
2014      1° posto Open Fuzhou (World Tour)
                1° posto Grand Slam Shanghai (World Tour)
                1° posto Campionati Europei Cagliari (CEV)
2015      3° posto Open Sochi (World Tour)
2016      2° posto Open Vitoria (World Tour)
                2° posto Open Fuzhou (World Tour)
                1° posto Open Sochi (World Tour)
                1° posto Campionati Europei Biel (CEV)
                2° posto Giochi Olimpici
Partecipazioni Olimpiche precedenti: Londra 2012, 5° posto
Ranking Olimpico: 10° posto (ultimo aggiornamento 12 giugno)

Lo staff
Tecnico: Matteo Varnier
Assistente: Ettore Marcovecchio
Preparatore Atletico: Alberto Di Mario
Fisioterapista: Leonardo D’Amico
Medico: Sergio Cameli


Il tecnico Matteo Varnier
Matteo Varnier è stato nominato tecnico della coppia Lupo-Nicolai all’inizio del 2016 dopo essere stato assistente prima di Mike Dodd e successivamente di Paulao. Nato ad Arma di Taggia (IM) il 16 ottobre 1979 ha alle spalle una carriera di atleta che gli ha permesso di maturare importanti esperienze a livello internazionale per più di dieci anni.
Ha giocato in tutti i principali tornei del World Tour. Nel 2008 ha sfiorato il sogno olimpico svanito a causa di un infortunio alla spalla (il suo compagno Riccardo Lione giocò in coppia con Eugenio Amore), ma ora, otto anni dopo, ha la possibilità di vivere anche se da allenatore l’avventura a cinque cerchi. Negli anni da atleta ha giocato con diversi compagni tra i quali Paolo Nicolai con il quale è sceso in campo dal 2009 fino al termine della sua carriera. Sotto la sua guida Daniele Lupo e Paolo Nicolai avevano già conquistato la qualificazione ai Giochi Olimpici grazie al decimo posto nel ranking olimpico, il titolo continentale e tre medaglie nel World Tour.
Da tecnico (in veste di primo allenatore) si è trattato dunque della sua prima partecipazione ai Giochi Olimpici.

Schede fornite dall'Ufficio Stampa della FIPAV (Carlo Lisi e Marco Trozzi)

La finale di Rio 2016 
Nicolai/Lupo - Alison/Bruno (BRA) 0-2 (19-21, 17-21)
Arbitri: Personeni (SUI), Apol (USA)
Durata Set: 22’, 23’
Spettatori: 8199
Alison/Bruno ace 2 battute sbagliate 4 muri 5 errori 8
Nicolai/Lupo ace 2 battute sbagliate 4 muri 6 errori 8


Le partite di Nicolai/Lupo ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro
Pool C Virgen/Ontiveros (MEX) 1-2 (21-14, 14-21, 11-15)
Pool C Naceur/Belhaj (TUN) 2-0 (21-17, 21-13)
Pool C Dalhausser/Lucena (USA) 1-2 (13-21, 21-17,22-24)
Spareggio: Losiak/Kantor (POL) 2-1 (21-12, 15-21, 15-13)
Ottavi di finale: Ranghieri/Carambula (ITA) 2-0 (21-12, 23-21)
Quarti di finale: Liamin/Barsouk (RUS) 2-1 (21-18, 20-22, 15-11)
Semifinali: Semenov/Krasilnikov (RUS) 2-1 (15-21, 21-16, 15-13)
Finale: Alison/Bruno (BRA) Alison/Bruno (BRA) 0-2 (19-21, 17-21)   


Giochi Olimpici: Albo d’oro maschile
1996 Atlanta - Oro: Kiraly/Steffes (USA); Argento: Dodd/Whitmarsh (USA); Bronzo: Child/Heese (CAN).
Gli italiani - Andrea Ghiurgi e Nicola Grigolo: 13° posto.
2000 Sydney - Oro: Blanton/Fonoimoana (USA); Argento: Melo/Santos (BRA); Bronzo: Hager/Ahmann (GER).
Gli italiani - Maurizio Pimponi e Andrea Raffaelli: 19° posto.
2004 Atene - Oro: Emanuel/Santos (BRA); Argento: Bosma/Herrera (ESP); Bronzo: Heuscher/Kobel (SUI).
2008 Pechino - Oro: Dalhausser/Rogers (USA); Argento: Araujo/Magalhaes(BRA); Bronzo: Santos/Rego (BRA).
Gli italiani - Riccardo Lione ed Eugenio Amore: 19°posto.
2012 Londra – Oro: Brink/Reckermann (GER); Argento: Emanuel/Alison (BRA); Bronzo: Plavins/Smedins (LAT)
Gli italiani – Daniele Lupo e Paolo Nicolai: 5° posto.
2016 Rio de Janeiro - Oro: Alison/Bruno; Argento: Nicolai/Lupo; Bronzo: Brouwer/Meeuwsen (NED) 


mercoledì 17 agosto 2016

ATLETICA Caso Schwazer, la morte dello sport e il funerale della giustizia




 La vicenda che ha coinvolto Alex Schwazer può indurre a ritenere che lo sport e la giustizia non possano più convivere. Pesi e misure diverse, campioni prelevati senza rispettare le regole, controlli a sorpresa che i controllori conoscono con largo anticipo, provette riempite a Capodanno con i laboratori chiusi e quindi vaganti per oltre 24 ore senza controllo prima di approdare in laboratorio a Colonia, molecole che non si vedono, poi compaiono su richiesta quando il campione sta per essere cestinato, il risultato che non viene reso noto subito, ma con mesi di ritardo. Il racconto di Alex, le parole del tecnico Donati, il quadretto che si va delineando (e non c'è difesa che tenga, è solo una farsa, nessuno vuole ascoltare, valutare, soppesare), solo una serie infinita di prese in giro, di soldi estorti ad un innocente che crede ancora nel sogno olimpico, forte delle decine di controlli superati completamente pulito, di un anno di lavoro, di una squadra al di sopra di ogni sospetto.
In mezzo il ritorno alle gare, la benedizione pubblica della Iaaf (nella press conference del Mondiale di marcia, a Roma), la vittoria nonostante gli ammonimenti a non vincere, la conferma in Spagna nella 20km (stavolta prudente secondo posto).
La Iaaf non vuole sentire, non accetta esame del dna, reitera le accuse al Tas (l'acronimo sta per Tribunale Anti Schwazer?) e chiede otto anni di squalifica, il Tas intasca la tas(sa) e sposta all'infinito la data di un'audizione che aveva detto essere necessaria in tempi brevi, e la sposa anche all'altro capo del mondo, da Losanna a Rio de Janeiro, la Nado Italia dice che va tutto bene ed è d'accordo con Iaaf e Tas (poveri atleti, guai a chi capita sotto le grinfie della Nado Italia...ma non per le ragioni istituzionali), l'ulteriore rinvio fino alla sentenza già scritta...a Capodanno e anche prima.
Sissignori, lo sport e la giustizia sportiva sono ormai morte e sepolte, a Rio è andato in scena il funerale della giustizia sportiva. Sintetizzato ed illustrato dalla vignettista Serena Stelitano, da un'idea di Visto dal basso. Il funerale è servito. Macabro ma reale. Invece di sproloquiare a vanvera, atleti e addetti ai lavori dovrebbero rendersene conto.


I disegni sono di Serena Stelitano 

 



martedì 16 agosto 2016

ATLETICA Schwazer, Iaaf e l'amaro addio di Donati

http://salto.bz/it/article/12082016/labbandono-di-donati-0
L'amara intervista di Sandro Donati al portale di informazione altoatesino BZ, dopo la montatura sul falso caso di doping di Schwazer, innocente condannato alla "morte sportiva", il tecnico scomodo che con uno staff di persone perbene e valenti l'aveva rilanciato, smette definitivamente di allenare. Per lo sport una perdita grave. Per il doping e i suoi fiancheggiatori, soprattutto quelli interni al sistema, alle federazioni, è di nuovo un grande successo,  come 29 anni fa.

domenica 14 agosto 2016

ATLETICA e MUSICA Enrico Ruggeri: Solidarietà ad Alex Schwazer

https://www.youtube.com/watch?v=YvE5-kdIJZc



Enrico Ruggeri è un musicista attento alle cose del mondo, i pezzi di vita come li ha chiamati lui, che spesso hanno ispirato le sue canzoni più incisive, come ha dimostrato anche nel suo ultimo album "Un viaggio incredibile". Non mi stupirei se dovesse prendere spunto dalla triste vicenda che ha avuto Schwazer come vittima, per un brano da aggiungere alle sue perle musicali.

ATLETICA - EDICOLA WEB "Io so che Schwazer è innocente..." di Gianluca Ferraris



Su Facebook Gianluca Ferraris ha scritto i suoi pensieri riguardo l'infamità che ha cancellato Alex Schwazer dallo sport. Ecco le sue parole.

"Io so, ma non ho le prove.
Io so che Alex Schwazer è innocente.

Io so che Alex non prendeva più nemmeno un’aspirina, terrorizzato com’era da qualsiasi traccia di farmaci nel suo sangue.
Io so che Alex una notte ha urlato per un banale ascesso, perché l’oppiaceo con cui noi comuni mortali sediamo il nostro mal di denti lui non volle vederlo nemmeno da lontano.

Io so che Alex, dopo l’annuncio di voler tornare in attività, ha passato indenne oltre 40 controlli, la maggior parte dei quali a sorpresa.
Io so che non ha senso assumere «una lieve quantità» di testosterone il 31 dicembre senza esserti dopato né prima né dopo, e con il ritorno in pista lontano più di quattro mesi.
Io so che prelevare un campione di urina l’unico giorno in cui i laboratori dell’antidoping sono chiusi (permettendo così a mani ignote di trattenere la provetta con sé per 24 ore) è quantomeno strano.
Io so che mancano alcuni documenti di viaggio della fialetta. E che quando questa ricompare in un laboratorio di Colonia, invece di un codice numerico che dovrebbe rendere anonimo l’atleta, sopra c’è scritto Racines, Italia. Maschio che gareggia su lunghe distanze, superiori a 3 km. A Racines ci sono 400 abitanti. E un solo marciatore.
Io so che il primo controllo su quella fialetta fu negativo.

Io so che qualcuno, mesi dopo, suggerì al laboratorio una seconda analisi, che risultò lievemente positiva.
Io so che la Wada, l’agenzia mondiale antidoping che ha stanato Lance Armstrong e gli olimpionici russi, la più alta autorità del pianeta in materia, non ha partecipato ai controlli e alle analisi su Alex, interamente gestiti dalla Federazione internazionale di atletica.
Io so che i vertici vecchi e nuovi della Federazione internazionale di atletica sono stati a lungo chiacchierati per aver chiuso un occhio nei confronti dei tesserati russi, gli stessi che Alex e il suo coach Sandro Donati hanno contribuito a denunciare.

Io so che Donati è un mago delle tabelle di allenamento e un eroe della lotta al doping.
Io so che negli anni Novanta, quando Donati scoperchiò il cosiddetto sistema Epo, due degli atleti che allenava furono vittima di un caso di provette manipolate.

Io so che Alex, nonostante tre anni e mezzo di lontananza dalle piste, marciava ancora più veloce di tutti.
Io so che alla vigilia di una gara a La Coruna Donati ricevette pressioni perché Alex non infastidisse i marciatori cinesi candidati alla vittoria.
Io so che Alex in quella gara arrivò secondo, e che gli ispettori controllavano da vicino ogni suo passo per cogliere una qualsiasi irregolarità stilistica che lo avrebbe fatto squalificare.
Io so che l’allenatore dei cinesi è Sandro Damilano, fratello dell’ex marciatore Maurizio. E che prima della 50 chilometri di Roma, lo scorso maggio, qualcuno a lui vicino chiese a Donati di «lasciare vincere Tallent», l’atleta australiano che più aveva contestato il ritorno in pista di Alex.

Io so che Liu Hong, altra marciatrice cinese allenata da Damilano, dopo quella stessa gara fu trovata positiva all’higenamine, un vasodilatatore naturale, ma venne squalificata solo per un mese. Adesso lei è a Rio per gareggiare mentre Alex no.
Io so che subito dopo questa imbarazzante fila di coincidenze saltò fuori la presunta positività di Alex. Che però gli venne comunicata oltre un mese dopo, in piena preparazione preolimpica e con un margine davvero ristretto per organizzare una difesa tecnico-legale decente.
Io so che non assistevo a una simile solerzia investigativa, e a un simile tentativo di sobillare i media, dai tempi dell’incendio del Reichstag o dell’arresto di Lee Harvey Oswald. O per restare in ambito sportivo, da quel mattino cupo a Madonna di Campiglio che spezzò per sempre la carriera di Marco Pantani.
Io so che colpire Pantani e Schwazer, sportivi amati dal pubblico ma ragazzi fragili dentro, è facile. Troppo.

Io so che in molti avevano bisogno di punire in maniera esemplare chi ha avuto il coraggio di sfidare il sistema. Quello stesso sistema che poi si ripulisce la coscienza in favor di telecamera con il Refugee Team e i palloni regalati alle favelas.
Io so che Alex si è pagato da solo la preparazione, le divise, gli scarpini, il viaggio per Rio. Che ha finito i risparmi e che ha lavorato come cameriere per mantenersi gli allenamenti. Che dormiva in un tre stelle dietro al raccordo anulare e si faceva testare i tempi su una pista comunale, accanto a runner della domenica e anziani che portavano a passeggio il cane.

Io so che ha confessato i suoi errori del passato, e li ha pagati tutti.
Io so che si stava rialzando senza chiedere aiuti o riguardi, ma solo una seconda possibilità.
Io so che a Rio 2016 quella seconda possibilità è stata data ad atleti dal curriculum sportivo molto più «stupefacente» del suo.
Io so che nessuno di quelli che contano, dal Coni alla Fidal passando per i buonisti a gettone del mondo politico e degli editoriali qualunquisti, ha ancora speso una parola se non di difesa almeno di umana solidarietà per Alex.
Io so che Alex non ha la forza misurata per disperarsi restando saggio. Come non la ebbe Pantani.

Io so che a Rio 2016 Alex sarebbe arrivato sul podio nella 50 km e forse anche nella 20 km.
Io so che su quel podio Alex avrebbe pianto di gioia. Che sarebbe stato disposto a dimenticare.
Io so che invece oggi piange di rabbia in un bar fuori dal villaggio olimpico, come un emarginato. E che sarà condannato a ricordare.
Io so che qualcuno dovrebbe vergognarsi per aver rovinato una vita.

-Gianluca Ferraris-